L’Ayatollah nell’ombra: chi è Mojtaba Khamenei, la nuova Guida suprema della Rivoluzione islamica in Iran
Donald Trump l’aveva definito un “peso piuma”, bollando la sua nomina come “inaccettabile”. Ma il 56enne è comunque succeduto al padre Ali Khamenei, ucciso in un raid di Israele e Usa a Teheran il 28 febbraio. Anche perché, senza mai esporsi in pubblico più del necessario, ha trascorso gli ultimi quarant’anni a tessere reti di potere invisibili, tra affari, finanza e militari
Quando, nel 1986, l’allora 17enne Mojtaba Khamenei si unì alla Brigata Habib Ibn Mazaher per combattere nel deserto di Shalamcheh contro l’Iraq di Saddam Hussein che sei anni prima aveva invaso l’Iran, nessuno lo accolse con particolare calore. Suo padre Ali era il presidente della Repubblica islamica da cinque anni, l’uomo politicamente più debole tra i consiglieri vicini all’ayatollah Ruhollah Khomeini e, forse, anche il più detestato dai comandi dei Pasdaran. L’anno precedente Khamenei aveva tentato di rimuovere dal suo incarico l’allora premier Mir Hossein Mousavi, vero e proprio beniamino delle truppe schierate al fronte, e i generali delle Guardie della Rivoluzione islamica non glielo avevano perdonato. Quel giovane appena arrivato alla 27esima Divisione era quindi un ospite indesiderato, il figlio di qualcuno che, secondo l’allora comandante dei Pasdaran Mohsen Rezaei, aveva cercato di sabotare il morale dei soldati al fronte. L’ostilità nei suoi confronti era tale che, dopo un solo anno di servizio, Mojtaba Khamenei chiese e ottenne il trasferimento alla 10ma Divisione di stanza a Karaj, non lontano da Teheran.
Tre anni dopo però, tutto era cambiato. L’ayatollah Hossein-Ali Montazeri, il vice di Khomeini nonché suo erede designato, fu rimosso dal proprio incarico per aver criticato le mancate aperture politiche del regime e l’esecuzione di massa di migliaia di oppositori in carcere. Così il debole capo di Stato che i generali non apprezzavano, entrato nella cerchia ristretta di Khomeini grazie ai buoni uffici dell’allora presidente del Parlamento Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, fu promosso da hojatoleslam di medio livello ad ayatollah. Il fondatore della rivoluzione islamica morì due mesi dopo e Ali Khamenei fu eletto nuova Guida suprema, diventando l’uomo più potente dell’Iran. Quel giorno, il figlio che tre anni prima aveva patito l’ostilità dei comandi e dei compagni d’armi nelle trincee del battaglione Habib capì qualcosa che avrebbe definito il resto della sua vita: il potere non si conquista in battaglia ma si costruisce nell’ombra, con pazienza, un legame alla volta. Quarant’anni dopo, Mojtaba Khamenei è la terza Guida suprema della Rivoluzione islamica in Iran.
L’importanza di chiamarsi Khamenei
L’8 marzo, malgrado le minacce del presidente Usa Donald Trump, che l’aveva definito un “peso piuma” bollando la sua nomina come “inaccettabile”; e di Israele, che aveva promesso di uccidere chiunque fosse succeduto al padre; gli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti della Repubblica islamica hanno reso ufficiale la sua ascesa al potere, che qualcuno nei palazzi di Teheran pianificava da anni.
Suo padre, l’ayatollah Ali Khamenei, era morto dieci giorni prima, il 28 febbraio, in un attacco aereo israelo-statunitense mentre si trovava nel suo ufficio della capitale. Con lui Mojtaba aveva perso anche la madre, Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh, sua moglie Zahra Haddad Adel, suo figlio, sua sorella Hoda, suo cognato Mesbah Bagheri Kani e due suoi nipoti. Una tragedia familiare che si intreccia con una crisi geopolitica senza precedenti, che ha tra i suoi protagonisti un uomo di cui si sa poco ma che viene da lontano.
Il suo nome entra per la prima volta nel dibattito pubblico nel 2005, in circostanze tutt’altro che lusinghiere. Mehdi Karroubi, allora candidato riformista alle presidenziali in Iran, scrive una lettera aperta al padre, accusando Mojtaba di aver orchestrato la vittoria del semi-sconosciuto Mahmoud Ahmadinejad grazie ai Pasdaran e ai paramilitari Basiji e persino distribuendo denaro a gruppi religiosi per orientare il voto. D’altra parte la svolta al fianco del candidato ultraconservatore era apparsa improvvisa: tre giorni prima delle elezioni, Mojtaba e suo padre avevano abbandonato Mohammad-Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento e che tutti allora credevano godere del favore della Guida suprema, puntando invece su Ahmadinejad. Una missiva che non avrà conseguenze né politiche né giudiziarie ma che contribuirà a consolidare l’immagine di Mojtaba come “regista nell’ombra” della Repubblica islamica.
Una fama non usurpata, grazie non solo al suo cognome ma anche alle sue scelte di vita. Nel 1999 infatti, Mojtaba sposò Zahra, figlia di Gholam-Ali Haddad-Adel, un intellettuale conservatore destinato a diventare presidente del Parlamento nel 2004. Un’unione che andava oltre il legame sentimentale. Haddad-Adel era l’uomo chiave del fronte conservatore costruito contro i riformisti dell’allora presidente Mohammad Khatami, che perderanno le elezioni del 2005.
Quattro anni dopo, nel 2009, la storia si ripeterà. La contestata rielezione di Ahmadinejad scatenò la protesta del “Movimento Verde”, guidato proprio da quel Mir Hossein Mousavi di cui il padre Ali Khamenei cercava di liberarsi da un quarto di secolo. Tra i manifestanti si scandivano slogan anche contro Mojtaba e fu allora che cominciarono a circolare voci sulla possibile successione del figlio secondogenito della Guida suprema, il cui potere continuava a crescere nell’ombra. L’allora viceministro dell’Interno, Mostafa Tajzadeh, che fu condannato a sette anni di carcere per aver definito un “golpe” il risultato elettorale, attribuirà senza mezzi termini la propria pena alla “diretta volontà di Mojtaba Khamenei”. Tre anni dopo, nel 2012, secondo fonti citate dall’edizione in lingua farsi della britannica Bbc, fu Mojtaba in persona a incontrare Mousavi, ormai in disgrazia e agli arresti domiciliari, per chiedergli di abbandonare la lotta. Proprio l’uomo che da ragazzo era stato osteggiato dai sostenitori di Mousavi al fronte andava ora a intimargli la resa.
La “rete” di Mojtaba
Quella storia cominciata nelle trincee di Shalamcheh non si è infatti mai davvero conclusa ma solo trasformata. Oltre tre decenni dopo, secondo fonti citate da Radio Farda, il battaglione Habib è diventato qualcosa di radicalmente diverso: forse la rete più influente di intelligence e sicurezza della Repubblica islamica, che ruota tutt’attorno all’inizialmente indesiderato Mojtaba Khamenei. Dal fronte alla capitale, gli stessi uomini che avevano combattuto contro l’esercito di Saddam Hussein nei deserti del Khuzestan sono poi diventati responsabili della repressione dei manifestanti nelle strade di Teheran.
Tra i più fedeli c’è Alireza Panahian. Durante la guerra era un giovane religioso incaricato della propaganda, un tipo di poche parole, non certo un combattente, così timido che pare non volesse nemmeno guidare la preghiera davanti ai commilitoni. Eppure, dopo la presa del potere supremo da parte di Ali Khamenei, la sua carriera decollò. Entrò nell’ufficio della Guida suprema sotto la protezione di Mojtaba e fu nominato rappresentante dell’ayatollah nelle università. La sua vera consacrazione arrivò però nel 2009, quando a Teheran predicò che i manifestanti del Movimento Verde erano “corruttori sulla Terra”, un reato per cui la legge islamica in vigore in Iran prevede la morte. Allora l’ayatollah Khamenei lo ascoltava in prima fila e quando la presenza di Panahian non era prevista sul palco tra gli oratori principali delle cerimonie ufficiali, spesso sedeva accanto a lui.
Sempre dopo la repressione del 2009, Mehdi Taeb, veterano del battaglione Habib, divenne fondatore e comandante del “Campo di Ammar”, un’organizzazione che riuniva i sostenitori dell’ala più dura del regime, con l’incarico di reprimere critici e oppositori. Suo fratello minore, Hossein Taeb, salì invece ancora in più in alto: dopo aver lavorato nell’intelligence, si avvicinò a Mojtaba negli anni Duemila e divenne il suo collaboratore più stretto. Nel 2005, quando il figlio di Khamenei orchestrò la vittoria di Ahmadinejad, pare che fu proprio Hossein Taeb a occuparsi dei dettagli operativi. Nel 2009 poi comandava i paramilitari Basiji durante la repressione delle proteste del Movimento Verde. Quindi assunse la guida dell’Organizzazione di Intelligence delle Guardie della Rivoluzione islamica, la più potente agenzia di spionaggio dell’Iran, che diresse per quasi un decennio, rafforzandone costantemente il legame con la cerchia di Mojtaba Khamenei.
Il suo vice invece è Hassan Mohaqiq, che nel 1986 fu il comandante diretto dell’attuale nuova Guida suprema al fronte. A sua volta, il comandante della 27esima Divisione, Mohammad Kowsari, è arrivato alla testa del quartier generale Sarallah, il più importante centro operativo di sicurezza interna della Repubblica Islamica, istituito nel 1995 per reprimere le rivolte urbane. Ali Fazli invece, comandante della 10ma Divisione dove Mojtaba si rifugiò quando non era gradito nel battaglione Habib, ha diretto per anni sul campo la repressione delle proteste a Teheran. Un altro veterano di questa cerchia, Ebrahim Jabbari, è arrivato a essere il capo della guardia personale della Guida suprema, al comando di oltre dodicimila uomini.
Ma la penetrazione dei gangli militari più importanti del sistema della Repubblica da parte di Mojtaba Khamenei è testimoniata non solo dai ruoli di vertice occupati dai alcuni dei suoi più stretti collaboratori ma anche da un memorandum trapelato qualche anno fa alla stampa e firmato dal defunto comandante della Forza Aerospaziale dei Pasdaran, Amir Ali Hajizadeh. Il documento elogiava la “profonda competenza militare” e il sostegno finanziario offerto ai programmi di sviluppo missilistico e di droni dall’attuale nuova Guida suprema, rivelando la grande influenza esercitata per anni nell’ombra dal figlio di Khamenei.
“Il potere dietro la tonaca”
Non a caso i cablogrammi dei diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks alla fine degli anni Duemila descrivevano Mojtaba Khamenei con una particolare espressione: “il potere dietro la tonaca”, un uomo considerato “capace e determinato” e molto ben introdotto all’interno del regime, non solo per il suo cognome. Soltanto nel 2019 però il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti lo inserisce nella lista dei soggetti a sanzioni, accusandolo di gestire i canali, anche finanziari e di riciclaggio, attraverso cui il padre esercitava la propria autorità sulle reti politiche e di sicurezza in Iran. Quella punizione era già una forma di riconoscimento ufficioso, Washington quindi sapeva chi era Mojtaba e cominciava a prendere sul serio il suo ruolo all’interno della Repubblica islamica e non solo.
Alcuni infatti lo descrivono come un miliardario con proprietà a Londra e Vienna: una recente inchiesta dell’emittente statunitense Bloomberg gli ha attribuito un impero che va dal Regno Unito all’Europa continentale fino agli Emirati Arabi, con interessi nel settore bancario, navale e alberghiero nel Vecchio continente, strutturati attraverso prestanome e società fittizie costituite in diverse giurisdizioni. Grazie a questa rete, Mojtaba avrebbe gestito indirettamente un’estesa operazione di riciclaggio di denaro e di investimenti all’estero, in parte per finanziare le operazioni dei Pasdaran. Eppure in Iran non è mai stato considerato un uomo d’affari, anzi. Il suo potere è la conseguenza diretta di chi è ma, soprattutto, di chi conosce.
Anche perché i suoi titoli religiosi non avrebbero teoricamente giustificato la sua ascesa al rango più elevato della Repubblica islamica, il cui regime si fonda sul principio della “velayat-e faqih” (letteralmente: “la tutela del giurista-teologo”). Mojtaba ha ottenuto il titolo di ayatollah soltanto nel 2022, una promozione tardiva, che lo colloca ancora al di sotto dei grandi marja’a del “clero” sciita. Il figlio secondogenito di Khamenei si era infatti trasferito a Qom per studiare teologia solo nel 1999, a trent’anni. Un’età considerata tarda per un aspirante a una lunga e proficua carriera giuridico-religiosa e che potrebbe confermare i sospetti secondo cui in realtà la strada preparata per Mojtaba non fosse quella. D’altronde, nell’ottobre 2024, era stato lui stesso ad annunciare la sospensione delle sue lezioni avanzate di giurisprudenza islamica. Era, aveva detto, “una questione tra me e Dio”. Ora invece si ritrova a guidare uno Stato teocratico. Ma non è certo la prima volta per l’Iran: anche il padre Ali Khamenei era stato promosso in fretta ad ayatollah dopo la defenestrazione di Montazeri e la costituzione era stata persino modificata per adeguare i requisiti necessari ad assumere tale carica.
Una leadership sul filo del rasoio
Semmai il peccato originale della sua nomina risiede nella negazione stessa dei principi su cui si è fondata la Rivoluzione islamica del 1979, che iniziò con l’abbattimento della monarchia ultra-millenaria degli Shah sulla base dell’assunto che la suprema guida del Paese dovesse essere scelta per merito e capacità e non più per discendenza. Qualche anno fa, secondo la Bbc, un membro dell’Assemblea degli Esperti aveva dichiarato che Khamenei stesso si era opposto all’idea che Mojtaba gli succedesse. Vero o no, il padre non ha mai affrontato pubblicamente la questione e ora il figlio inizia il suo mandato come una sorta di erede dinastico, un problema in più per il consenso interno dopo le partecipatissime proteste recentemente represse nel sangue dal regime.
All’estero invece, Mojtaba Khamenei, resta un’incognita. Se il padre aveva servito anni come presidente prima di essere eletto Guida suprema, incontrando leader stranieri e recandosi persino una volta in visita in Cina, il figlio non ha mai ricoperto alcun ruolo esecutivo ufficiale, né ha mai partecipato direttamente ai negoziati sui dossier più caldi come il nucleare, i conflitti con Israele o l’appoggio alle milizie filo-iraniane nella regione. Nessuno nei governi stranieri sa con certezza cosa pensi e cosa intenda fare, si conoscono solo i suoi legami con l’ala più dura dei Pasdaran.
Ma è proprio questa, forse, la sua forza. Per sopravvivere un regime assediato tende a riunirsi intorno al suo vertice con le fazioni più oltranziste, come i comandanti delle Guardie della rivoluzione responsabili di decenni di repressione e la leadership delle forze di sicurezza formatisi nelle trincee della guerra contro l’Iraq, che hanno tutto l’interesse a compattarsi piuttosto che ad aprire fronti di dissidenza. Una pressione però che potrebbe risultare insostenibile per quelle fazioni che, invece, cercano una via d’uscita dalle sanzioni e dal conflitto e per quella grande fetta di popolazione stanca tanto dell’oppressione quanto degli atroci bombardamenti di Israele e degli Stati Uniti. La sua leadership inizia così su un filo sottile, che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.
L’uomo che per decenni ha scelto l’invisibilità come strumento di potere deve ora uscire dall’ombra. Quel ragazzo che al fronte non era gradito nemmeno dai suoi stessi commilitoni ha però costruito, nel corso di quarant’anni, una rete di potere che nessuno in Iran può ignorare e che il resto del mondo sta ancora cercando di capire ma la cui pericolosità sta per scoprire.