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Come Minneapolis ha sconfitto l’Ice di Donald Trump

Immagine di copertina
Credit: AGF

Gruppi auto-organizzati dal basso e suddivisi per quartiere, vedette armate di fischietti e collegate ai social e cittadini pronti a documentare le proteste con l’appoggio delle istituzioni locali. Ecco come l’agenzia Usa anti-immigrati ha perso la partita in Minnesota

Il Bishop Henry Whipple Building è un edificio di proprietà federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis, e da tempo ospita il quartier generale in Minnesota della Immigration & Customs Enforcement degli Stati Uniti, l’ormai famigerata agenzia ICE agli ordini del presidente Donald Trump. Oltre a uffici amministrativi e strutture di smistamento ed elaborazione dati, al piano interrato contiene anche un centro di detenzione. Ma non è la prima volta nella storia degli Usa che questo luogo viene usato come campo di reclusione.
Molto prima che il Minnesota fosse ammesso come trentaduesimo stato federale (nel 1858) e che il nonno dell’attuale presidente Friedrich Trumpf emigrasse Oltreoceano dalla Germania (nel 1885), la confluenza tra i fiumi Mississippi e Minnesota, dove oggi sorge l’aeroporto di Minneapolis, si chiamava “Bdóte” ed era considerata sacra al popolo Dakota. Nel 1862 però, dopo la cosiddetta “Guerra del Piccolo Corvo”, gli Stati Uniti realizzarono a Fort Snelling, costruito nel 1805 come presidio militare in “territorio indiano”, un campo di concentramento per i nativi da deportare nelle riserve del Sud Dakota e del Nebraska. Qui sorge oggi il quartier generale regionale dell’ICE, in un edificio dedicato alla memoria del vescovo Henry Whipple, un acceso oppositore della deportazione e del genocidio dei Dakota. Ma è sempre da qui che, dopo aver registrato due vittime, i dimostranti anti-ICE hanno vinto la loro battaglia contro l’operazione “Metro Surge” degli uomini mascherati del presidente Trump.

Osservatorio legale
Tutto è cominciato ad agosto quando gli attivisti contrari alle politiche anti-immigrati della Casa bianca hanno stabilito un presidio fisso davanti al Whipple Building. L’edificio ha due soli punti d’accesso e si trova in un’area isolata, con alle spalle l’aeroporto e di fronte due autostrade, la Minnesota State Highway 62 e la 5, che si incrociano nei pressi dello scalo aereo, alla confluenza tra i due fiumi.
La posizione del quartier generale dell’ICE ha favorito la campagna “Whipple Watch”, condotta per mesi da residenti e attivisti per i diritti civili, che hanno raccolto informazioni sui convogli di agenti inviati a Minneapolis e Saint Paul; sul trasferimento degli immigrati all’interno del centro di detenzione e verso l’aeroporto; su giorni e orari dei turni di pattuglia e sui veicoli utilizzati per le retate. Tutti dati raccolti in un database creato da abitanti e organizzazioni locali al servizio di un osservatorio legale delle operazioni condotte dalla US Border Patrol di Gregory Bovino e altre agenzie federali del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale come l’ICE.
Il sistema è attivo in tutti gli Stati Uniti, dove migliaia di genitori, insegnanti, membri di organizzazioni religiose e civili si sono preparati con veri e propri corsi di formazione per capire come intervenire legalmente quando assistono all’arresto di un presunto immigrato irregolare. Molti gruppi si sono organizzati in vari Stati per documentare le azioni degli agenti federali e avvisare i vicini della loro presenza. Immigrati, attivisti e residenti hanno creato apposite “hotline”, sia telefoniche che social e un sistema di verifica che monitora le attività di agenzie come l’ICE nelle proprie comunità. Prima dell’escalation voluta da Donald Trump, un sistema simile operava anche nelle città gemelle del Minnesota, in cui i testimoni di eventuali irregolarità e violenze da parte degli agenti potevano segnalare l’accaduto su appositi gruppi. Una volta verificate le informazioni, queste venivano poi diffuse tramite gli stessi mezzi per mobilitare residenti e attivisti nelle vicinanze. Una rete che, nel secondo semestre dell’anno scorso, ha funzionato talmente bene a Minneapolis e Saint Paul che all’inizio di dicembre l’ICE ha rinunciato alle retate in grande stile per passare alle perquisizioni e ai controlli a tappeto per le strade.

Escalation letale
Un clima favorito dal dispiegamento in forze deciso dal governo federale, che negli ultimi due mesi ha portato fin quasi a tremila gli uomini dell’ICE schierati nelle due città, nell’ambito di un’ondata di arresti e deportazioni che ha interessato diverse località del Minnesota. Un vero e proprio assedio, considerando che i dipartimenti di polizia di Minneapolis e Saint Paul non contano più di 600 agenti ciascuno. Un’evoluzione nelle strategie degli uomini mascherati di Trump che ha obbligato anche gli attivisti ad adattarsi con metodi di risposta più veloci. Intanto però la violenza aveva superato ogni limite.
L’escalation infatti ha alimentato le proteste e la brutalità della repressione ha provocato le prime vittime. Gli agenti non si sono infatti limitati ad arrestare anche cittadini statunitensi sospettati di essere immigrati nel Paese; minacciare e malmenare attivisti e giornalisti (persino della Rai); rompere i finestrini delle auto per tirare fuori di peso le persone; e spruzzare contro di loro spray urticante. Il 7 gennaio scorso, la poetessa 37enne e madre di tre figli, Renee Nicole Macklin Good, è stata uccisa dall’agente Jonathan Ross mentre lasciava con la sua auto un posto di blocco. Dopo avergli sorriso, le sue ultime parole dirette all’assassino sono state: «Non ce l’ho con te». Pur essendo ancora viva diversi minuti dopo la sparatoria, le è stata negata un’immediata assistenza medica. Il 14 gennaio poi il cittadino venezuelano Julio Cesar Sosa-Celis, fermato per un controllo anti-immigrati, è stato ferito a colpi di arma da fuoco a una gamba da un altro agente dell’ICE. Quindi il 24 gennaio l’infermiere 37enne, Alex Jeffrey Pretti, è stato ucciso dopo essere stato immobilizzato e disarmato da vari agenti mentre cercava di soccorrere una donna. Le sue ultime parole sono state proprio per lei: «Stai bene?», chiese la vittima prima di essere abbattuta con 10 colpi di pistola dagli agenti Jesus Ochoa e Raymundo Gutierrez. Infine il 31 gennaio l’immigrato messicano Alberto Castaneda Mondragon è stato ricoverato in terapia intensiva presso lo Hennepin County Medical Center, dove è stato trasportato da alcuni agenti dell’ICE, che hanno provato a giustificare le fratture multiple al cranio e al viso dell’arrestato durante la custodia. Seppur ammanettata, si legge nel rapporto ufficiale, la vittima avrebbe sbattuto di proposito la testa contro un muro nel tentativo di sfuggire al fermo, una versione contestata dai sanitari alla luce delle ferite riportate.
L’aumento di truppe e dei singoli controlli per strada, unito all’indignazione popolare per le violenze perpetrate contro la popolazione locale, ha cambiato anche la protesta.

usa minnesota minneapolis come sconfitto ice donald trump

Reazione rapida
In tutta Minneapolis e a Saint Paul sono nati gruppi su Whatsapp, Signal, Telegram e altre app di messaggistica e social, che via via hanno visto crescere i propri iscritti. Il primo è stato organizzato nel Southside di Minneapolis, dove hanno cominciato a moltiplicarsi le segnalazioni. All’aumentare delle violenze però gli iscritti hanno cominciato a fronteggiare direttamente l’ICE: oltre a filmare gli arresti, bloccavano il passaggio degli agenti e dei loro veicoli. Un esempio seguito in tutta la città, dove piano piano sono nate chat room organizzate per quasi ogni zona di ciascun quartiere.
La capillarità del sistema di segnalazione, arrivato in alcuni casi a monitorare incroci nel raggio di appena un chilometro, ha consentito agli utenti interessati di rispondere direttamente e nel giro di pochi minuti alle segnalazioni nelle vicinanze. Ogni gruppo, di massimo mille persone, è gestito da una squadra di “coordinator” che si alternano su più turni per monitorare le segnalazioni, verificarle e girarle nelle apposite chat, il che ha permesso la creazione di vere e proprie pattuglie volontarie di “osservatori dell’ICE”. Questi riescono a coprire intere aree della città, raccogliendo informazioni sulla presenza degli agenti federali e annotando le targhe dei veicoli di passaggio e la loro direzione di marcia. Così gli attivisti hanno potuto seguire gli uomini mascherati di Trump, a partire dalle segnalazioni inviate da Whipple Watch fino alla destinazione dei raid dell’ICE.
Con l’uso di app di messaggistica criptata, di un database consultabile delle targhe dei veicoli usati dagli agenti e di software per la navigazione, i volontari elaborano infatti le informazioni e le girano in tempo reale, anche in spagnolo, a chi è sul campo armato di fischietti, clacson e smartphone per avvisare dell’arrivo dell’ICE e documentarne le azioni. Grazie a un sistema a staffetta, pattuglie e convogli dell’agenzia federale vengono pedinati da più “osservatori”, ciascuno lungo un percorso all’interno della propria area di competenza. Così ogni controllo in strada, posto di blocco, raid o retata è diventato un’occasione di protesta. Questo ha ostacolato le attività dell’ICE, che ha dovuto rivedere le proprie operazioni a tappeto in interi quartieri finché la stessa Casa bianca ha deciso di estromettere Bovino, di inviare a Minneapolis il cosiddetto “Zar del Confine” Tom Homan e di collaborare con il sindaco Jacob Frey e con il governatore del Minnesota Tim Walz. Intanto i vertici dell’agenzia hanno ordinato ai propri uomini di «non comunicare né interagire» più con i manifestanti e Homan ha annunciato il ritiro di 700 agenti federali da Minneapolis. Inoltre lo stesso Trump ha annunciato il ritiro delle sue truppe mascherate da tutte le città «mal governate dai democratici», assicurando che non interverranno «a meno che e finché non ci chiederanno aiuto» («Dovranno chiedere per favore»). Al contempo, il presidente ha disposto una «energica protezione» delle proprietà federali dagli «insorti», se necessario con il coinvolgimento non solo dell’ICE e della Border Patrol di Bovino ma anche del Pentagono, e ha ricordato alle amministrazioni locali che hanno «il dovere di proteggerle».

Sostegno istituzionale
L’opposizione delle autorità locali alle politiche anti-immigrati del presidente Donald Trump è stata infatti cruciale a Minneapolis. Il sindaco Frey ha chiesto più volte all’ICE di lasciare la città, affermando anche in una telefonata con il presidente Usa di non essere disposto ad applicare le leggi federali in materia di lotta all’immigrazione. Il governatore Walz invece, da parte sua, ha chiesto ai manifestanti di non smettere di scendere in piazza pacificamente ma di documentare e segnalare ogni atto di violenza da parte degli agenti federali.
Non si tratta però solo di politica. Infatti proprio Bovino si è più volte lamentato con i media della mancanza di appoggio da parte delle forze di polizia locale, che invece si è presentata ed è stata puntualmente estromessa dalle indagini sui luoghi degli omicidi di Renee Good e Alex Pretti.
Sembra paradossale visto quanto accaduto proprio a Minneapolis nel maggio 2020, quando l’agente Derek Chauvin uccise il 46enne afroamericano George Floyd, immobilizzandolo a terra per nove minuti con il ginocchio sul collo dopo essere intervenuto insieme ad altri tre agenti per una presunta banconota da 20 dollari contraffatta. Allora le proteste sfociarono in giorni di violenze, il colpevole fu condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo e la politica locale avviò una riforma dell’intero corpo di polizia. Quest’ultimo fu descritto, in un rapporto pubblicato nel giugno 2023 dal Dipartimento di Giustizia statunitense, come avvezzo a ricorrere «regolarmente a una forza letale irragionevole»; a vendicarsi «illegalmente contro chi osserva e registra le loro attività»; e incapace di «disciplinare adeguatamente la cattiva condotta degli agenti», che in alcuni casi adottavano persino la pratica «intrinsecamente pericolosa e quasi sempre controproducente» di sparare alle auto in movimento.
Eppure oggi, proprio il capo della polizia di Minneapolis, Brian O’Hara, nominato nel novembre 2022, ha definito la situazione «insostenibile», criticando in televisione alla Cbs le tattiche «indisciplinate, pericolose e poco professionali» degli agenti dell’ICE, che mettono a rischio gli sforzi di riforma del suo stesso dipartimento. «Ora siamo noi a cercare di difendere i diritti delle persone, di protestare, di urlarci contro, di registrare le azioni della polizia e di criticarci senza degenerare, cercando di proteggere la dignità umana», ha ammesso alla rivista The Atlantic. «È incredibilmente ironico». Un’altra vittoria della protesta contro Trump, che aveva attaccato a più riprese il movimento Black Lives Matter nato dopo l’omicidio di George Floyd, definendolo «un simbolo di odio»; «un’organizzazione marxista»; e un covo di «teppisti (…) in cerca di guai» con un «nome terribile». Intanto in tutti gli Usa nascono nuovi gruppi di “osservatori” dell’ICE mentre l’ultima hit di Bruce Springsteen, “Streets of Minneapolis”, ispirata alle ballate della contestazione anni Sessanta, scala le classifiche musicali. «Stay free», restate liberi, è l’appello del Boss. Le città gemelle del Minnesota hanno mostrato come, anche se a costo di grandi sacrifici.

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