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“La nostra odissea per tornare a casa, passando per Riad e la Croazia”: il racconto di alcuni italiani che vivono in Qatar

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Daniel e Federica, giovani sposi italiani che vivono a Doha, raccontano a TPI i giorni di tensione dopo l’attacco americano in Iran e la crescente instabilità nell'area. Tra missili intercettati, allarmi sul cellulare e il rimpatrio viaggiando attraverso l'Arabia e la Croazia

L’attacco degli Stati Uniti in Iran e la conseguente reazione di Teheran nei confronti dei Paesi del Golfo ha reso nuovamente incandescente la situazione in Medio Oriente. Tra gli Stati colpiti dalla risposta iraniana c’è anche il Qatar, che ospita sul suo territorio una delle più importanti basi statunitensi. Per decenni Doha ha cercato di costruirsi un ruolo di ponte privilegiato tra Usa e Paesi del Golfo da una parte, e Repubblica Islamica dall’altra. Un attore importante, dunque, nel complesso scacchiere mediorientale, anche per il suo ruolo strategico nell’approvvigionamento energetico globale. Il ministro dell’Energia del Qatar Saad al-Kaabi ha infatti avvertito che la guerra in Medio Oriente potrebbe costringere i Paesi del Golfo Persico a interrompere le spedizioni di energia nel giro di poche settimane e a far salire drasticamente i prezzi del petrolio, con conseguenze devastanti per le economie mondiali.

In questo scenario così articolato va avanti il lavoro dell’Unità di crisi della Farnesina per il rimpatrio degli italiani che si trovano nei Paesi interessati dal conflitto. Secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani sono 100mila i nostri connazionali coinvolti nell’area, e 10mila quelli finora rimpatriati. Abbiamo raccolto la testimonianza di una giovane coppia di sposi di origini calabresi che vive a Doha, Daniel e Federica, per farci raccontare le difficoltà di questi giorni di forte tensione e le complicazioni per un ritorno sicuro in Italia. Dopo giornate di attesa, grazie all’aiuto dell’Ambasciata croata a Doha, stanno per tornare a casa.

Da quanto tempo vivete in Qatar e cosa fate a Doha?
“Viviamo qui da un anno. Io sono un ingegnere del software presso una banca – ci spiega Daniel – mentre Federica è una nutrizionista e a fine mese avrebbe dovuto iniziare un tirocinio in un importante ospedale della città”.

Quando avete capito che la situazione stava diventando preoccupante?
“Già a giugno una sera c’è stato il lancio di alcuni missili. Lo spavento è stato tanto, anche se ci avevano avvisato, ma poi è finita lì: dal giorno dopo la vita è ripresa normalmente. Stavolta ci siamo resi conto subito che la situazione era diversa. Sin dal primo giorno, infatti, ci sono stati attacchi quasi ogni ora”, fa sapere Daniel. “Anche qualche settimana prima dell’attacco israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio capivamo dai media che c’era una forte tensione. Le notizie che ci arrivavano non erano rassicuranti, visto che in Qatar c’è un’importante base americana. Per questo abbiamo anche preparato degli zainetti per eventuali emergenze. In un certo senso, quindi, già da qualche settimana eravamo preparati perché avvertivamo questo crescente pericolo”, ci spiega Federica.

Com’è oggi la vita e l’atmosfera a Doha? Avete vissuto momenti di grande paura?
“Tutti i giorni dall’inizio della guerra sentiamo dei forti boati che fanno tremare le finestre delle case, a causa dei missili che vengono intercettati in aria. Siamo grati al Qatar perché ci sta proteggendo: stiamo bene qui e non vorremmo lasciare il Paese. Noi per fortuna viviamo in una zona piuttosto lontana dalla base americana, per cui nel nostro palazzo l’atmosfera è mediamente tranquilla. Ovviamente quando sentiamo esplosioni in lontananza la tensione sale, ma in generale i residenti si sentono protetti dallo Stato. C’è anche un’ottima collaborazione e vicinanza tra le persone che abitano con noi in questo palazzo, abbiamo fatto molte amicizie e si cerca di darci una mano a vicenda. Nonostante il momento, infatti, essendo periodo di Ramadan, tutti si riuniscono dopo il tramonto per interrompere il digiuno, e si creano momenti di convivialità. Vedere la gente del posto che in una situazione del genere riesce anche a sorridere ci rincuora”, spiegano questi nostri connazionali. “Ho però dei colleghi che vivono in un’area vicina alla base americana, nel sud del Paese, e lì il clima è molto più teso, visto che i missili hanno causato danni e feriti”, aggiunge Daniel.

Ricevete qualche segnalazione in caso di pericolo imminente? Come stanno affrontando questo momento gli altri abitanti della città?
“Nei primi tre giorni del conflitto ci sono arrivati sul cellulare degli allarmi, con cui venivamo invitati a stare in casa e ripararci. Poi per qualche giorno non abbiamo ricevuto altri alert, fino a ieri. Presi dall’ansia, abbiamo deciso di scendere nei parcheggi sotterranei del palazzo. Abbiamo sempre con noi uno zaino con medicine, cibo, documenti e andiamo a dormire vestiti. Nonostante tutto ci sentiamo fortunati perché, pur in questa situazione, non ci manca un tetto sulla testa o i viveri. Noi cerchiamo di non uscire dal palazzo, rispettando le indicazioni governative, ma ci sono categorie di lavoratori – come i rider – che mettono a repentaglio la propria incolumità pur di portare cibo e generi alimentari alle persone”.

Da cittadini italiani, che interlocuzione avete avuto con la nostra Ambasciata? Avete riscontrato delle difficoltà per pianificare il rimpatrio?
“L’Ambasciata italiana di Doha si è sin da subito messa a disposizione, attivando numeri di emergenza, e rispondendo con gentilezza ai nostri feedback e alle esigenze che abbiamo presentato. Da qualche giorno ci hanno proposto, di concerto con la Farnesina, di prenotare un bus a nostre spese per raggiungere Riad, in Arabia Saudita, visto che sul Qatar lo spazio aereo è chiuso. Il problema è che ad oggi non c’è la certezza che una volta giunti a Riad ci sia un volo a disposizione per partire. Abbiamo anche cercato online alcuni aerei con partenza da Riad, ma non c’è quasi nulla. Si tratta inoltre di uno spostamento non certo agevole, perché si impiegano otto ore di bus per raggiungere la capitale dell’Arabia Saudita, a cui vanno aggiunte altre ore di attesa per i controlli alla frontiera. Il tutto passando pericolosamente accanto alla base americana. La paura è quindi quella di prendersi un grosso rischio, senza poi avere la sicurezza di un volo, nonostante l’assistenza che ci hanno garantito. Non vogliamo lasciare Doha, nell’incertezza poi di rimanere bloccati a Riad. Molti nostri connazionali sono ripartiti dall’Oman, da Abu Dhabi o Dubai, attraverso voli charter, perché allora non si attivano per metterli a disposizione in numero congruo anche da Riad?”, si chiede Daniel. “Vorremmo avere la sicurezza di un volo garantito prima di affrontare un lungo e rischioso viaggio in autobus fino all’Arabia”, sintetizza sua moglie.

Poi, proprio in queste ore, la svolta. Cosa è successo?
“È accaduto tutto in fretta. In questi giorni di paura abbiamo conosciuto una donna nel nostro palazzo, con cui ci siamo rifugiati nei parcheggi sotterranei nei momenti in cui suonava allarme. Abbiamo scoperto che suo marito lavora all’Ambasciata della Croazia a Doha, e ci ha proposto di tornare con loro a Zagabria. Abbiamo preparato in fretta le nostre cose e abbiamo raggiunto la sede dell’Ambasciata croata. Da lì, intorno a mezzanotte, siamo partiti alla volta di Riad. L’accoglienza che ci hanno riservato è stata splendida, con cibo, bevande e tutto il necessario per affrontare la traversata nel deserto fino in Arabia. Siamo una carovana di due autobus e abbiamo raggiunto Riad dopo 12 ore di viaggio, a causa della lunga attesa per i controlli al confine. Fra qualche ora ci attende, se tutto va bene, un volo charter per raggiungere Zagabria, tutto a spese dell’Ambasciata, che non possiamo non ringraziare di cuore. Poi da lì faremo finalmente ritorno a Milano, mettendo fine a giorni di attesa e paura”.

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