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Le foto dei malati di AIDS negli anni ’90 poco prima di morire

Nel 1993 il fotografo sudafricano Gideon Mendel ottenne il raro privilegio di passare qualche settimana in un ospedale londinese dedicato ai malati di AIDS

Di Camilla Palladino
Pubblicato il 3 Feb. 2018 alle 14:15 Aggiornato il 3 Feb. 2018 alle 14:18
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Negli anni ’90, nel pieno dell’epidemia dell’AIDS, se risultavi sieropositivo due erano le opzioni: o eri gay oppure eri un drogato.

Ed entrambe le etichette non erano propriamente tollerate in quel periodo.

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Nel 1993 il fotografo sudafricano Gideon Mendel ha ottenuto la rara opportunità di poter passare alcune settimane all’interno del reparto Charles Bell, all’interno del Middlesex Hospital di Londra, dedicato alle vittime dell’AIDS, e istituito dalla principessa del Galles, Lady Diana, nel 1987.

Le forti fotografie ritraggono la realtà della convivenza con una malattia che, al tempo, non aveva ancora alcuna via d’uscita.

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A differenza della maggior parte dei fotografi di allora, che osavano fotografare i pazienti solamente dietro la parete di vetro protettiva, Gideon Mendel fece un passo in avanti, allontanandosi dalla rappresentazione dei malati di HIV e AIDS come “pallidi e morenti scheletri”, come scrive deMilked.

Mendel, piuttosto mostra l’amore che le persone irradiavano nei momenti precedenti alla morte.

“Penso che le persone si sentissero come se fosse arrivato il momento di aprirsi, e smettere di sentirsi così abbattute e nascoste”, ha affermato Mendel.

Storicamente, l’inizio dell’epidemia dell’AIDS viene fatto risalire al 1981, quando negli Stati Uniti venne riconosciuto un nuovo virus in alcuni pazienti.

In realtà l’infezione aveva già colpito alcune persone, ma era sempre stato diagnosticato male e scambiato per qualche altra malattia.

Da allora, l’AIDS conobbe una diffusione esponenziale a livello mondiale, e per molti anni venne considerata un’infezione mortale, dal momento che il tasso di mortalità sfiorava il 100 per cento.

Oltre alla paura della morte, poi, il terrore di essere contagiati nasceva dal legame a doppio filo che si instaurò tra la malattia e la discriminazione dei malati, etichettandoli come trasgressivi e scandalosi.

Infatti il virus venne per anni accomunato alle persone gay o al consumo di eroina. Come se un qualunque uomo, lucido ed eterosessuale, non avesse avuto la possibilità di ammalarsi.

Ad oggi, l’AIDS è una malattia tutt’altro che debellata, però dal 1996 è stata scoperta una combinazione di farmaci che permettono di bloccare il virus, impedendone lo sviluppo nell’organismo.

E, sebbene i pregiudizi esistano ancora in piccola parte, non è più un’infezione così stigmatizzata, anche grazie al nuovo livello di tolleranza instauratosi nella società odierna.

A proposito della sua serie fotografica, comunque, Mendel racconta che, nonostante la discriminazione esistente negli anni ’90, l’attenzione e la cura del personale dell’ospedale erano straordinarie: gli infermieri formavano stretti legami con gli sfortunati che si ammalarono poco prima che i trattamenti diventassero disponibili.

I quattro uomini su cui Mendel focalizzò il suo progetto morirono poco dopo che le foto furono scattate.

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