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I bambini a contratto

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Per quasi 150 anni, venivano allontanati dalle famiglie con difficoltà economiche e usati come manodopera rurale in Svizzera

David Gogniat aveva otto anni quando nel 1946 tre uomini in divisa fecero irruzione nell’abitazione in cui viveva con la madre, nella città di Berna, in Svizzera.

Mentre un agente di polizia immobilizzava la donna, gli altri due lo caricavano su una macchina che l’avrebbe portato alla sua nuova casa: una vecchia fattoria di campagna, dove la sua nuova famiglia lo obbligava a lavorare prima e dopo gli orari scolastici.

Gogniat oggi ha 76 anni ed è un uomo di una stazza impressionante. Ancora non sa perchè sia stato rapito. Fino a quel momento aveva vissuto un’infanzia felice, anche se sua madre era povera, e suo fratello maggiore e le sue sorelle erano stati portati via dalla polizia un anno prima di lui.

Nella fattoria dove veniva tenuto, la sua giornata iniziava alle sei del mattino e terminava alle dieci di sera. Il suo patrigno era un individuo particolarmente violento. “Lo descriverei quasi come un tiranno. Avevo paura di lui. Aveva un pessimo carattere e mi picchiava anche per le ragioni più insignificanti”, racconta Gogniat.

Gogniat e i suoi fratelli sono solo alcuni dei verdingkinder – i bambini a contratto – che sono stati usati come manodopera a basso costo nelle aree rurali della Svizzera tra il 1850 e il 1979.

Secondo gli storici del Paese, il fenomeno avrebbe coinvolto centinaia di migliaia di bambini, che venivano prelevati con la forza da tutti quei nuclei familiari residenti nelle aree urbane che lo stato aveva identificato come inadatti al sostentamento dei figli. I bambini, quindi, venivano assegnati alle famiglie contadine bisognose di manodopera.

La storica svizzera Loretta Seglias afferma che nella maggior parte dei casi i bambini venivano rimossi dalle proprie famiglie “per ragioni economiche”.

Secondo Seglias, la povertà delle aree rurali svizzere, aggiunta al fatto che l’agricoltura nel Paese non è divenuta meccanizzata fino alla seconda metà del Novecento, hanno fatto sì che i contadini siano ricorsi, con il supporto del governo, all’uso del lavoro minorile dei verdingkinder.

La progressiva meccanizzazione dell’agricoltura, e il diritto di voto ottenuto dalle donne svizzere nel 1971, hanno gradualmente portato alla scomparsa della figura dei bambini a contratto.

Lo scorso anno il governo svizzero ha riconosciuto per la prima volta le sue colpe e ha chiesto scusa a tutte le persone che sono state coinvolte in questo tipo di pratica. “Non possiamo continuare a far finta di niente, l’abbiamo già fatto troppo a lungo”, ha dichiarato il ministro della Giustizia svizzero Simonetta Sommaruga, a margine di quello che ha definito “un giorno di confessione e un appello a non dimenticare”.

La notizia emersa pochi giorni fa è che Guido Fluri, un attivista svizzero che lo scorso aprile aveva lanciato una petizione per richiedere il risarcimento dei danni causati ai verdingkinder, è riuscito a raggiungere la quota necessaria di 100mila firme.

Per questa ragione, la petizione, che prevede un risarcimento di oltre 400 milioni di euro destinati ai circa 10mila verdingkinder ancora in vita, potrebbe addirittura diventare materia di un referendum su scala nazionale.

Il governo svizzero non si è ancora espresso in maniera esplicita sulla campagna sponsorizzata da Fluri. Il sindacato de l’Unione degli agricoltori del Paese invece si è detto favorevole, a patto che a pagare non siano gli agricoltori.

Secondo il presidente dell’Unione, Markus Ritter, bisognerebbe contestualizzare il fenomeno dei verdingkinder e comprendere che le famiglie contadine stavano svolgendo una funzione sociale, offrendo alloggio e riparo a bambini che provenivano da famiglie con difficoltà economiche.

“Abbiamo ricevuto molti feedback da bambini che sono stati trattati bene… ma siamo anche consapevoli che alcuni di loro invece non sono stati trattati in maniera opportuna”, ha detto Ritter.

Le immagini sono di Paul Senn

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