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La giornalista Amal Khalil è stata uccisa in un raid di Israele nel sud del Libano dopo ore di trattative per trarla in salvo

Immagine di copertina
La giornalista Amal Khalil, uccisa in un attacco di Israele nel sud del Libano. Credit: YouTube/@JinhaAgencyArabic2476

Insieme alla fotoreporter Zeinab Faraj, estratta viva dalle macerie, era sopravvissuta a un altro bombardamento dell'Idf, che le aveva costrette a rifugiarsi in un edificio nel villaggio di Tiri. Ore di trattative per trarle in salvo si sono rivelate inutili

La giornalista Amal Khalil è stata uccisa in un attacco aereo condotto ieri dalle forze armate di Israele (Idf) a Tiri, un villaggio del distretto di Bint Jbeil, nella zona cuscinetto stabilita da Tel Aviv nel sud del Libano, dopo ore di trattative per trarla in salvo insieme alla sua collega Zeinab Faraj. L’omicidio, confermato stamattina dal quotidiano libanese al-Akhbar considerato affiliato al movimento armato sciita Hezbollah e per cui lavorava Khalil, rischia di complicare ulteriormente il fragile cessate il fuoco di 10 giorni nel Paese dei Cedri.
Sia la cronista che la fotoreporter freelance erano entrambe sopravvissute a un altro raid condotto nel pomeriggio di ieri nella stessa zona dall’Idf contro un’auto vicina, che le aveva costrette a rifugiarsi in una casa del villaggio di Tiri. Le truppe israeliane, secondo l’accusa del governo di Beirut, avrebbero poi “inseguito” le due giornaliste e bombardato l’edificio in cui si trovavano, impedendo per diverse ore sia ai soccorritori che all’esercito di Beirut di accedere alla zona. Alla fine, secondo quanto riporta il quotidiano libanese L’Orient-Le Jour, Zeinab Faraj è stata estratta viva dalle macerie dell’edificio bombardato soltanto ieri sera e ora versa in condizioni stabili dopo essere stata sottoposta a un intervento chirurgico presso l’ospedale di Tibnin. Il corpo senza vita di Amal Khalil, invece, è stato ritrovato qualche ora dopo sotto le macerie.
Non è la prima volta che le forze armate di Israele (Idf) prendono di mira e uccidono giornalisti in Libano ma l’omicidio di Khalil, la nona cronista uccisa nel Paese dei Cedri nel 2026, è il primo da quando è stata dichiarata una tregua di 10 giorni tra lo Stato ebraico e Hezbollah, già più volte violata da entrambe le parti in conflitto.

Chi era Amal Khalil
Cresciuta nel villaggio di Baysariyyeh, sulla costa nel distretto meridionale di Sidone, a meno di un’ora in auto dal confine con Israele, Amal Khalil era corrispondente nel sud del Libano per il quotidiano Al-Akhbar.
La giornalista aveva trascorso gli ultimi quindici anni a seguire le guerre e le invasioni del Libano meridionale da parte dell’esercito israeliano e i periodici scontri tra le truppe di Tel Aviv e Hezbollah.
Nel settembre dell’anno scorso, come denunciato dall’Unione dei Giornalisti libanesi e documentato dal portale Dropsitenews, era già stata minacciata direttamente di morte dal commentatore televisivo ed ex ufficiale in congedo dell’esercito israeliano Gideon Gal Ben Avraham. Ma Khalil non si era fatta intimidire e aveva continuato a lavorare per Al-Akhbar. Fondato nel 2006, il quotidiano è generalmente considerato vicino a Hezbollah e ai gruppi armati sciiti libanesi, sebbene si definisca un organo di informazione laico, indipendente e progressista.

Omicidio a sangue freddo?
Amal Khalil e Zeinab Faraj si trovavano nel Libano meridionale per documentare i recenti attacchi condotti da Israele nella località di Bint Jbeil, nel governatorato meridionale libanese di Nabatieh. Nel primo pomeriggio di ieri, secondo la cronologia degli eventi ricostruita dal quotidiano Al-Akhbar e dall’emittente televisiva al-Jadeed, entrambe stavano viaggiando su un’auto lungo la strada principale del villaggio di Tiri quando, intorno alle 14:45, un drone israeliano ha colpito una macchina che le seguiva, uccidendo i due uomini a bordo. Così entrambe sono scese e si sono rifugiate in una casa vicina.
Alle 14:50, secondo quanto riportato dalla cronista libanese Courtney Bonneau, Khalil ha contattato la redazione del quotidiano e la sua famiglia. La notizia delle due giornaliste intrappolate in una zona di bombardamenti israeliani si è diffusa rapidamente in Libano, tanto che il presidente Joseph Aoun aveva pubblicato una nota sui social in cui chiedeva alla Croce rossa di coordinarsi con l’esercito di Beirut e la missione delle Nazioni Unite (Unifil) per salvare le due donne. L’ultimo contatto di Khalil, secondo l’emittente televisiva al-Jadeed, risale alle 16:10 circa, quando ha chiamato la sua famiglia e ha provato a mettersi ancora in contatto con l’esercito libanese.
Poi, secondo quanto riportato da Al-Akhbar, alle 16:27 l’edificio in cui le due giornaliste si erano rifugiate è stato bombardato dalle forze armate di Israele (Idf) e da quel momento si sono persi i contatti con Khalil e Faraj. In tutto questo, secondo quanto riferito all’emittente qatariota al-Jazeera da un ufficiale dell’esercito libanese, le autorità di Israele non hanno mai risposto alle richieste di accesso all’area, ostacolando le operazioni di soccorso, un’accusa smentita sui social dalla portavoce dell’Idf per i media arabi, Ella Waweya. Soltanto ore dopo, comunque, il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti (Cpj) è riuscito a mediare un accesso limitato al sito per una squadra della Croce rossa, la cui presenza nell’area però non ha fermato i bombardamenti israeliani.
I soccorritori sono riusciti a evacuare Faraj, che aveva riportato gravi ferite alla testa, e a recuperare i corpi di altri due civili rimasti uccisi nel raid dell’Idf. Ma, stando a quanto riportato dal canale al-Jadeed, non è stato possibile raggiungere subito Khalil a causa dei continui bombardamenti e del fuoco diretto contro le squadre e i veicoli di soccorso. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale libanese Nna, persino l’ambulanza con a bordo la giornalista Faraj rimasta ferita nel raid è stata bersagliata da alcuni colpi d’arma da fuoco durante il tragitto verso l’ospedale di Tibnin, dove è stata operata e ricoverata. In serata infine la Croce rossa è riuscita a raggiungere il sito del bombardamento, dove Khalil è stata dichiarata morta.

Una lunga scia di sangue
Almeno 9 giornalisti, compresa Amal Khalil, sono stati uccisi quest’anno in Libano durante il conflitto in corso tra Israele e Hezbollah. Il mese scorso, l’esercito israeliano ha apertamente ammesso di aver assassinato il noto giornalista libanese Ali Shoeib, corrispondente dell’emittente televisiva locale Al-Manar TV, che aveva seguito le vicende del Libano meridionale per quasi trent’anni, accusandolo di essere affiliato al gruppo armato sciita. Nella notte tra il 17 e il 18 marzo erano poi rimasti uccisi in un raid condotto dall’Idf contro la loro casa nel centro di Beirut anche il direttore della programmazione politica della stessa emittente televisiva, Mohammad Shari e sua moglie. Nell’attacco del 28 marzo, condotto da Israele nel distretto meridionale di Jezzin, sono stati uccisi anche la giornalista di Al-Mayadeen TV Fatima Ftouni e suo fratello Mohammed, anch’egli video-cronista, mentre viaggiavano su un’auto contenente le attrezzature per le riprese. Anche allora, dopo essere sopravvissuta al primo attacco, Fatima Ftouni è stata uccisa mentre cercava di sfuggire, ferita, ai droni dell’Idf.
Dall’8 ottobre del 2023, secondo il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti (Cpj), le forze armate di Israele hanno ucciso almeno 14 giornalisti in Libano. “I ripetuti attacchi nello stesso luogo, l’aver preso di mira un’area
in cui si trovavano dei giornalisti
e l’aver impedito l’accesso alle squadre mediche e umanitarie costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario”, ha denunciato Sara Qudah, direttrice regionale del Comitato. “Il Cpj ritiene le forze israeliane responsabili della minaccia alla vita di Amal Khalil e delle ferite riportate da Zeinab Faraj a seguito dell’attacco mirato contro la loro posizione”. Anche la presidente dell’Unione dei giornalisti libanesi Elsy Moufarrej, in un’intervista concessa ad Al Jadeed TV, ha accusato le forze armate israeliane di aver preso deliberatamente di mira Khalil, anche in considerazione delle minacce di morte già recapitatele nel settembre del 2024, invitando il governo di Beirut e gli organismi internazionali preposti a intervenire urgentemente contro i “ripetuti e mai indagati crimini di guerra commessi da Israele contro i giornalisti”.

Reazioni sdegnate
Intanto l’omicidio di Khalil ha provocato la condanna unanime delle istituzioni libanesi. Da parte sua, il premier Nawaf Salam ha denunciato l’assassinio della giornalista come un “crimine di guerra” e ha promesso che il Libano “non risparmierà alcuno sforzo per perseguire questi crimini davanti agli organismi internazionali competenti”. “Prendere di mira i giornalisti, ostacolare l’accesso delle squadre di soccorso o persino individuare nuovamente le loro posizioni dopo l’arrivo di queste squadre, costituiscono chiari crimini di guerra”, ha detto il capo del governo di Beirut, secondo cui non si tratta più di “episodi isolati, ma di una pratica consolidata e riprovevole”. “Il Libano non risparmierà alcuno sforzo per perseguire questi crimini dinanzi agli organismi internazionali competenti”.
Anche il presidente libanese Joseph Aoun ha espresso il suo cordoglio per la morte di Amal Khalil e ha denunciato i ripetuti e deliberati attacchi di Israele contro i giornalisti, definendoli “crimini contro l’umanità, punibili ai sensi del diritto e degli standard internazionali” e volti a nascondere la realtà dell’aggressione contro il Libano, invitando “la comunità internazionale a intervenire e a porvi fine”.
Il ministero della Salute di Beirut, dal canto suo, ha denunciato in una nota pubblicata sui social che la giornalista libanese è stata uccisa “in circostanze che sconvolgono la coscienza umana”, accusando l’esercito israeliano di averla “inseguita fino alla casa dove cercava rifugio”. “Il ministero condanna con la massima fermezza questo crimine efferato, che si aggiunge alla lunga lista di crimini commessi da Israele contro i civili, inclusi giornalisti e paramedici, dimostrando ulteriormente il suo palese disprezzo per il diritto internazionale”.
Le Idf, da parte loro, non hanno commentato direttamente ma, attraverso il portavoce per i media in lingua araba Avichay Adraee, hanno ribadito l’invito “agli abitanti del Libano meridionale” a non recarsi nei villaggi situati lungo e a sud della cosiddetta “linea gialla” che delimita la “zona cuscinetto” che Israele intende istituire in Libano. “Vi ricordiamo che, nonostante l’accordo di cessate il fuoco, l’esercito israeliano mantiene le sue posizioni nel Libano meridionale in risposta alle attività terroristiche di Hezbollah. Per la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie, e fino a nuovo avviso, vi preghiamo di non recarvi a sud dei villaggi designati e nelle zone circostanti”, si legge nel comunicato diramato sui social dal colonnello israeliano, accompagnato da una mappa che mostra l’area interdetta ai civili. “È inoltre vietato avvicinarsi all’area dei fiumi Litani e Wadi al-Salhani e Wadi al-Slouki”, prosegue la nota, che elenca anche i villaggi in cui è “vietato” recarsi, tra cui figura Tiri.

Diplomazia complicata
Così l’omicidio di Amal Khalil rischia di complicare ulteriormente le fragili prospettive di cessate il fuoco in Libano, dove ieri è morto un altro soldato francese dell’Unifil che era rimasto ferito in un’imboscata compiuta sabato scorso nel sud del Libano e attribuita dal presidente Emmanuel Macron a Hezbollah, che però ha smentito ogni coinvolgimento.
Intanto questa mattina a Washington (nella serata italiana) è previsto un nuovo incontro preparatorio per i negoziati diretti tra Libano e Israele, che vedrà anche la partecipazione del segretario di Stato Usa Marco Rubio e degli ambasciatori libanese e israeliano negli Stati Uniti. Si tratterà del secondo incontro di questo tipo, dopo quello del 14 aprile, che ha aperto la strada alla fragile tregua di dieci giorni annunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un periodo che dovrebbe servire da preludio ai negoziati tra i due Paesi, che non hanno più avuto contatti diplomatici diretti dal 1983.

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