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Calenda, Renzi e la vile tattica degli attacchi (personali) a Bettini

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Esiste un limite che la politica di questi giorni spesso travalica, e che nulla ha a che fare con la dialettica tra posizioni differenti, che implica il rispetto dell’avversario politico e quindi della persona. La vicenda romana in cui uno sprezzante Calenda (e non solo lui) si scaglia contro Goffredo Bettini denota decadenza e povertà di argomentazioni, nonché il permanere di una strategia già vista e ancora presente, seppur apparentemente archiviata dalla storia recente.

È il renzismo di ritorno, come evocato da Enrico Rossi in un suo recente post, teso a denigrare la persona e non il politico, alla ricerca del capro espiatorio attraverso il racconto di storie spesso di pura invenzione, tese a generare cliché, come quella che vedrebbe Bettini come il grande manovratore dietro le quinte.

Tutto stupidamente falso, tanto  più che Bettini avanza le sue proposte palesemente sulla scena e sotto i riflettori, senza dubbio alcuno e con forti argomentazioni e principi. Si ripete così il rito di una costante azione mediatica, più propria dell’avanspettacolo che di una campagna elettorale, spinti dalla volontà di “buttarla in cacciara” e cercare il litigio e lo scontro, per attivare le comari del main stream mediatico.

Fosse una trasmissione televisiva sarebbe paragonabile al format di Uomini e donne. Ma questa è la campagna elettorale della Capitale e, se vengono meno i valori fondanti della politica, con una drammatica assenza di argomenti, in grado di sviluppare dibattito acceso e pertinente sui temi, allora poi non ci lamentiamo se i cittadini si allontanano dalle urne.

Nessuno mette in dubbio che Goffredo Bettini sia uomo estremamente abile e che la sua iniziativa politica spesso abbia generato profili di leader in grado di occupare posizioni di potere, ma questo non può essere certo un demerito, altrimenti correremmo il rischio di affidarci alla mediocrità nel cambiamento.

La verità è che la sagacia spesso è pungente e l’ennesima azione di Bettini nel dibattito politico, tocca molte ferite scoperte, in quel grande e confuso campo che è il centrosinistra in Italia. Lo fa perché è uomo di cultura – non solo politica – ed è pertanto capace di stimolare nel dibattito politico nazionale nuove prospettive.

Si può anche dissentire nei principi, ma a lui dobbiamo la nuova fase che restituisce oggi un nuovo polo di impronta progressista tra M5S, Pd e Leu. A lui dobbiamo l’iniziativa forse più interessante degli ultimi mesi all’interno del Pd: quella di “Socialismo e cristianesimo” che sottolinea l’indispensabilità di una Sinistra nazionale dignitosa, della quale il Partito democratico deve farsi carico.

Forse Calenda, come molti altri anche all’interno del partito, sono così presi dal provincialismo tipico “dell’Italietta” da non accorgersi di un cambio di paradigma mondiale alle porte. Mi riferisco a un mondo in cui lo stesso Biden, e in generale tutto l’Occidente, hanno ben compreso che per opporsi in maniera decisiva al nazional populismo di Trump, Bolsonaro, Putin, Erdogan, serve radicalismo nelle risposte alle crescenti insofferenze di un’intera classe media, ormai ridotta – guardiamo le nuove generazioni – allo spettro delle nuove povertà, dell’ultra-precariato e dell’incolmabile distanza tra l’oligarchia economica dell’1% della popolazione e il restante 99%.

Questo del radicalismo è un concetto importante, molte volte sentito di recente nel Pd. Cuperlo ha evocato spesso, per esempio, la necessità di una giustizia sociale, di un ecologismo vero e non sbandierato, di una risposta alle fragilità sociali. Tutto ciò non è più rimandabile.

Ecco, il problema è che molti politici di questi temi si riempiono la bocca, Bettini queste cose le discute, certo, anche nelle sue piazze virtuali, ma la differenza è che tende a realizzarle.

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