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La vita degli ostaggi dell’Isis

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Un lungo reportage del New York Times fa luce sulle condizioni in cui vengono tenuti prigionieri gli ostaggi dello Stato Islamico

La vita degli ostaggi in mano all’Isis è scandita da torture, interrogatori, passaggi di mano tra fazioni jihadiste, negoziati per il rilascio e stratagemmi per battere la noia.

È quanto emerge da un lungo reportage pubblicato dalla giornalista rumena Rukmini Maria Callimachi, vincitrice del premio Pulitzer nel 2009, sulle pagine del New York Times.

LEGGI Cos’è l’Isis, spiegato senza giri di parole

L’articolo si basa su 5 interviste a ex-prigionieri, familiari degli ostaggi e alcuni membri della comunità locale, e cerca di ricostruire le vite dei 23 prigionieri, 19 uomini e 4 donne provenienti da 12 Paesi diversi, che da dicembre 2013 sono finiti in mano allo Stato Islamico.

I 23 ostaggi sono stati rapiti da gruppi di miliziani spesso diversi tra loro, mesi, a volte anni, prima dell’avvento della falange estremista oggi nota come Isis. Ma le modalità di cattura sono perlopiù simili. I miliziani siriani effettuano posti di blocco nelle vicinanze del confine turco e, tracciando i movimenti di chi collabora con gli occidentali (autisti, traduttori etc.), riescono a organizzare trappole senza via di fuga.

Una volta prigionieri dell’Isis, agli ostaggi viene richiesto di fornire le password di ogni dispositivo elettronico in loro possesso, così che i loro aguzzini possano controllare foto, video e email alla ricerca di materiale compromettente.

James Foley, il giornalista americano 40enne decapitato lo scorso agosto, conservava sul proprio computer immagini che “glorificavano i crociati americani”, come hanno scritto i jihadisti in un articolo dopo la sua morte. Per questo gli è stato riservato un trattamento particolarmente violento.

Una sorte simile è toccata anche all’ostaggio britannico David Cawthorne Haines, costretto ad ammettere la propria permanenza nell’esercito del Regno Unito, dal momento che era inclusa nel suo profilo di Linkedin. E anche a Peter Kassig, ex ranger dell’esercito statunitense e veterano della guerra in Iraq, al quale la Cnn aveva dedicato un articolo facilmente reperibile online.

A peggiorare le condizioni degli ostaggi di nazionalità statunitense e britannica, c’è la determinazione dei rispettivi governi a non negoziare con i terroristi per il rilascio degli ostaggi.

Secondo Callimachi, i prigionieri europei sono stati trattati in maniera direttamente proporzionale alla volontà dei loro governi di collaborare con i jihadisti. I primi a essere liberati sono stati gli spagnoli, poi i francesi e quindi l’italiano Federico Motka (anche se il governo italiano nega di aver pagato un riscatto per la sua liberazione).

Jejoen Bontinck, 19enne belga che si era arruolato volontario con l’Isis e che in un secondo momento è stato accusato dal califfato di attività di spionaggio, e per questa ragione rinchiuso per tre settimane nella stessa cella di James Foley. Ha raccontato alla giornalista del New York Times le particolari forme di tortura usate dagli aguzzini nei confronti dei prigionieri, tra cui il waterboarding, la tecnica che simula l’annegamento utilizzata dagli americani nel carcere di Guantanamo.

“Se i nostri compagni di cella non tornavano dagli interrogatori con del sangue addosso capivamo che era successo loro qualcosa di peggio”, racconta Bontick. Ma non solo: Foley aveva cicatrici vistose sulle caviglie. Secondo Bontick lo appendevano a testa in giù dal soffitto e lo lasciavano in quella posizione per ore.

Molti dei detenuti si sono convertiti all’Islam durante la prigionia, anche se è difficile stabilire se una scelta del genere sia un escamotage per evitare i trattamenti più violenti, o una convinzione religiosa. Tra i pochi a mantere la propria fede, l’ostaggio americano Steven Sotloff, ebreo, che durante lo Yom Kippur finse di non sentirsi bene per rifiutare il pasto e digiunare come previsto dalla tradizione religiosa.

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