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Home » Esteri

Le armi chimiche sono solo un pretesto, ecco perché Trump ha deciso di attaccare la Siria

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La mossa del presidente Usa è figlia della disastrosa politica mediorientale di Obama e i rapporti con Mosca non sono affatto compromessi. Il commento di Giorgio Ferrari

Le armi chimiche, la strage di bambini purtroppo sono solo un pretesto. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In attesa di elementi che possano chiarire chi disponeva di quell’arsenale, in quali mani fosse finito nonostante dal 2014 ufficialmente non dovessero esserci più armi chimiche in Siria, un paio di elementi sembrano per lo meno difficili da confutare.

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Il primo è di ordine geopolitico. La mossa a sorpresa di Donald Trump è figlia naturale della disastrosa politica mediorientale di Barack Obama e segnatamente della sua rinuncia – solo formalmente affidata al veto del Congresso – a intervenire in Siria nel momento in cui Bashar al-Assad aveva oltrepassato quella linea rossa che Obama stesso aveva tracciato.

Una politica disastrosa, che si è sommata all’ambiguità dell’Europa e di tutte le cancellerie occidentali, che dal 2011 a oggi hanno distolto lo sguardo dal mattatoio iracheno-siriano contando sul fatto, assolutamente improbabile, che il regime di Assad implodesse e cadesse da solo, ottenendo viceversa da un lato il ritorno della Russia come potenza politica e militare nei mari caldi e dall’altro di ampliare a dismisura l’influenza dell’Isis e la sua presa sul territorio.

Difficilmente si è assistito a una simile Waterloo diplomatica. L’attacco di Trump – un affondo isolato, si affrettano ora a dire al Pentagono – è certamente un’inversione di tendenza, le cui conseguenze tuttavia sono imponderabili.

Ma c’è un secondo elemento che ci obbliga a riflettere: cinquantanove missili da crociera Tomahawk che solcano lo spazio aereo di un paese sovrano diretti alla base militare siriana di Shayrat nella provincia di Homs – da dove sarebbero partiti i raid con armi chimiche del 4 aprile scorso sulla zona di Idlib, che hanno causato la morte di almeno 86 persone tra cui 30 bambini – non passano inosservati.

Soprattutto non sono certamente sfuggiti ai russi, presenti in forze sul territorio siriano e assolutamente in grado di intercettare quei vettori. Ma ciò non è accaduto. È vero, Mosca era stata preavvertita del raid americano, ma sostanzialmente ha preferito distogliere lo sguardo.

La sensazione è che le proteste, le minacce di ritorsioni, le convocazione urgenti all’Onu (peraltro un organismo di fatto spodestato da lungo tempo di ogni efficacia) non siano altro che una liturgia obbligata quanto sterile. Quello che conta è il messaggio.

E il messaggio, quei 59 Tomahawk, a noi pare chiarissimo: l’America di Donald Trump rientra nel gioco, il dialogo con Mosca, al di là delle proteste del Cremlino, non è affatto compromesso, l’attacco aereo sulla Siria è un duplice monito alla Corea del Nord e all’Iran sulla rinnovata capacità americana di intervento anche senza l’egida dell’Onu e contemporaneamente un segnale a Putin perché riesamini le conseguenze del suo sostegno incondizionato al regime di Damasco.

Una partita pericolosa, quella che Trump ha cominciato a giocare, non esente da rischi. Una partita che casualmente (casualmente?) ha preso avvio appena dopo la rimozione dal Consiglio per la sicurezza nazionale del controverso Steve Bannon e che fatalmente finirà per allungare la guerra, che in sei anni è costata già 400mila morti e cinque milioni di profughi.

Con uno spettro sullo sfondo che nessuno ha voglia di guardare negli occhi: quello di una Siria senza Assad che diventa prateria incontrollata e ghiotta preda per tutte fazioni in armi. Esattamente come in Libia.

— LEGGI ANCHE: COSA POTREBBE SUCCEDERE ADESSO CHE GLI STATI UNITI HANNO ATTACCATO LA SIRIA

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