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Il “whatever it takes” di Beppe Grillo per l’Ambiente

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Beppe Grillo. Credit: ANSA

Fin dai tempi più lontani e remoti del V-Day, Beppe Grillo aveva sempre dimostrato di essere diverso. Qualcosa di autonomo e indipendente. Ironia del destino, negli anni ha rappresentato l’antitesi del grillismo così come lo si intende tutt’oggi.

Quando nel 2013 il suo esercito di fortunati varcò le soglie del Parlamento non pretese le stelle del generale, ma gli bastò sventolare al Paese i suoi valori e le sue idee, che già reclamava con una certa insistenza nei suoi spettacoli teatrali.

Questa lunga distanza emotiva con i suoi discepoli nel tempo è stata poi esasperata dalle lotte intestine per la leadership, dalle battaglie legali sul simbolo e sulle espulsioni. Non c’è da stupirsi, dunque, che oggi buona parte dei parlamentari 5 Stelle accolga con un certo fastidio la virata del comico genovese verso il professor Draghi.

Nessuno è infatti riuscito a comprendere cosa sia realmente accaduto in questi due anni di governo pentastellato: un Movimento consumato dalle tensioni interne, da odi, invidie e gelosie che oggi sfociano inevitabilmente nelle analisi degli ultimi eventi. Come peraltro accade anche in altri partiti, ad esempio Forza Italia.

Non è un mistero che Mara Carfagna, Mariastella Gelmini e Renato Brunetta si siano allontanati da Berlusconi in questi ultimi mesi, fino a essere visti persino con “sospetto” dai loro colleghi forzisti. Per usare il gergo grillino (ma chi lo conosce bene sa che non è di Grillo) potremmo considerarli dei “dissidenti”.

Così come non è un mistero che l’ingresso di Giorgetti nel governo costituisca nella Lega una sorta di “stato di accusa” nei confronti del sovranismo di Matteo Salvini.

Allo stesso modo, nel Movimento si continua a puntare il dito contro Beppe, reo di aver trascinato i 5 Stelle in un governo senza Conte ma con dentro Matteo Renzi, mentre altri fanno notare che, nella nuova compagine, chi è rimasto con una misera casella ministeriale è proprio l’ex rottamatore.

Un altro dei nomi contestati dalla base grillina è quello del professor Cingolani. Un influente direttore di giornale “grillino” lo considera renziano, ma forse sfugge che proprio Cingolani era stato il nome proposto da Giuseppe Conte per la successione di Profumo in Leonardo. Non solo, sfuggono pure le continue partecipazioni dello scienziato ai meeting di Rousseau.

Eppure, mai come in questo momento il M5S sembra essere giunto alla resa dei conti. Si tratta di un approccio alla politica nel quale Beppe Grillo, a ragione, non vuole infilarsi.

Il fondatore del M5S per l’ennesima volta ha saputo cogliere un’opportunità di emancipazione, sulla falsariga della lezione inferta al Pd quando gli negò l’iscrizione alla sezione di Genova. Ecco, in questa visione, ciò che forse è realmente assente è il processo di maturazione non dei 5 Stelle nel suo complesso, ma dei nuovi eletti, mai stati realmente all’altezza della sfida che avevano di fronte.

In pochi, pochissimi, hanno compreso realmente il valore e il senso di ogni passo compiuto. Tanto che Grillo lo ha dovuto ricordare: “Now the environment. Whatever it takes”.

Leggi anche: 1. Se nel Pd le donne contano davvero, adesso un ministro uomo deve dimettersi e lasciare il posto a una collega (di Luca Telese) / 2. Donne del PD, ora basta: sfondiamo le porte che altrimenti resteranno chiuse (di Monica Cirinnà) / 3. Quella sinistra che dice No a Draghi: così l’opposizione non è un’esclusiva di Giorgia Meloni (di Giulio Cavalli)

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