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    Chi sono i gruppi paramilitari e terroristi alleati dell’Iran in Medio Oriente

    Non basta analizzare la potenza del suo esercito per capire l'influenza dell'Iran in Medio Oriente: negli anni, Teheran ha assunto il ruolo di guida degli sciiti, portando dalla sua parte una serie di gruppi paramilitari di matrice terroristica che utilizza nei conflitti locali

    Di Carmelo Leo
    Pubblicato il 8 Gen. 2020 alle 14:31 Aggiornato il 8 Gen. 2020 alle 14:50

    Tutti i gruppi paramilitari e terroristi alleati dell’Iran in Medio Oriente

    L’escalation di violenze degli ultimi giorni, con Usa Iran nel ruolo di protagonisti assoluti, ha posto nuovamente sotto la lente di ingrandimento della comunità internazionale l’immagine di Teheran e dei suoi alleati in uno scacchiere in continua evoluzione come il Medio Oriente. Ma oltre ad analizzare la potenza di fuoco dell’esercito dell’Iran, per capire bene quanto è forte nella zona l’influenza di questa roccaforte sciita è bene analizzare anche i rapporti che l’Iran intrattiene con alcuni gruppi paramilitari attivi nella regione.

    Non è un mistero, infatti, che l’Iran abbia rapporti molto solidi con alcuni gruppi di combattenti locali, quasi tutti sciiti, noti per la loro radicalizzazione e che per questo in Occidente vengono considerati terroristici. Una vera e propria alleanza politico-militare, che si unisce sotto l’egida delle forze Quds, le milizie dei Pasdaran impegnate nelle missioni all’estero che fino a qualche giorno fa erano guidate dal generale iraniano Qassem Soleimaniucciso nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2020 in un raid Usa in Iraq.

    Ma di quali gruppi si tratta e perché sono così importanti per l’Iran (e Teheran lo è per loro)?

    “L’Asse della Resistenza”: gli alleati paramilitare dell’Iran in Medio Oriente

    In tutti questi anni, fin dallo scoppio delle guerre in Siria e in Iraq, l’Iran ha continuato ad addestrare e armare diversi gruppi di combattenti stranieri, con cui condivideva il culto dell’Islam sciita. Milizie che arrivavano da Libano, Iraq, Afghanistan e Pakistan e che hanno partecipato a una serie di conflitti che hanno sempre visto Teheran impegnato in guerre per procura: in Yemen, ad esempio, oltre che in Siria e Iraq.

    Con il tempo, questi gruppi paramilitari di chiara matrice terroristica hanno iniziato a riferirsi a loro stessi come l'”Asse della Resistenza”, mentre ricevevano sostegno militare ed economico dai Pasdaran, il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica. A guidare il programma c’era, fino a poco tempo fa, Qassem Soleimani, che non a caso veniva considerato la seconda persona più influente dell’intero Paese, nonché futuro leader.

    Per capire a fondo il legame tra questi gruppi e l’Iran bisogna risalire ai primi anni Ottanta, quando Teheran iniziò a intrattenere legami con il gruppo terroristico libanese Hezbollah, la cui formazione – secondo gli analisti internazionali – è profondamente dovuta all’alleanza con l’Iran. Quando nel 1982 Israele ha invaso il Libano, ad esempio, migliaia di soldati delle forze Quds diedero supporto militare alle milizie sciite di Hezbollah, contribuendo a renderle una forza temibile come lo sono tutt’oggi.

    L’espansione dell’alleanza

    Il successo del caso Hezbollah ha convinto l’Iran della bontà del progetto di esportare il proprio know-how verso queste forze paramilitari, che tornano utili quando Teheran decide di intervenire in maniera indiretta nei vari conflitti locali in Medio Oriente.

    È in quest’ottica che le forze Quds sono intervenute anche nella guerra civile in Siria, schierandosi apertamente con Bashar al-Assad e dando un contributo importante nella riconquista di molti territori. In fondo, questi gruppi paramilitari sciiti furono una linfa vitale per il presidente siriano, alla ricerca di quegli alleati che trovò in Afghanistan e Pakistan.

    Dal Libano alla Siria, l’alleanza di espanse anche in Iraq. E la comunità internazionale se ne rese conto all’indomani dell’occupazione Usa dell’Iraq, quando fu chiaro che le forze di terroristi e paramilitari alleati dell’Iran avevano acquisito dimestichezza nei conflitti e un certo livello di preparazione strategica.

    Da non sottovalutare, soprattutto negli ultimi anni, è anche l’apporto che l’Iran con le forze Quds ha dato alla lotta all’ISIS. Un ruolo rivendicato dallo Ayatollah Khamenei in questi giorni, che ha sottolineato l’importanza di Soleimani nella lotta al sedicente Stato islamico in Iraq.

    Lo stesso Soleimani prese parte a diverse battaglie contro l’ISIS, contribuendo in Iraq alla formazione e l’addestramento delle Forze di mobilitazione popolare, un gruppo di milizie principalmente sciite vicine all’Iran che aveva come numero due Abu Mahdi al-Muhandis, ucciso nello stesso raid in cui è morto Soleimani.

    I vantaggi per l’Iran

    Dall’espansione di alleanze con gruppi paramilitari di questo tipo, l’Iran ha solo da guadagnarci. Lo scopo della politica estera di Teheran è di non portare mai, in alcun modo, il conflitto all’interno dei propri confini nazionali. E queste milizie permettono all’Iran di condurre guerre per procura in altre aree delicate, anche senza impiegare le forze regolari del proprio esercito.

    In Medio Oriente, l’ambizione principale dell’Iran è di prevalere sull’Arabia Saudita, il nemico (a maggioranza sunnita) per eccellenza e (sulla carta) molto più temibile a livello economico, politico e militare. Ma un altro grande obiettivo è quella di scacciare gli Stati Uniti dal Medio Oriente, dall’Iraq all’Afghanistan. E visto tutto quello che è successo negli ultimi giorni, con l’omicidio di Soleimani che per molti analisti è stato un grande autogol di Donald Trump, non è detto che non verrà raggiunto anche quello.

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