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Migranti a Lampedusa, Med Hope a TPI: “L’isola è usata come una prigione a cielo aperto”

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 12 Apr. 2019 alle 17:39 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:59
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Immagine di copertina

“La nave di ieri, che pare sia partita dalla Tunisia, sottolinea come l’emigrazione e i flussi evolvano in rapporto alle scelte politiche che vengono fatte qui in Europa. E quindi il fatto che sia partita una imbarcazione di legno che avesse già raggiunto le coste siciliane ci mostra come comunque se le persone vogliono raggiungere l’Italia lo fanno. A prescindere dai meccanismi di salvataggio o contrasto che l’Europa o l’Italia mettono in piedi nel Mediterraneo”. A parlare a TPI è Alberto Mallardo, responsabile a Lampedusa di Mediterranean Hope, il progetto delle chiese evangeliche che da ormai 5 anni ha come avamposto un appartamento a poche centinaia di metri dal porto di Lampedusa, che commenta così lo sbarco di 70 migranti nel porto dell’isola siciliana l’11 aprile.

Come spiega Mallardo, se per un periodo i migranti hanno utilizzato un certo tipo di imbarcazioni, negli ultimi tempi sembra che si sia tornati a viaggiare su imbarcazioni più importanti, più resistenti, che permettono di reggere il mare e arrivare direttamente in Sicilia. Tant’è che la barca approdata sulle coste di Lampedusa è stata intercettata a venti miglia dalla Sicilia.

“Il fatto che li abbiano portati a Lampedusa può significare che l’isola venga usata un po’ come un luogo di detenzione a cielo aperto”, spiega ancora Mallardo. Questa per lo meno è la sua preoccupazione: “Magari mi sbaglio, ma mi sembra che li abbiano portati a Lampedusa perché geograficamente permette un controllo diverso”.

Subito dopo lo sbarco, il vicepremier leghista Matteo Salvini ha specificato che non si è trattato di un’operazione di soccorso, ma di polizia: i militari sono intervenuti per trasportare i migranti sulle coste italiane e accelerare così le procedure di espulsione. “Difficilmente questo riuscirà anche al ministro dell’Interno. Perché prima di tutto si dovrà valutare la situazione delle singole persone, a prescindere dalla nazionalità. Qualora questi migranti faranno domanda d’asilo, questa dovrà essere presa in carico dalle istituzioni”, spiega il responsabile di Mediterranean Hope.

La situazione nel Mediterraneo resta drammatica, soprattutto ora che in mare sono pochissime le Ong pronte a trarre in salvo chi attraversa il mare e tenta di arrivare sulle coste europee. “Negli ultimi mesi, a noi come Mediterranean Hope, ma anche alle altre organizzazioni che operano nel Mediterraneo, sono stati segnalati diversi naufragi e dispersi. Un paio di settimane fa abbiamo seguito una imbarcazione con a bordo 11 persone, partite dalla Tunisia: sono morti tutti, i corpi di alcuni di loro sono stati ritrovati circa una settimana dopo la loro partenza”, commenta il responsabile dell’organizzazione.

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La mancanza di Ong e di asset militari comporta l’impossibilità di sapere quello che succede in mare: “Sia che le persone naufraghino, sia che le persone arrivino, tutto è lasciato al caso. Tutto è lasciato al mare”.

Tutto rientra in un preciso disegno politico, secondo Mallardo. “È paradossale che quando le persone vengono salvate dalle Ong, vengono lasciate aspettare fino a venti giorni. Sulla pelle dei migranti salvati si fanno dei compromessi a livello europeo, delle negoziazioni. Mentre chi arriva autonomamente può evitare questo passaggio”, continua.

“Non c’è un meccanismo chiaro di ricollocazione in Europa, quindi ogni volta che una Ong salva qualcuno – ormai sono solo l’Alan Kurdi e Mediterranea – vediamo come sulla pelle delle persone salvate si aprono queste trattative a livello europeo per la distribuzione dei migranti”, spiega ancora Mallardo.

Mediterranea Hope, come federazione delle chiese evangeliche, è stata anche coinvolta direttamente nelle trattative per la gestione dei profughi salvati da Sea Watch a inizio gennaio: “Avrebbero dovuto mandare una decina di persone nelle nostre strutture in Italia, ma queste persone non sono mai arrivate. Quindi servirebbe una pianificazione reale per una ridistribuzione a livello europeo di chi viene salvato”.

Quello che dice Mallardo è che non si può aspettare che le persone siano in mare, di fronte Malta o a Lampedusa, per arrivare a un accordo: “Se ci fosse già un sistema per cui diversi stati volenterosi – o tutti gli stati – si prendessero delle responsabilità, non servirebbe trattare lasciando le persone in mare”.

Intanto i migranti continuano a essere intrappolati in Libia. “La situazione ora diventa sempre più critica: le persone sono state trasferite in alcuni centri di detenzione ufficiali, perché il conflitto si stava avvicinando. La situazione di pericolo aumenta di giorno in giorno e non sappiamo cosa potrà succedere”.

L’auspicio di Mediterranean Hope è che quelle 70 persone arrivate a Lampedusa vengano prese in carico e che le loro storie vengano valutate individualmente come previsto dalla Convenzione di Ginevra. “Sono persone di cui non conosciamo ancora la storia e non possono essere considerate tout court irregolari o migranti economici”, spiega ancora Mallardo, che continua smentendo ancora il vicepremier Matteo Salvini: “Anche se queste persone dovessero essere rimpatriate, di certo non succederà nel giro di un paio d’ore”. Quella di Salvini resta propaganda, ma bisogna tenere sempre l’attenzione alta e sperare che quella propaganda non si traduca in fatti.

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