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Il centrosinistra reagisca alla candidatura di Berlusconi al Quirinale prima che sia troppo tardi

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Poche cose riescono a ridarci l’immagine plastica dello stato di salute della politica in Italia come la Pièce teatrale che sta andando in scena in questi giorni sul Quirinale, in quella che potremmo definire cronaca di un disastro annunciato. Uno di quei sempre più frequenti casi in cui la realtà supera l’immaginazione; un pò come recita DiCaprio in Don’t look Up, viene proprio da chiedersi ad alta voce: “Sta accadendo davvero?”.

Si spera che la i prossimi accadimenti siano diversi da quelli del film, anche se dalle prime battute si intravede una certa confusione fomentata soprattutto dai media e mossa da una mancanza di posizioni di contrasto degli altri leader politici che siano efficaci e chiare.

Detto ciò, è proprio vero: la questione che oggi Berlusconi sia il candidato alla presidenza della Repubblica italiana con una maggioranza assoluta e unica possibile non è più uno scherzo. È realtà!

Per mesi l’auto-candidatura di Berlusconi è stata relegata a barzelletta dagli editorialisti più celebri, è stata presa sotto gamba come provocazione dai leader politici più influenti, concentrati piuttosto a chiedere moratorie ai colleghi di partito, simili a mantra liturgici, spendendo giorni e giorni di dibattito nell’emisfero sinistro del parlamento attorno alle parole: “Non si parla del presidente delle Repubblica”.

Oggi, dopo l’ennesima dimostrazione di forza del Cavaliere che ha messo attorno allo stesso tavolo la maggioranza – di destra – dell’attuale Parlamento in nome dell’unità, in sfregio a qualsiasi buon senso politico e civico, è realtà ormai documento, nero su bianco, con sopra il suo nome, suggellato dai leader politici che rappresentano un numero di 555 su 1003 grandi elettori.

Viene da dire: “Tutti morimmo a stento”… Solo che al posto dei drogati e degli emarginati del celebre album di Fabrizio De André, abbiamo la politica, relegata a un ruolo caritatevole di molti Parlamentari nell’elemosinare il seggio fino alla fine del mandato e scevra di una dignità vilipesa.

Il solo pensiero che una persona coinvolta in processi per mafia, che ha definito nipote di Mubarak una minorenne di cui non è dato sapere le private vicende ad Arcore, colui che è unanimemente conosciuto come Bunga Bunga in tutti i consessi internazionali, che ha espulso dalla Rai i giornalisti Santoro e Luttazzi con un “editto bulgaro”, che ha incarnato il significato della locuzione “legge ad personam” per un ventennio, così come il termine “monopolio televisivo”, “mercato delle vacche e compravendita dei parlamentari”, colui che avrebbe comprato il silenzio delle testimoni al processo Ruby, che ha accostato il suo nome a personalità come Marcello dell’Utri e Vittorio Mangano, sia candidata al ruolo più alto e illustre della Repubblica è offensivo per l’intero popolo italiano.

Al di là dei vari Salvini e Meloni che ci hanno abituati ai peggiori colpi di scena e per i quali il peggio non ha mai fine, si intuisce bene che il Cavaliere sa come muoversi, con chi e con quali argomenti persuadere i deputati e i senatori. Non c’è nulla da stupirsi, infatti, se la strategia che sta adottando in queste ore con il suo emissario Vittorio Sgarbi è quella dell’anti-panico, ovvero la garanzia che con Berlusconi presidente della Repubblica ci sarà la netta certezza che in qualsiasi caso, anche se dovessero atterrare gli extraterrestri a Palazzo Madama, le camere non verrano sciolte e non ci sarà alcuna elezione anticipata.

Tradotto, i 290 tra senatori e deputati che sicuramente non saranno rinnovati nella prossima legislatura, visto il 30% del taglio dei parlamentari, avranno a garanzia del loro voto “segreto”, l’aspettativa di chiudere la legislatura nella primavera del 2023 come da naturale scadenza. Con questa carta il Cavaliere conta non solo di compattare i gruppi parlamentari di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, ma di fare breccia anche nelle file di Italia Viva, che potrebbe essere non così estranea a questo stimolo, e di chissà quali altre lande abbandonate dei rami secchi e inascoltati di un Parlamento inaridito da due anni di pandemia, incontri online, mancanza di strategia e azione politica e totale soggezione alla “draghicrazia”.

Non dobbiamo stupirci: egli è sempre lo stesso che nel 2011 si oppose a Trichet, allora Presidente uscente della BCE, avvicendato poi dallo stesso Draghi; è lo stesso che in maniera spregiudicata ha messo a rischio i conti del Paese, con tanto di scontro aperto con lo stesso suo sodale Tremonti al ministero all’Economia, facendosi recapitare la famosa lettera della BCE che diede il là al Presidente Napolitano per aprire la crisi che portò al primo governo tecnico d’emergenza nazionale di Mario Monti. Insomma tutto ciò sembra un enorme conto in sospeso.

D’altra parte, al di là dell’ottimo lavoro di Enrico Letta, i numeri del Pd nel Parlamento scontano – non solo in quantità ma soprattutto in qualità – l’eredità della segreteria Renzi e rendono qualsiasi proposta espressa dai democratici inesigibile.

Allo stesso modo, nonostante il lavoro trasparente e instancabile di Giuseppe Conte, il Movimento 5 Stelle – vero argine alla deriva berlusconiana delle elezioni al Quirinale – è diviso dai capi-bastone reduci dal grillismo e compromessi da un malvoluto consenso al governo Draghi.

Tutto ciò rende il campo da gioco fangoso, pieno di insidie e luci a intermittenza, dove tra attimi di chiarezza e altri di oscurità non è chiaro fino all’ultimo chi sta con chi, come già accadde per il DDL Zan e per altri passaggi che metodicamente hanno segnato le prove generali di quello spettacolo che dal 24 gennaio andrà in scena nei Palazzi di Roma.

Forse sarebbe opportuno buttare il cuore oltre all’ostacolo, puntare sul Paese e sul dibattito pubblico e fare battaglia, come scrive Marco Furfaro, sul fatto che Berlusconi “ha, da presidente del Consiglio, piegato la politica ai suoi interessi economici e giudiziari”, o come dice Cuperlo dalle colonne di Repubblica “ha inquinato la Repubblica.., fra conflitti d’interesse e collusioni con la mafia e se dovesse farcela un minuto dopo non ci sarebbe più il governo”, o ancora, come suggerisce Bettini sul Manifesto e sul Fatto Quotidiano: “fare iniziativa politica con l’obbligo di un tentativo per trovare un presidente che abbia una forza politica”: ovvero avere un nome, una proposta; smettere di essere spettatori ed entrare nel ruolo di protagonisti.

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