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State trasformando i vaccini in una merce, senza neanche lasciarci scegliere quale fare (e a quale prezzo)

Di Luca Telese
Pubblicato il 25 Nov. 2020 alle 16:28
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Immagine di copertina
Credit: Pixabay

E io, stasera, che vaccino mi metto? Sembra una domanda scherzosa, ma è un interrogativo terribilmente vero, nella nuova dimensione di consumo sanitario che si sta spalancando davanti ai nostri occhi, senza quasi rendercene conto. Il tema è delicatissimo: la possibilità di accedere a ben cinque diversi tipi di vaccino anti-Covid si profila di fronte a noi, per difenderci dall’epidemia. Cinque diverse tecnologie profilattiche, cinque diversi prezzi, cinque diversi tipi di effetti, e (alle loro spalle) sei diversi complessi industriali-sanitari che decantano la loro mercanzia.

Il primo tema si pone già qui: in questa fase sui media c’è una libertà di mercato, e persino di promozione para-pubblicitaria. Ma di fatto non esiste – e c’è il rischio che non esista mai – una libertà di scelta. Possiamo quindi vedere la mercanzia, ma, soprattutto nella prima fase, non saremo noi a decidere. Una sorta di consumismo virtuale, asimmetrico e ingannatorio. Che non è quello della storica antitesi polemica fra i No Vax e i loro avversari, ma quella tra persone che vogliono tutte un vaccino, ma – come ha ben spiegato Andrea Crisanti (volutamente frainteso) – non ne vogliono uno qualunque.

Alcune indicazioni preziose per orientarsi in questa jungla le ha date una stimata ricercatrice italiana, si chiama Cristina Cassetti, che lavora nello staff di Anthony Fauci. La Cassetti ricorda che, oltre al vaccino di Pfizer, sono in arrivo in tempi rapidi quello di Moderna, di Janssen e di AstraZeneca. E che poi, nei mesi successivi, si aggiungeranno a questo menù “i vaccini con proteine ricombinanti di Sanofi e NovaVax. A questi bisognerebbe aggiungere altri due vaccini di cui non sono state date pubblicazioni scientifiche: quello cinese, e il famoso Sputnik, il vaccino russo di Putin (testato sulla figlia).

Andiamo a quelli più vicini a noi (nel senso di possibilità di accesso). Il vaccino di Pfizer è in realtà sviluppato da una ex startup acquisita dalla multinazionale BioNTech. La BioNTech è guidata da uno scienziato di origini turche (si chiama Ugur Sahin) di cui abbiamo parlato su questo sito. Quello di AstraZeneca è forse il più prossimo a noi (questa volta in senso geografico), perché è prodotto (in parte) in Italia, in concorso con il centro di eccellenza più importante d’Europa, l’Università di Cambridge.

“Litri di vaccino sono già stoccati ad Anagni vicino Roma pronti ad essere infialati da Catalent, un nostro partner”, ha detto oggi al Corriere della Sera Lorenzo Wittum, amministratore di AstraZeneca Italia. E l’immagine è davvero impressionante: imminenza, accessibilità, quantità.

Forse, però, proprio questa campagna mediatica che si sta agitando intorno ai vaccini rischia di essere fuorviante: durano di più o di meno, possono andare nel frigo di casa o no, sono efficaci al primo o al secondo richiamo? Tutte cose importanti, ma non risolutive. In primo luogo perché ci dovrebbero chiarire – e su questo sarebbe legittimo aprire un dibattito – se ai consumatori può essere data una opzione di scelta: se questa opzione non esiste, per paradosso, è meglio che non ci dicano nulla. E in secondo luogo perché tutti i prodotti rischiano di essere messi sullo stesso piano, quando così non è.

Mi spiego: AstraZeneca non è equivalente a tutti gli altri per una questione di costi: ovvero di valori e di valore insieme. E, soprattutto, non è uguale agli altri per un costo che non è frutto del caso, ma di una scelta ben precisa. Quella di diffondere il vaccino ad un prezzo di produzione sino alla fine della pandemia. Ecco il motivo per cui, mentre gli altri costano più di 25 euro, quello di Astra-Zeneca costa 2,5 euro a dose.

So che qui si potrebbe porre questa obiezione: “Ma io, cittadino, questi soldi non li pago, perché il servizio nazionale coprirà i costi di vaccinazione”. Ma è un ragionamento sbagliato: quel prezzo si riverbera sui bilanci della Sanità pubblica, diventa una spesa sociale, si traduce in risorse sottratte ad altri investimenti che non possono essere contenuti. Quindi, da domani, chiedetevi quale vaccino vi mettereste, e anche quale vi mettono nel ricettario, e perché.

Leggi anche: Crisanti a TPI: “A mettere in dubbio il vaccino è il Ceo di Pfizer che vende le sue azioni, non io”

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