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Cara di Castelnuovo di Porto: “Io e altri 107 italiani senza lavoro, ma a Salvini non interessa”

Juri Grillotti, 26 anni, coordinatore dei servizi del centro Cara di Castelnuovo di Porto perderà il lavoro a causa della chiusura del centro. Con lui altri 107 lavoratori

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 24 Gen. 2019 alle 13:04 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 01:27
Immagine di copertina

“A parte il modo disumano in cui sono stati trattati gli ospiti del centro, un lavoratore – e altri 107 come me – viene a sapere che tra 10 giorni perderà il lavoro: bam, porte in faccia. Anche il ministro Salvini che dice sempre ‘prima gli italiani, prima gli italiani’, poi ce ne sono 107 che rimangono in mezzo a una strada, ma non penso gli interessi”.

A parlare è Juri Grillotti, 26 anni, coordinatore dei servizi del centro Cara di Castelnuovo di Porto, in provincia di Roma, sottoposto a sgombero immediato il 22 gennaio scorso. La struttura dovrà chiudere entro il 31 gennaio e anche Juri perderà il lavoro.

Solo 48 ore di preavviso, poi la struttura sarà chiusa. Questo il tempo concesso ai richiedenti asilo ospitati al Cara di Castelnuovo di Porto il secondo più grande d’Italia dopo quello di Mineo, prima di essere distribuiti nelle strutture presenti in altre regioni.

Nel Cara al momento sono presenti 150 immigrati titolari di protezione umanitaria destinati però a perdere il diritto alla prima accoglienza a causa del decreto sicurezza (qui l’intervista al rappresentante della cooperativa Auxilium, che gestisce il centro).

Insieme agli ospiti del centro, però, anche i lavoratori della cooperativa Auxilium, ben 108, si troveranno in una situazione difficile e senza più un lavoro nel giro di pochi giorni.

“Lavoro in questo centro da giugno 2014, ossia da quando la cooperativa Auxilium ha preso possesso di questo stabile.S ono più di 4 anni. Noi ci vediamo tolto un lavoro da un momento all’altro. La cosa particolare è che a questo appalto sono legate anche molte altre persone, non solo io”.

Ci spiega meglio?

Questo appalto va avanti dal 2009, a seconda della società che gestisce l’appalto, i lavoratori vengono di volta in volta riassorbiti dalla società che vince l’appalto. Chiudendo definitivamente questo appalto, tutte queste persone perderanno il lavoro. Parlo di cinquantenni, sessantenni, coniugi.

Non vengono ricollocati.

Il problema è proprio questo, un conto è alla scadenza dell’appalto si fa un’altra gara e la società vincitrice li riassorbe, così come da normativa. Ma ora è diverso: la gara di appalto fatta mesi fa è stata annullata e chiudendo lo stabile saremo tutti a casa.

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Lei di cosa si occupa?

Sono il coordinatore dei servizi del centro, nella sostanza mi occupo degli ingressi, delle uscite, della logistica, della sistemazione delle persone nelle stanze.

Come sono cambiate le cose nel corso degli anni?

Siamo partiti con un numero molto stabile di ospiti, la convenzione per questo stabile prevede un numero massimo di 650 posti. Nei primi anni eravamo su queste cifre, poi siamo entrati a far parte del progetto rElocation, ora concluso, e avevamo continui ingressi e uscite. In fase di emergenza siamo arrivati ad avere anche 977 persone, per uno stabile, ripeto, convenzionato per 650.

Emergenza in concomitanza di sbarchi?

Sì, in concomitanza di quel periodo di due anni fa arrivarono una marea di persone, arrivavano direttamente da Lampedusa, nell’hotspot facevano i primi controlli e li portavano da noi. Arrivavano persone anche con la scabbia, che non sapevano cosa fosse l’Italia, gli abbiamo dovuto insegnare tutto.

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In questo modo è difficile da gestire numeri così alti.

No all’inizio no, terminato il progetto rElocation, in base al quale i migranti venivano ricollocati nel resto dell’Europa, gli ospiti stavano qui al massimo sei mesi e ripartivano, anche casi di chi arrivava la mattina e ripartiva la sera, stavano qui meno di 24h.

Terminato questo progetto di rElocation, siamo tornati ai richiedenti asilo. Siamo stati stabili intorno alle 7-800 persone. Fino a quando non sono arrivate più persone e siamo rimasti stabili su un numero di circa 550 persone.

Poi cosa è successo?

Dal nulla, venerdì è arrivata questa nota di trasferimento in cui dicevano che ne mandavano via 305, probabilmente perché vogliono chiudere questo appalto. L’appalto era per tre anni, scaduto ad aprile 2017 e poi prorogato di sei mesi in sei mesi.

Chiudere il centro significa far perdere il lavoro a 107 persone come me, non solo giovani, ma persone di tutte le età. Ci sono moderatori di 22 anni, c’è gente che fa parte delle categorie protette. Io sono della provincia di Frosinone e mi sono spostato qui per lavoro, ho casa qui in affitto.

In quanto tempo ha saputo di perdere il lavoro?

La cosa bella è che l’ufficialità non c’è, ma si sa. Non ho ancora letto un documento scritto. Un lavoratore scopre da un momento all’altro che sta per perdere il lavoro: bam, porte in faccia. Anche il primo ministro che dice sempre “prima gli italiani, prima gli italiani”. Poi ce ne sono 107 che rimangono in mezzo a una strada, ma non penso gli interessi.

Lei si sente abbandonato come gli ospiti del centro?

Non è stata data una soluzione, per gli ospiti è stata una cosa disumana, erano ben integrati nel territorio, anche le persone dei paesi limitrofi gli volevano bene, si facevano ben volere, abbiamo fatto lavori di volontariato.

Un centro così grande ha sempre delle criticità, gestire le problematiche non è facile e ci sono altri Cara che non funzionano.

Questo forse è uno dei pochi centri che funziona in Italia, siamo stati visitati da tutte le comunità dell’Europa e anche fuori dell’Europa, è venuto il primo ministro canadese, è venuto il Papa. Tante delegazioni sono venute qui per imparare come funziona l’accoglienza. Qui l’accoglienza era vera, purtroppo andrà a finire. Perché partire da uno dei pochi che davvero funziona e ha fatto scuola?