Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 10:04
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Guida Bardi
Home » Esteri

Iran: al via a Ginevra il terzo round di negoziati con gli Usa sul programma nucleare di Teheran. Ma resta lo spettro dell’escalation

Immagine di copertina
A sinistra, il ministro degli Esteri dell’Iran Abbas Araghchi. A destra, l'inviato Usa Steve Witkoff. Credit: AGF

Sul tavolo resta la questione dell'arricchimento iraniano dell'uranio ma anche lo sviluppo missilistico e l'appoggio alle milizie nella regione da parte di Teheran

Quando ieri sera il ministro degli Esteri dell’Iran, Abbas Araghchi, è atterrato a Ginevra, in Svizzera, ha incontrato subito il collega dell’Oman, Badr al-Busaidi, per mettere a punto le proposte di Teheran da portare oggi al tavolo con gli inviati degli Stati Uniti, Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump. Una scena quasi di diplomazia ordinaria, se non fosse che fuori il mondo tratteneva il respiro, come ormai da oltre un mese. Una guerra aperta tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica, non esclusa dall’inquilino della Casa bianca nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, potrebbe trascinare la regione in una nuova crisi dalle conseguenze imprevedibili.
Le prospettive del terzo round di colloqui indiretti, mediati dall’Oman, tra Washington e Teheran, appaiono piuttosto incerte. Il ministro degli Esteri di Muscat ha trasmesso nella notte le posizioni iraniane ai rappresentanti statunitensi, preparando il terreno per un confronto che, comunque vada a finire, potrebbe segnare un punto di svolta in un senso o nell’altro: più vicini a un accordo oppure a un conflitto che nessuno sa come andrebbe a finire. La formula è rodata, i canali aperti ma la posta in gioco non potrebbe essere più alta.

Dallo scontro al dialogo
Per capire dove siamo arrivati, però, conviene riavvolgere il nastro perché la storia recente pesa su ogni parola pronunciata a Ginevra. Lo scorso giugno, Israele aveva lanciato un’offensiva contro la Repubblica islamica, la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” come la ribattezzò Trump, in cui Washington intervenne bombardando tre siti nucleari strategici iraniani: Fordo, Natanz e Isfahan. Quei raid diedero un colpo devastante al programma atomico iraniano, tanto che il presidente Usa rivendicò di aver «obliterato» le ambizioni nucleari di Teheran. Anche allora erano in corso delle trattative indirette tra gli Usa e l’Iran, che gli attacchi interruppero bruscamente.
Il silenzio diplomatico durò mesi, caratterizzati da minacce e timide aperture reciproche. Poi però, all’inizio di questo mese, il dialogo è ripreso con la mediazione dell’Oman. Il primo round di colloqui si è tenuto il 6 febbraio a Muscat e il secondo il 17 dello stesso mese a Ginevra. Questi due incontri hanno prodotto quello che Teheran definisce «un insieme di principi guida» per un eventuale accordo, ma da Washington hanno subito smorzato l’entusiasmo con il vicepresidente JD Vance a precisare che sulle «linee rosse» tratteggiate dagli Stati Uniti le divergenze con la Repubblica islamica restano profonde. Oggi è il terzo appuntamento e potrebbe essere quello decisivo, nel bene o nel male.
Il problema è che il contesto non è cambiato. L’Iran ribadisce di non voler costruire armi atomiche e pretende il riconoscimento del proprio diritto al nucleare civile e garanzie per la propria sicurezza. Gli Stati Uniti invece, con la sponda di Israele, ritengono che il programma iraniano di arricchimento dell’uranio vada proprio nella direzione di uno sviluppo militare e puntano a una Repubblica islamica denuclearizzata, disarmata dei propri missili a lungo raggio e disconnessa dalle milizie che da anni finanzia e arma in Iraq, Libano e Yemen. Posizioni che non si avvicinano facilmente. Eppure entrambe le parti siedono ancora al tavolo, il che significa che, almeno per ora, preferiscono la diplomazia alla guerra. La storia insegna che le svolte arrivano spesso all’ultimo momento, quando tutti hanno smesso di crederci. Il Joint Comprehensive Plan of Action del 2015 sembrava impossibile fino a quando non fu firmato. Poi però fu smantellato dallo stesso Trump nel 2018. Anche se in seguito le trattative ripresero per essere quindi di nuovo interrotte dalla guerra di giugno. Adesso però siamo al punto di partenza.

Le posizioni sul tavolo
Il nodo centrale resta sempre lo stesso: Washington chiede in primis la cessazione totale del programma iraniano di arricchimento dell’uranio. Teheran risponde che si tratta di un diritto garantito dal Trattato di non proliferazione nucleare, di cui l’Iran è firmatario, e che il progetto ha esclusivamente scopi civili. Gli Stati Uniti, poi, vogliono mettere sul tavolo anche il programma balistico della Repubblica islamica, che ha sviluppato missili capaci, secondo un rapporto del Congresso Usa dello scorso anno, di raggiungere obiettivi fino a 3.000 chilometri di distanza. Inoltre, la Casa bianca chiede anche la fine del sostegno iraniano alle milizie attive nella regione. Ma per Teheran i colloqui devono riguardare solo il nucleare.
«L’Iran rifiuta di parlare dei missili balistici e questo è un problema enorme», ha dichiarato alla vigilia dei colloqui il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, che spera ancora in negoziati produttivi a Ginevra. «Ma alla fine dovremo discutere di altri argomenti oltre al solo programma nucleare». Era stato proprio il negoziatore Witkoff a spiegare, negli scorsi giorni, che un eventuale accordo sul nucleare sarebbe solo il primo passo per trattare altre questioni con l’Iran. Lo stesso Rubio però ha ammesso che Teheran non sta arricchendo l’uranio in questo momento, «ma sta cercando di arrivare al punto in cui potrà farlo». Il programma nucleare iraniano, secondo fonti diplomatiche ed esperti del settore citati dal quotidiano statunitense The Wall Street Journal, non ha fatto progressi significativi dalla guerra di giugno. Immagini satellitari analizzate dall’agenzia di stampa statunitense Associated Press mostrano però ancora delle attività intorno a due dei siti bombardati ma è difficile dire se si tratti di operazioni volte alla valutazione dei danni o di qualcosa di più. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) intanto resta fuori dai giochi: Teheran ha bloccato le ispezioni dopo i raid statunitensi, e questo, agli occhi di Washington, è già di per sé un segnale preoccupante. Tanto che la Repubblica islamica ha cominciato ad aprire all’ente delle Nazioni Unite, permettendo al direttore Rafael Grossi di incontrare a Ginevra il ministro Araghchi durante il precedente round di colloqui.
Sul fronte di altre possibili aperture, il quotidiano britannico The Financial Times riporta che Teheran starebbe cercando di far leva sull’istinto affaristico di Donald Trump con un’offerta economica concreta: apertura ad investimenti nel settore del petrolio e del gas, licenze minerarie e accesso ad altre importanti risorse naturali, in cambio di un’intesa e dell’esclusione di un altro attacco. Un «jackpot economico», come lo definisce una fonte del giornale britannico, pensato appositamente per sedurre il presidente Usa, anche se dalla Casa bianca smentiscono di aver ricevuto alcuna proposta formale in questo senso: «Trump è stato chiaro, l’Iran non può avere un’arma nucleare né la capacità di costruirne una», ha fatto sapere la portavoce dell’amministrazione Usa, Karoline Leavitt.
Intanto il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, ha voluto ricordare che la fatwa della Guida Suprema della Rivoluzione islamica, ayatollah Ali Khamenei, vieta esplicitamente lo sviluppo di armi di distruzione di massa, «il che significa chiaramente che Teheran non svilupperà armi nucleari». È un argomento a cui la Repubblica islamica ricorre ormai da vent’anni ma che Usa, Europa e Israele ignorano, visto che nel frattempo l’Iran ha comunque arricchito uranio fino al 60% di purezza, a un passo dal livello tecnico necessario per una bomba.

Lo spettro della guerra
Mentre i diplomatici parlano però, le truppe si accumulano con una rapidità che fa pensare a qualcosa di più di una semplice pressione negoziale. D’altra parte era dalla vigilia dell’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 che Washington non accumulava tante risorse militari nella regione.
Immagini satellitari analizzate questa settimana da Planet Labs mostrano poi che le navi da guerra statunitensi normalmente ormeggiate in Bahrein, sede della 5a Flotta della Marina Usa, sono tutte salpate per il mare aperto. Una tattica simile fu adottata dagli Stati Uniti prima dell’attacco lanciato per ritorsione dall’Iran sulla base americana di al-Udeid, in Qatar, dopo i raid dello scorso giugno: una dispersione preventiva volta a ridurre l’esposizione contro l’eventuale lancio di missili da parte di Teheran. Come dire che gli Usa non solo preparano un raid ma si aspettano anche un contrattacco.
Il quadro complessivo delle forze schierate nella regione è impressionante. La portaerei USS Abraham Lincoln incrocia nelle acque del Golfo con il suo gruppo da battaglia. Un’altra portaerei, la USS Gerald R. Ford, è arrivata invece nel Mediterraneo con le sue navi di scorta. Insieme possono contare su oltre 5.000 effettivi e 150 aerei da combattimento. A questo si aggiunge un contingente significativo di caccia, bombardieri e altri velivoli militari schierati nelle basi Usa della regione tra Giordani, Qatar, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Non è un esercizio di routine. D’altronde, nel suo ultimo discorso al Congresso, Trump ha accusato l’Iran di aver «sviluppato missili che possono minacciare l’Europa e le nostre basi militari» e di stare lavorando a sistemi capaci di colpire anche il territorio statunitense. Accuse rispedite al mittente dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei. «Il presidente ha molti altri strumenti a sua disposizione e ha dimostrato di essere pronto a usarli», ha però ribadito il vicepresidente JD Vance a Fox News. «Spero che gli iraniani prendano sul serio ciò che sentono».
Il 19 febbraio scorso, l’inquilino della Casa bianca aveva concesso dieci giorni all’Iran per trovare un accordo, pena l’azione militare. Quell’ultimatum è quasi scaduto ma il fatto che i negoziati continuino fa pensare che si trattasse più di un segnale di pressione che di una vera scadenza, anche se nessuno può averne la certezza. Da parte sua, in un’intervista concessa a India Today appena prima di volare a Ginevra, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha risposto con chiarezza: «Non ci sarebbero vincitori: sarebbe una guerra devastante». «Purtroppo l’intera regione potrebbe venire coinvolta», ha aggiunto il capo della diplomazia iraniana, soffiando sul fuoco delle preoccupazioni di Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Pakistan, che temono una nuova escalation. Teheran, d’altra parte, non resta a guardare.
L’Iran infatti pare vicino a concludere con la Cina un accordo per l’acquisto dei missili antinave CM-302. Si tratta di sistemi supersonici, progettati per volare a bassa quota e sfuggire alle difese navali, con una gittata di circa 290 chilometri. L’azienda statale China Aerospace Science & Industry Corporation, che li produce, li descrive come i migliori missili antinave al mondo, capaci di affondare una portaerei o un cacciatorpediniere. Tali armi possono essere montate su navi, aerei o veicoli terrestri e possono colpire anche obiettivi a terra. Le trattative, secondo l’agenzia di stampa britannica Reuters, andavano avanti da almeno due anni ma sono accelerate bruscamente dopo la guerra di giugno. Tanto che la scorsa estate il viceministro della Difesa iraniano, Massoud Oraei, si sarebbe recato personalmente e in gran segreto in Cina per finalizzare i negoziati. Nessun contratto però è stato ancora firmato. Intanto la Repubblica islamica tratta anche l’acquisto di sistemi antiaerei portatili, difese antimissile e persino armi anti-satellite da altre fonti. Un programma di riarmo accelerato, finanziato anche dai proventi del petrolio movimentato attraverso la cosiddetta «flotta fantasma» di Teheran, petroliere che aggirano le sanzioni statunitensi, quattro delle quali Washington ha inserito ieri in una nuova lista nera. Il prezzo del greggio, così, ha iniziato a rispondere alle tensioni. Il Brent ha superato i 70 dollari al barile,  un livello che riflette i timori del mercato per l’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa un quinto di tutto il petrolio venduto nel mondo.

Il fattore israeliano
L’ultimo elemento da considerare riguarda il ruolo di Israele in una eventuale escalation militare. Alcuni consiglieri del presidente Usa, secondo due persone a conoscenza delle discussioni interne all’amministrazione Trump citate dal portale statunitense Politico, preferirebbero che a colpire per prima l’Iran fosse proprio Tel Aviv, non Washington. La logica è cinica: un’azione israeliana provocherebbe una risposta della Repubblica islamica, che a sua volta fornirebbe a Washington un casus belli molto più digeribile dall’opinione pubblica statunitense, soprattutto tra gli isolazionisti del movimento MAGA. «La politica funziona molto meglio se gli israeliani fanno da soli e gli iraniani reagiscono contro di noi, dandoci più ragioni per intervenire», avrebbe detto uno dei presenti alle discussioni, citato da Politico. Un’operazione congiunta tra Usa e Israele resterebbe comunque un’opzione sul tavolo, con o senza un primo colpo sparato da Tel Aviv.
D’altra parte l’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, ha alimentato l’ambiguità in un’intervista al quotidiano locale Yedioth Ahronoth: «Il presidente è stato chiaro, non si può continuare così. Sono 47 anni di minacce contro l’America, non solo contro Israele. Deve finire, in un modo o nell’altro: o come tra persone civili, o il presidente prenderà le sue decisioni». Poi, sulla questione di chi colpirà per primo si è schernito: «Non lo so. Ammiro gli israeliani che non si piegano di fronte alle minacce. Preghiamo per la pace ma prepariamoci al peggio».
Le incertezze su una possibile campagna militare statunitense su larga scala però sono reali e persino all’interno dell’amministrazione Usa qualcuno comincia a segnalarle. Un’altra fonte citata da Politico ha messo in fila i rischi: «Se parliamo di un attacco su scala tale da provocare un cambio di regime, l’Iran reagirà con tutto quello che ha. Abbiamo molti asset nella regione e ognuno di essi è un potenziale bersaglio. Quindi c’è un’alta probabilità di vittime americane e questo comporta enormi rischi politici». Resta poi il quadro globale: una guerra prolungata nella regione potrebbe svuotare le scorte di munizioni americane proprio mentre la Cina osserva Taiwan con crescente interesse. Ecco perché ai colloqui di oggi c’è in ballo molto più di quanto si discute a Ginevra.

Ti potrebbe interessare
Esteri / Demarcazioni, il primo festival in Italia dedicato alla Geopolitica
Esteri / Il discorso più lungo di Donald Trump: “È l’età dell’oro: l’America è tornata più forte che mai”
Esteri / Quattro anni di guerra in Ucraina senza pace in vista: Kiev resiste, Mosca bombarda ma la diplomazia è ferma
Ti potrebbe interessare
Esteri / Demarcazioni, il primo festival in Italia dedicato alla Geopolitica
Esteri / Il discorso più lungo di Donald Trump: “È l’età dell’oro: l’America è tornata più forte che mai”
Esteri / Quattro anni di guerra in Ucraina senza pace in vista: Kiev resiste, Mosca bombarda ma la diplomazia è ferma
Esteri / John Barron chiama in diretta tv, ma la voce sembra quella di Trump
Esteri / Dazi: ecco quanto rischiano di dover rimborsare gli Usa dopo la sentenza della Corte Suprema contro Trump
Esteri / La Corte Suprema Usa boccia i dazi voluti da Trump: "Sono illegali, non ha il potere di imporli"
Esteri / Una potenza di equilibro nell’ordine post-atlantico (di Giulio Gambino)
Esteri / La storia d’amore di Donald Trump per le criptovalute
Esteri / Sovranità in vendita: se anche la geopolitica è in mano alle Big Tech
Esteri / Quadri del Pcc, grandi manager e persino il generale più alto in grado dell’esercito: la grande purga di Xi Jinping in Cina