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Perché oggi la “democrazia negoziale” proposta da Confindustria non può funzionare

Di Michele Magno
Pubblicato il 13 Lug. 2020 alle 17:43 Aggiornato il 13 Lug. 2020 alle 17:45
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Immagine di copertina
Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi (Credits: ANSA/Mourad Balti Touati)

Nel nostro paese c’è bisogno di una “democrazia negoziale”, costruita e basata su una grande alleanza tra pubblico e privato, “in cui il decisore politico non ha delega insindacabile per mandato elettorale, ma in cui esso dialoga incessantemente con le rappresentanze del mondo dell’impresa, del lavoro, delle professioni, del terzo settore, della ricerca e della cultura”. È quanto si legge nella prefazione di Carlo Bonomi al volume collettaneo “Italia 2030. Proposte per lo sviluppo”.

Curato da Marcello Messori ed edito da La nave di Teseo, è stato presentato al premier Conte a villa Doria Pamphilj il 17 giugno scorso. L’idea ha fatto discutere per qualche giorno, poi il silenzio. Come mai? Coniata dal sociologo Carlo Trigilia in un saggio che fa parte del libro, la “democrazia industriale” è una formula che allude – nemmeno troppo velatamente – alla concertazione dei primi anni Novanta del secolo passato, che vide il suo punto più alto nel protocollo Ciampi sulla politica dei redditi (luglio 1993). Con i partiti travolti da Tangentopoli, allora alle parti sociali fu affidato un ruolo di supplenza politica.

Il presidente di Confindustria puntava a rilanciare quell’esperienza scommettendo sulla debolezza di un governo litigioso e incapace di scelte strategiche, il cui azionista di maggioranza è per di più animato da un sentimento ostile alle imprese. Con un fatturato industriale in picchiata, Viale dell’Astronomia voleva quindi giocare le sue carte senza la mediazione delle lobby partitiche nell’utilizzo e nella ripartizione delle risorse europee. Ma era un progetto destinato al fallimento, come i fatti hanno dimostrato.

Cominciamo col ricordare che la concertazione designa un sistema, in verità tutt’altro che univoco e omogeneo, di accordi trilaterali tra poteri pubblici, sindacati e associazioni imprenditoriali. Si tratta del modello “neocorporativo” largamente sperimentato nelle socialdemocrazie nordiche. Che si chiami concertazione o neocorporativismo, la sostanza però non cambia. Da noi vede la luce con la “svolta dell’Eur” del 1978.

Era l’epoca della solidarietà nazionale. I sindacati confederali accettavano di moderare le richieste salariali, il monocolore Andreotti prometteva le riforme di struttura. Questo schema di “scambio politico” (copyright di Alessandro Pizzorno) ha segnato, con alterne fortune e in forme diverse, la storia delle relazioni industriali in Italia negli ultimi quarant’anni. Infatti, dopo il “lodo Scotti” (dal nome del ministro del Lavoro del governo Fanfani, gennaio 1983), il metodo della della concertazione è stato contestato dal governo Craxi (1984), declassato a innocuo dialogo sociale con i governi Berlusconi (2002 e 2009), retrocesso a mero rito consultivo dal governo Monti (2012), considerato una perdita di tempo dal governo Renzi (2014). Al contrario, pur con esiti altalenanti, è stato centrale -oltre che nel già citato governo Ciampi – nei governi Amato (1992), D’Alema (1998) e Prodi (2007).

Sulla concertazione, inoltre, è stato detto tutto e il contrario di tutto. Liberali e sinistra radicale ne hanno sempre confutato logica e finalità. Per i primi mette in discussione il primato delle assemblee elettive. Per la seconda costituisce comunque una forma di “democrazia autoritaria”, che mira a ingabbiare il conflitto sociale in un quadro di vincoli e di compatibilità a danno dei lavoratori. A queste critiche i sostenitori della concertazione hanno replicato che i canali tradizionali della rappresentanza politica non sono in grado – da soli – di governare una società complessa e che il Parlamento rimane pienamente legittimato, poiché in ogni caso spetta a lui pronunciarsi e valutare in ultima istanza i contenuti delle intese triangolari.

Oggi, tuttavia, lo Stato nazionale non ha più l’assoluto controllo della politica fiscale. E per il sindacato il problema non è più quello di farsi carico di una parte di sacrifici necessari a riportare in carreggiata la crescita, ma l’assoluta aleatorietà delle contropartite. Anche per queste ragioni, è difficile un revival della “democrazia negoziale” che non si riduca a una pantomima delle liturgie che, ben più incisivamente, avevano connotato la stagione dell’inflazione programmata, frutto di un’intuizione dell’economista Ezio Tarantelli.

Tuttavia, essa forse potrebbe avere ancora un senso se servisse a semplificare il processo decisionale e, anzitutto, se accogliesse l’invito del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, a unire le energie più vitali del mondo del lavoro e dell’imprenditoria in un grande sforzo collettivo per incrementare l’efficienza e la produttività dell’economia italiana. Purtroppo, la concertazione è stata fin qui afflitta da un sovraccarico di lungaggini e bizantinismi procedurali che hanno confermato le perplessità dei suoi critici più severi. Perché, quando in una democrazia i voti vengono contati ma gli interessi vengono pesati, rischia di essere violato il fondamentale principio del “one man one vote and the most votes win” (una persona un voto, e il maggior numero di voti vince).

La concertazione ha funzionato ed è stata utile in un momento di emergenza finanziaria e in cui l’inflazione era alle stelle, ma non può essere riproposta artificiosamente per giustificare un patto dei produttori non solo contro un governo che non gode della fiducia di Confindustria, ma contro la stessa autonomia della politica.

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