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“In Rep. democratica del Congo costretti a sospendere le attività ma la nostra lotta contro Ebola non finisce”, Medici Senza Frontiere a TPI

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 3 Mar. 2019 alle 16:53 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:36
Immagine di copertina

Medici Senza Frontiere (MSF) ha sospeso le sue attività nel centro di trattamento di Ebola a Butembo, in Repubblica Democratica del Congo, dopo un attacco da parte di aggressori non identificati, che hanno appiccato il fuoco ad alcune aree della struttura e ad alcuni veicoli.

Le équipe si sono trovate costrette a sospendere le attività, per la seconda volta in una settimana, a pochi giorni dalla chiusura di un altro centro nel distretto di Katwa, dove tutto il personale è stato evacuato a causa di un incendio in cui una persona ha perso la vita mentre fuggiva.

I pazienti sono stati trasferiti nei vicini centri di trattamento che MSF gestisce in altre due città dell’area, mentre quelli che erano in cura nel centro di Butembo sono scappati. Succede in Nord Kivu, una delle 26 province della RDC, epicentro dell’epidemia di Ebola più grave che il paese abbia mai conosciuto da quando è esplosa per la prima volta nel 1976, dove da mesi i cosiddetti ribelli delle “Forze Democratiche Alleate” uccidono e compiono razzie nei confronti della popolazione locale per il controllo delle risorse del territorio.

Nonostante non sia chiaro se ad attaccare i centri per il trattamento di Ebola di Butembo e Katwa siano stati i ribelli o la popolazione locale, la presenza di questi gruppi ha ostacolato la risposta all’epidemia fin da quando è stata dichiarata sette mesi fa, il primo agosto del 2018.

Ruggero Giuliani è un medico infettivologo, lavora con MSF dal 2005 e ha svolto missioni in Zambia, Etiopia, Sudafrica, Liberia e Mozambico. Nel 2014 ha affrontato l’epidemia di Ebola dell’Africa Occidentale a Monrovia, che aveva ucciso circa 10.700 persone, un record senza precedenti nella storia del virus.

Ha raccontato a TPI perché la sospensione delle attività in questa fase dell’epidemia è pericolosa e quali sono le difficoltà che s’incontrano nel curare il virus in una zona di conflitto.

“La sospensione delle attività ha delle implicazioni gravissime sulla gestione dell’epidemia, in cui l’apporto di cure continue e il controllo sui pazienti è fondamentale. Siamo preoccupati per i pazienti che erano in cura nei nostri centri, adesso più vulnerabili, e per i loro parenti. Il primo pensiero va sempre a loro. Hanno dovuto interrompere le cure, e molti sono scappati, non si sa ancora dove sono finiti. Questo è pericolosissimo”.

La trasmissione del virus avviene attraverso il contatto umano, e una persona è contagiosa dal primo momento in cui lo contrae. Se una moglie assiste il suo congiunto quando manifesta i primi sintomi, si ammala anche lei.

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Per questo, oltre alla cura, nella strategia di contenimento del virus è fondamentale monitorare tutti i contatti più prossimi alla persona colpita per isolarli appena manifestano i primi sintomi. Ma i gruppi armati che controllano la zona impediscono agli operatori di avere facile accesso al territorio e monitorare la situazione in modo costante.

“In una situazione normale, se i contatti dei pazienti che abbiamo in cura sviluppano dei sintomi durante il periodo di osservazione, che deve durare almeno 21 giorni, sono portati immediatamente in un centro d’isolamento. Ma qui questo può avvenire solo in minima parte. Gli operatori hanno difficoltà a raggiungere le case dove abitano i parenti dei pazienti perché alcuni villaggi sono sotto il controllo dei gruppi armati, così come le vie d’accesso”.

“Un’altra fase fondamentale nella risposta al virus è quella del funerale, che deve essere sicuro”, continua Giuliani.

“I pazienti che muoiono di Ebola hanno una carica infettiva molto elevata, e le pratiche funerarie tipiche del popolo congolese sono ad alto rischio di trasmissione, perché i parenti sono abituati a lavare, abbracciare e maneggiare il corpo. In queste situazioni invece la persona deceduta deve essere isolata e l’accesso alla salma ristretto al massimo. Chi si avvicina, deve essere protetto. Per la comunità della vittima è difficile accettare tutto questo, così a volte i suoi membri organizzano funerali di nascosto, trafugano le salme e aumentano la possibilità di contagio”.

Andare con il personale a supportare la cerimonia e assicurarsi che si compia in modo corretto risulta complicato, in un area di quasi 6 milioni di abitanti in cui l’8 per cento della popolazione è legato alle credenze tradizionali del culto animista, che vuole che durante il funerale la persona morta si tratti come se fosse ancora in vita. Si parla con la salma, le si rende omaggio, si conservano brandelli dei suoi abiti come se fossero amuleti.

“La difficoltà di accettazione di nuove pratiche per ridurre il rischio di trasmissione l’abbiamo avuta dappertutto, anche nella precedente epidemia che ha colpito il Congo equatoriale a maggio del 2018. Ma era durata non più di tre mesi, un periodo di tempo in cui puoi chiedere alle persone di cambiare le proprie abitudini. Questa epidemia dura invece da sette mesi, e se non c’è un impatto le persone non si fidano più di quello che fai. I centri d’isolamento e trattamento sono spesso chiusi al pubblico e le comunità pensano ‘Chissà cosa succede la dentro’. Ci vedono andare in giro con gli scafandri gialli, (le tute di protezione anti-Ebola, ndr) come se arrivassero degli alieni in zone rurali, e si chiedono cosa stia succedendo”.

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In più, l’attività dei gruppi armati porta a un movimento della popolazione non controllato, che aumenta il pericolo di una diffusione transnazionale. “Molti dei casi che riceviamo non hanno nessun link epidemiologico con altri malati, c’è una catena di trasmissione che avviene tra la popolazione che non si riesce a controllare ne a identificare. E con le persone che scappano dalla violenza armata nei paesi limitrofi, abbiamo paura che il virus possa attraversare i confini, arrivare in Uganda, sud Sudan, nelle regioni circostanti”, continua Giuliani.

Nel frattempo, le attività di cura di MSF continuano negli altri centri di trattamento a Kayna e Lubéru, due città del Nord Kivu, e nei centri di isolamento Ebola nella provincia di Ituri.

C’è una sensazione di amarezza e dispiacere perché rispetto all’Epidemia del 2014, le équipe mediche hanno imparato molto, conoscono meglio il virus, sanno cosa fare e come farlo: esami di diagnostica che permettono di seguire meglio il paziente e dare cure di supporto, farmaci sperimentali che attraverso protocolli clinici stavano iniziando a essere utilizzati, e vaccini, sperimentali, che già nell’epidemia precedente erano stati applicati agli operatori e a tutti i contatti delle persone malate. “Tutto questo ci aveva dato un diverso approccio all’epidemia”, spiega Ruggero.

“Non abbiamo paura del virus, sappiamo contro cosa stiamo lottando, e abbiamo strumenti efficaci per salvare più vite umane. In Liberia eravamo spaventati, non sapevamo ancora come si manifestava e trasmetteva, adesso andiamo a curare una malattia che conosciamo, che sappiamo che problemi e disturbi può dare, riusciamo a fare terapie di supporto migliori rispetto al passato. La gestione e la cura del virus sono cambiate tantissimo e in meglio. E se potessimo mettere in pratica quello che abbiamo imparato senza impedimenti, riusciremmo a contenere il virus”, spiega.

Adesso, conclude Giuliani, bisogna fare un lavoro di re-engagement, per riguadagnare la fiducia della popolazione e cercare per quanto possibile di riattivare sia i centri che la strategia di contenimento, e trovare i pazienti che sono scappati dopo l’attacco per riportarli in cura.

Che cos’è l’Ebola

L’ebola è una febbre emorragica causata per la maggior parte dei casi dall’omonimo virus, il virus Ebola, uno dei cinque del genere Eboavirus, che tra questi è quello con il tasso di letalità più alto, pari all’83 per cento.

È stata scoperta per la prima volta nel 1976 in Repubblica Democratica del Congo, e da allora diverse epidemie hanno colpito il continente africano, dal Congo all’Africa Occidentale. La più vasta è stata quella del 2014 in Africa Occidentale, che ha coinvolto Guinea, Sierra Leone, Liberia e Nigeria, e ucciso circa 10.000 persone.

Nel 1995, durante l’epidemia esplosa nella provincia di Kikwit, in Repubblica democratica del Congo, anche sei suore italiane persero la vita. Un video animato spiega come si contrae e come si trasmette.