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Dominic Miller, braccio destro di Sting, racconta il suo ultimo album “Silent Light”

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Dominic Miller. Credit. Kevin Ben Alì Zinati

Davanti a migliaia di persone sui palchi più prestigiosi del mondo o di fronte ad un pugno di appassionati jammando con l’amico chitarrista e commuovendosi per la voce pazzesca della figlia.

Dominic Miller vive così, in perfetto equilibrio tra professione e passione, tra il frastuono del (dis)ordine e la potenza del silenzio, tra una vita passata chitarra in mano al fianco di Sting e una carriera come frontman di se stesso.

Dominic Miller è nato in Argentina ma è cittadino del mondo. Ha vissuto in Inghilterra, in Sud America e in Francia e da oltre 25 anni è il braccio destro di Sting. Dopo la collaborazione in “The Soul Cages” del 1991, è presente praticamente in ogni progetto, concerto o apparizione live dell’ex Police.

Con Sting non condivide solo il palco, ma anche una sintonia musicale e una sconfinata curiosità artistica che l’hanno portato a seguirlo anche nell’ultima, e per certi versi inaspettata, collaborazione con Shaggy, arrivata anche sul palco di Sanremo. 

L’affascinante dualismo di Dominic Miller ha trovato spesso giusta dimora in Italia, e specialmente a Bologna, città in perenne simmetria tra i tamburi delle 4 di notte e l’armonia dietro l’angolo.

Quell’angolo dietro cui c’è lo storico Bravo Caffè, una delle tappe italiane dove, con gli amici Nicolas Fiszman (basso) e Miles Bould (batteria), il «fratello minore» di Sting ha portato “Silent Light”, il suo ultimo delicatissimo album. 

Più di un anno di Silent Light, dunque. Come sta andando?

Il tour è grandioso, sto girando con i migliori musicisti che potessi immaginare. Non suoniamo solo canzoni dell’album ma facciamo tante cose. Per me fare un tour solista è come fare una sorta di celebrazione della musica che mi piace. Facciamo un po’ di cose di Sting, un po’ di Beatles, un po’ di Bach.

La tradizione di Bach l’ha ispirata molto.

Assolutamente sì, così come i Beatles stessi e a 360 gradi un po’ tutta la cultura rock anni 60-70.

Che posto ha la cultura argentina nella sua musica?

Ciò che più di tutto mi è rimasto dell’Argentina è la musica di folklore. Non il tango ma la musica di chiesa, che è diversa da quella tedesca: è più come una danza. È una musica davvero profonda. Crescendo poi ho cominciato ad ascoltare un po’ di samba argentina che, con il rock americano e al blues anglosassone, mi hanno molto colpito.

Da oltre 25 anni gira il mondo con Sting. Dove ha trovato il tempo per “Silent Light”?

Una parte l’ho composta mentre ero in tour ma il nucleo centrale l’ho creato durante la pausa. Ho avuto un mese di stacco, sono tornato a casa e in poco tempo è nato tutto.

Quindi non ha mai staccato.

In realtà sì. Gran parte di “Silent Light” l’ho pensato sulla mia bicicletta mentre viaggiavo. Vivo in Provenza, amo andare in bici, faccio 20 chilometri ogni giorno e in quel silenzio scrivo gran parte della mia musica, senza la mia chitarra. Anzi non è musica ma è concetto. La prima cosa a cui penso è il ritmo, il motivo, penso prima di tutto ad un’idea, ad un concetto, ad un contesto o a dei sentimenti che voglio mettere in musica.

Cosa c’è alla base di “Silent Light”?

Stavo provando ad esplorare lo spazio del silenzio. Quando sei in una conversazione con tua moglie o con la tua ragazza ci sono dei momenti in cui nessuno dice nulla e trovo che proprio in quel silenzio venga detto tantissimo. Sono momenti in cui davvero ci si capisce l’uno con l’altro. Credo che la verità viva nel silenzio. Il primo pezzo dell’album infatti si chiama “What you didn’t say” e “quello che non hai detto” è probabilmente la verità, che sia che mi ami o che mi odi.

Nelle date del suo tour solista l’Italia è una tappa fissa.

Certo, qui c’è un sacco di lavoro per me ed è grandioso. Ma soprattutto amo la cultura italiana. Sento tante differenze, sentimenti e attitudini diverse tra nord, centro e sud e questa varietà mi piace. Come in Argentina, voi italiani siete fanatici di sport, amate stare fuori all’aperto e le vostre famiglie sono sempre insieme con altra gente attorno, come se celebraste tutti i giorni la vita. C’è un fortissimo spirito di comunità e mi identifico molto in questo. Mi ricorda molto l’Argentina.

Restando in Italia, ha suonato con Sting anche sul prestigioso palco di Sanremo. Come è andata?

Sanremo è stato bello ma è folle. La verità è che non amo tantissimo quell’atmosfera, è un grande spettacolo tv, c’è un sacco gente che aspetta, un sacco di gente che vuole diventare famosa. Non è la mia tazza di tè, è il mio lavoro.

Ci ritornerebbe?

Lo farò, perché è il mio lavoro. Ma non ci tornerò per passare una bella serata.

Sting sta promuovendo l’album “44/876”, realizzato insieme a Shaggy. Come è stato lavorare con lui?

Mi piace molto Shaggy, è un ragazzo davvero molto intelligente e divertente. È un grande ambasciatore della dancehall e del reggae nel mondo, forse il più grande. Ovviamente Bob Marley è l’Elvis del reggae ma Shaggy è riuscito a trasformare questa musica in qualcosa di più accessibile per le culture più giovani, soprattutto in America e nella scena newyorkese. Anche perché ora molta musica reggae è prodotta a New York, Shaggy è un americano-giamaicano e in un certo senso l’ha americanizzato, credo sia cool.

Si sarebbe mai aspettato una collaborazione tra loro due?

Quello tra Sting e Shaggy è un mix molto interessante. Un sacco di gente potrebbe facilmente dire “Perché Sting fa questo, perché fa quello?”. Sapete una cosa? Sting ama lavorare con le persone e ama sorprenderle. Io lo supporto al 100% in questo. Non è così importante con chi collabora perché le persone che gli piacciono sono concentrate e hanno passione, queste idee piacciono anche a me e quindi voglio esserci.

Domanda scontata ma inevitabile: com’è lavorare con Sting da così tanto tempo?

È fantastico. È come il mio fratello più grande, siamo molto connessi e siamo come una “famiglia”. La cosa interessante è che non siamo così vicini come persone ma musicalmente siamo come telepatici.

È strano sentirlo dire dopo una collaborazione lunga oltre 25 anni. Che differenze ci sono tra di voi?

Sicuramente Sting è molto più ricco di me (ride). A parte gli scherzi, ci sono differenze e similitudini. Sicuramente abbiamo entrambi una passione per l’eccellenza nella musica. La differenza è che… in realtà non lo so. È strano e difficile dire quali siano le differenze perché non conosco Sting così bene come persona. Non voglio entrare nella sua vita. Lavoro con lui, non ho bisogno di essere suo amico perché è come se fossimo fratelli. Non puoi essere il migliore amico di tuo fratello, siete fratelli, vi amate a vicenda. Io voglio molto bene a Sting, c’è fiducia, totale lealtà e amore incondizionato ma non posso essere amico di mio fratello.

Una volta ha detto che se Sting dovesse averle rubato qualcosa si tratterebbe probabilmente del senso per l’armonia. Cosa crede di aver rubato lei ad una leggenda come Sting?

Vi dico la verità, gli ho rubato una delle sue giacche.

Prego?

Lo giuro. Dopo un concerto o una sessione di prove stavo fumando una sigaretta e lui non l’ha voluta più indietro perché puzzava di fumo così gliel’ho presa.

Nient’altro?

A parte gli scherzi, ciò che penso di avergli “rubato” è il senso dell’arrangiamento, il modo in cui forma e costruisce musica. Una volta mi disse una cosa molto interessante che è entrata nella mia filosofia da musicista strumentale. Mi disse “quando scrivi una canzone e arrivi al chorus, al ritornello, devi meritartelo, non puoi semplicemente balzarci, non puoi andarci senza una narrativa che ti porti lì”. Credo che questa sia una cosa molto forte. Quando scrivo musica per chitarra prima di andare alla sezione successiva mi chiedo “me lo sto meritando di andare lì?”. Lui parlava dell’aspetto testuale ma credo ci sia un grande aspetto narrativo nella musica strumentale: è una storia, una bellissima storia. Questo mi ha insegnato Sting.

Suo figlio Rufus suona regolarmente con lei e Sting, sua figlia Misty ha già registrato un album e ha cantato con lei anche a Bologna mentre suo figlio più piccolo, Pablo, ha appena iniziato a suonare. Ha fatto loro da maestro?

Poco, più che altro ho insegnato loro come insegnare a loro stessi. Ho insegnato loro cose non tanto sulla musica quanto sulla filosofia di cosa sia la musica. A mio figlio Rufus, per esempio, piacciono il rock, il metal o il punk che non sono molto vicini ai miei gusti ma posso dargli consigli su come costruire quella musica e su cosa ascoltare. Altre volte gli mostro modi alternativi per suonare qualcosa ma non sono proprio un insegnante.

Crede sia troppo difficile, da padre, insegnare ai propri figli?

Credo sia molto difficile, è una cosa molto personale. Mio figlio Pablo l’ho mandato da un altro insegnante, Alex, un ragazzo francese che vive nella mia città, non è un professionista ma mi piace come suona. Può mostrargli bene le basi. In Inghilterra ho mandato mio figlio Rufus da un amico, Gus Isidore, che suonava con Seal. Credo sia meglio mandarli da altri, loro poi possono mostrarti altre cose con la chitarra che non conoscevi. 

A proposito di chitarre, come ha preso il fallimento della Gibosn, la storica azienda della mitica Les Paul?

Ci sono diverse ragioni ma credo che la principale sia l’abbassamento degli standard di produzione. Non potendo usare materiali come il mogano, perché illegale, oggi si usano materiali economici. Tutti sanno che se vuoi una Gibson che suoni bene devi prenderne una degli anni 60 o 70.

Suona indifferentemente davanti a migliaia di persone o centinaia: cambia il suo approccio sul palco?

Sì, c’è una grande differenza. Davanti a centinaia di migliaia di persone non sono nervoso perché l’intera serata non riguarda me, riguarda tutti, io sono solo una piccola parte. Non sento la stessa pressione. È stata una grande sorpresa quando ho iniziato a suonare con Sting, ero molto nervoso al mio primo concerto, in Uruguay, stavo tremando. Ma davanti a me ho visto la gente impazzire, ballare e scatenarsi e ho pensato “stai calmo, non devi provare niente a nessuno, devi solo suonare”. Davanti a poche persone invece guardo la gente dritta negli occhi, è come se mi dicessero “ok Dominic Miller, fammi vedere cosa sai fare”. Tutti guardano me, magari ci sono anche chitarristi che osservano e commentano come metto le dita. Ma comunque è così, è giusto che sia così, non faccio musica per musicisti ma per la gente che ama la musica, per me stesso e per i miei amici. Spesso la paura è una maestra potente, insegna un sacco di cose.

I suoi prossimi progetti?

Ho appena registrato un nuovo album che uscirà a febbraio. Quest’anno poi saremo veramente impegnati con il tour di Sting, in Italia e anche in Europa, mentre l’anno prossimo sarò in tour con il mio nuovo album.

Qual è il sogno di Dominic Miller?

Il mio più grande sogno è avere un ruolo importante come padre e marito. È anche il sogno più difficile da realizzare perché la mia passione per la musica si mette sempre in mezzo.

A cura di Kevin Ben Alì Zinati

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