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La guerra per il predominio in Medio Oriente

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Credit: TPI

Gli Usa hanno scatenato un conflitto senza piani per il dopo. Israele vuole spezzare l'Iran e dominare la regione. Le petromonarchie bruciano in silenzio. Ma a Teheran potrebbe bastare la pazienza. Lo scopo di Tel Aviv, ci spiega una fonte di alto livello delle forze di sicurezza israeliane, è distruggere le capacità offensive della Repubblica islamica. “È l'inizio dell'era israeliana”, commenta a TPI il presidente del Ce.SI, Andrea Margelletti. Così questa crisi deciderà gli equilibri internazionali dei prossimi 50 anni

Quando, all’inizio del conflitto scatenato con Israele, il cronista dell’Abc Jonathan Karl chiese a Donald Trump quali fossero i piani degli Stati Uniti per il dopoguerra in Iran, la risposta del presidente Usa fu sibillina: «Lascia perdere il dopo». Non era solo una battuta ma un problema le cui conseguenze si dispiegano giorno dopo giorno su una regione già in fiamme, minacciando di allargarsi al mondo intero.
«Non è la Terza guerra mondiale», spiega a TPI Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali (Ce.SI). «Al momento riguarda solo i Paesi del Golfo ma i suoi effetti smuovono equilibri ben al di là dell’aspetto geografico locale». In un mondo globalizzato, ragiona Margelletti, è illusorio pensare che la guerra in Ucraina riguardi solo l’Europa o che la crisi attuale tocchi soltanto l’Asia occidentale. «Sono tutti conflitti assolutamente generalizzati e gli schieramenti contrapposti sono sempre gli stessi».

La grammatica della deterrenza
Ma per capire cosa sta cambiando, occorre ricordare cosa c’era prima. Gli equilibri regionali precedenti il 7 ottobre 2023 apparivano precari ma leggibili: ciascun attore statale (e non) ne conosceva i confini, e ogni rivalità poteva essere interpretata all’interno di una riconoscibile grammatica della deterrenza.
La competizione tra l’Iran e i Paesi arabi affonda le radici nella cacciata dello Scià del 1979 e ha rinfocolato da allora ogni conflitto nella regione, superando indenne persino la caduta del Muro di Berlino e la Guerra del Golfo. Il primo strappo era arrivato nel 2003 con l’invasione statunitense dell’Iraq. Allora la caduta di Saddam Hussein aveva aperto a Teheran la strada verso il Mediterraneo e alimentato una serie di conflitti per procura dalla Siria allo Yemen. La Repubblica islamica aveva costruito la propria strategia di «difesa avanzata» attraverso l’alleanza con il regime di Bashar al-Assad e con il cosiddetto «Asse della resistenza», composto da Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e una galassia di milizie in Iraq, convinta che tale rete potesse dissuadere Washington e Tel Aviv da qualsiasi attacco diretto. Israele, da parte sua, conviveva a disagio con quel sistema ma lo considerava ancora gestibile grazie alla propria superiorità militare e alla copertura degli Usa.
Tutto cambiò il 7 ottobre 2023, quando gli attentati di Hamas e della Jihad islamica scatenarono la furiosa reazione di Israele contro Gaza e la conseguente apertura di un secondo fronte da parte di Hezbollah in Libano. La più grande offensiva subita dallo Stato ebraico dal 1973 demolì la speranza che quella rete fosse solo uno strumento di deterrenza, cambiando la strategia di Tel Aviv, impegnata da allora a riprendere l’iniziativa con una serie di guerre in tutta la regione. Sino a fine 2024, Teheran poteva ancora ritenersi soddisfatta: Hamas aveva inferto a Israele un colpo storico, sopravvivendo all’offensiva di Gaza, il bagno di sangue nella Striscia aveva macchiato, forse per sempre, la reputazione israeliana nell’opinione pubblica in Europa e Usa e Hezbollah teneva testa all’Idf. Poi l’invasione israeliana del Libano e la caduta del regime siriano cambiarono di nuovo lo scenario: Teheran perse la sua principale fonte di deterrenza e la guerra arrivò direttamente in Iran, proprio l’esito che l’intera strategia della Repubblica islamica era stata progettata per evitare. Così, anche grazie alle partnership con Emirati Arabi Uniti e Azerbaigian, la proiezione di potenza israeliana si era allargata fino al Corno d’Africa e all’Asia centro-meridionale, mentre crescevano le ambizioni della Turchia, l’ormai dominatrice della Siria finanziata dall’alleanza strategica con il Qatar, figlia della frattura del Consiglio del Golfo. Il tutto a spese dell’Arabia Saudita e dei suoi ultimi alleati come l’Egitto. L’equilibrio era ormai rotto e da allora non è stato più ristabilito.

Vuoto strategico
In questo contesto, la risposta di Donald Trump a Jonathan Karl non è un incidente ma la sintesi di un nuovo approccio. Il professor Tom Nichols, che ha insegnato al Naval War College degli Stati Uniti, l’ha definita su The Atlantic «la malattia della vittoria», una sindrome di cui avrebbero sofferto tanto l’imperatore persiano Serse nella Grecia classica quanto Napoleone Bonaparte in Russia e i generali statunitensi Douglas MacArthur in Corea e William Westmoreland in Vietnam: vincere ogni battaglia può far dimenticare che la guerra è, prima di tutto, un fatto politico. Dalla proliferazione nucleare alla «minaccia imminente», non si capisce bene se agli Usa o all’Europa, alle interferenze elettorali, fino all’adempimento del «volere di Dio», le giustificazioni offerte da Washington per la guerra all’Iran non chiariscono quale obiettivo potrebbe essere considerato una vittoria. Senza una risposta, il conflitto rischia di non finire mai.
L’unica certezza è che questa amministrazione non si sente più vincolata dalla “Dottrina Powell”, la vecchia «regola di Pottery Barn» che Thomas Friedman rese celebre sul New York Times: chi rompe paga e i cocci sono suoi. A differenza di Afghanistan e Iraq, Washington non intende partecipare alla ricostruzione politica dell’Iran. Con tutti i suoi limiti, il vantaggio di quell’orientamento era la previsione di una exit strategy chiara, almeno in teoria. Quello che resta oggi invece è ciò che, ancor prima del conflitto, Daniel Drezner ed Elizabeth Saunders avevano descritto su Foreign Affairs come un «ordine hobbesiano», un mondo di «tutti contro tutti», in cui il potere del leader non ammette vincoli e «tutto è lecito». Un sistema che, per dirla con Anne Applebaum, nega la nozione stessa di «sovranità pubblica» e riporta la politica internazionale a una concezione quasi feudale.
Il problema è capire chi è il capo. Margelletti va oltre l’analisi dottrinale e ci offre una lettura più inquietante: «Questa è una guerra che vedeva l’amministrazione Trump fortemente perplessa. Non la voleva il Dipartimento di Stato, non la voleva il Pentagono. Ma credo che Trump non sia nelle condizioni di dire di no a Netanyahu». Non è una questione di governi, precisa. «Ma di rapporti personali».
Non a caso, come annunciato dal presidente Usa, Tel Aviv dovrà partecipare alla decisione ultima di terminare le operazioni belliche. Per vincere però non basterà distruggere le capacità nucleari e balistiche della Repubblica islamica e dissuadere i suoi governanti dal ricostruirle, servirebbe anche un patto a cui aderiscano tutte le parti. Un esito su cui lo Stato ebraico non pare affatto d’accordo.

Obiettivi divergenti
A differenza degli Usa, Israele ha annunciato sin dall’inizio obiettivi molto chiari. Lo scopo dell’attuale campagna di bombardamenti contro l’Iran quanto di quella precedente, come ha spiegato a TPI una fonte di alto livello delle forze di sicurezza di Israele, è distruggere le capacità offensive di Teheran. Prima del giugno scorso, secondo i dati fornitici dalla nostra fonte, la Repubblica islamica produceva circa «un centinaio di missili al mese» e aveva una scorta pari a «quasi tremila missili superficie-superficie». Dopo l’operazione “Rising Lion” però, la produzione mensile è diminuita di «decine» di razzi e le scorte di almeno 500 missili. L’obiettivo dell’attuale campagna è ora azzerare tali capacità. «Senza un intervento militare, entro il 2027 avrebbero avuto scorte pari a quasi ottomila missili», ci avvisa. Un obiettivo che ha almeno il pregio di essere misurabile. Ma se le vittorie tattiche sono reali, i costi si accumulano.
Lo Stato ebraico è esausto. Il prezzo delle campagne militari intraprese negli ultimi due anni è enorme: il deficit pubblico si avvicina al 4% del Prodotto interno lordo; il bilancio della difesa per il 2026 assorbirà tra il 4,5 e il 6,5% del Pil; il turismo è crollato del 60% dall’ottobre 2023 e, a gennaio, la Banca d’Israele ha avvertito di potenziali carenze di manodopera, rischi d’inflazione e fuga di cervelli dal settore tecnologico. Sebbene, secondo l’ultimo sondaggio condotto dall’Institute for National Security Studies, una netta maggioranza dell’opinione pubblica israeliana (81%) sostenga l’attacco all’Iran, il 62% degli intervistati è disposto a vivere in stato di guerra per non più di un mese. Netanyahu invece guarda, secondo fonti del Likud citate da Haaretz, ad elezioni anticipate entro luglio, nella speranza che la guerra trasformi il suo posto nei libri di storia: da responsabile del 7 ottobre a leader che ha eliminato un «equivalente moderno dei nazisti».
Per Israele e Netanyahu non si tratta però solo di una questione di sopravvivenza ma di dominio. «Il desiderio israeliano è chiudere la partita iraniana una volta per tutte, anche spezzettando il Paese e creando le condizioni per una guerra civile», ci spiega Margelletti. «Non è un caso che stiano colpendo le installazioni petrolifere, così il prossimo establishment governativo iraniano non sarà in grado di procedere in maniera autonoma». Non solo degradare le capacità militari, dunque, ma recidere le risorse economiche che le rendono possibili.
«Questo è l’inizio dell’era di Israele», ci spiega Margelletti, senza giri di parole. «Diventa di fatto la superpotenza dell’area, con i Paesi arabi sunniti completamente assoggettati, politicamente e soprattutto per paura delle sue capacità militari». La speranza di Tel Aviv è che, annichilita la potenza iraniana, si compia il disegno degli Accordi di Abramo con i Paesi del Golfo. Ma con Teheran ridimensionata, uno Stato ebraico così forte potrebbe spaventare i vicini più che rassicurarli.

Bersagli involontari
Per le petromonarchie arabe, questa guerra è un incubo a occhi aperti. Non solo si trovano sulla linea del fuoco ma devono fronteggiare sia il blocco dello Stretto di Hormuz, che ne impedisce l’esportazione di petrolio, gas e fertilizzanti e ne ostacola l’afflusso di viveri, che il rischio di morire di sete per la minaccia ai dissalatori.
Il paradosso è che, prima del conflitto, Riad e Abu Dhabi avevano escluso attacchi contro l’Iran dal proprio territorio o attraverso il loro spazio aereo. Le capitali del Golfo speravano che Teheran avrebbe riconosciuto questi segnali. Invece, la Repubblica islamica ha trascinato tutti nella guerra sin dal primo giorno per colpire le basi statunitensi nella regione e soprattutto quella rete di radar che costituisce il vero scudo di Israele e degli alleati degli Usa dai missili di Teheran. Quelle strutture militari erano state costruite per proteggere le monarchie del Golfo da aggressioni esterne, ora invece le hanno esposte. L’obiettivo dell’Iran e dei suoi attacchi alle loro infrastrutture energetiche e commerciali è far pagare il prezzo dei raid subiti agli alleati di Tel Aviv e di Washington, nella speranza che facciano pressione sulla Casa bianca per porre fine al conflitto.
Una tattica rischiosa, che si fonda però sull’ambiguità delle petromonarchie arabe, preoccupate che alla fine della guerra gli Usa lascino mano libera a Israele. Nessuno ha infatti dimenticato l’attacco israeliano a Doha del settembre 2025, quando Tel Aviv tentò di assassinare i vertici di Hamas nella capitale del Qatar, infischiandosene della presenza nell’emirato della maggiore base statunitense nella regione. «I Paesi arabi non sono minimamente in grado di opporre alcuna obiezione ai desiderata di Israele», sottolinea il presidente del Ce.SI. «L’abbiamo visto con Gaza: hanno levato ogni tanto la voce, ma Israele ha condotto l’operazione nelle modalità e nei tempi che voleva».

Fronti dimenticati
Il cerchio delle vittime collaterali però si allarga ben oltre il Golfo. L’Egitto, stretto tra la dipendenza finanziaria dall’Arabia Saudita e di sicurezza da Israele e il crollo delle entrate del Canale di Suez, si ritrova di nuovo sull’orlo di una crisi che si credeva ormai alle spalle: un miliardo e quattrocento milioni di dollari ritirati dagli investitori stranieri in pochi giorni, la valuta in caduta libera, le centrali elettriche a rischio.
Gli Houthi in Yemen invece, responsabili degli attacchi che hanno ostacolato la navigazione dal Mar Rosso a Suez, restano per ora alla finestra, trattenuti dagli accordi del maggio dell’anno scorso, ma continuano a prepararsi, sfruttando le divergenze tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi: una loro nuova sortita nello Stretto di Bab el-Mandeb aggraverebbe ulteriormente la già critica situazione a Hormuz.
Il Libano poi vive un momento paradossale: con un Hezbollah mai così debole, messo addirittura fuori legge dal governo di Beirut, si apre per la prima volta dal 1982 la possibilità di una pace formale con Israele, mediata dagli Stati Uniti. Ma lo Stato ebraico continua comunque ad avanzare nel sud del Paese, dopo aver già ucciso centinaia di persone e aver provocato centinaia di migliaia di sfollati con i suoi raid contro il gruppo armato sciita.
In Cisgiordania intanto i checkpoint sono chiusi e singoli gruppi di coloni approfittano del clima di guerra per continuare indisturbati le violenze contro i palestinesi, mentre sempre meno aiuti arrivano a Gaza, dove decine di ong hanno dovuto interrompere le proprie attività. Così la questione palestinese è sparita dai titoli, non dalla realtà.
L’Iraq infine è colpito da tutti e tre i contendenti e fuori da Baghdad il governo provvisorio del premier Shia al-Sudani stenta a contenere le milizie filo-iraniane, che nel frattempo attaccano basi statunitensi e persino quella italiana a Erbil, in Kurdistan, mentre Bassora taglia metà della sua produzione petrolifera. Trump in persona ha provato a reclutare i curdi iracheni per un’incursione in Iran ma questi si sono rifiutati, anche per i loro forti legami con la Turchia.

Il prossimo nemico?
Ognuno cerca sponde dove può e persino l’altra potenza in ascesa nella regione è preoccupata. La Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che ha subito condannato la guerra di Usa e Israele all’Iran, è da tempo impegnata per una mediazione tra Washington e Teheran, anche grazie al buon rapporto tra il suo presidente e Trump e alla capacità di dialogo dei servizi turchi con i Pasdaran iraniani. Il Paese inoltre, membro della Nato, gode anche di buoni rapporti con le monarchie del Golfo, soprattutto il Qatar; è di fatto il dominus del nuovo governo siriano di Ahmed al-Sharaa; ed è sempre più presente in Africa, dal Mar Rosso al Golfo di Guinea. Un’ascesa che non è passata inosservata a Tel Aviv, in un momento in cui le relazioni turco-israeliane sono già ai minimi storici.
«La Turchia è in una fase di ascesa inarrestabile», ha osservato l’ex premier israeliano Naftali Bennett a Bloomberg, definendola una «nuova minaccia strategica». «Dopo l’Iran, la Turchia», ha chiosato. Una valutazione che non può trovare d’accordo gli Stati Uniti ma che peserà non poco sui futuri equilibri regionali. «Pochi anni fa avremmo dato per impossibile una guerra tra Israele e la Turchia», ci ricorda Margelletti. «Ma il mondo che esisteva prima non c’è più e non tornerà a breve».
Intanto le preoccupazioni di Ankara sono concrete: le difese aeree della Nato hanno intercettato più di un missile lanciato dall’Iran sullo spazio aereo turco; Teheran è il terzo fornitore nazionale di gas naturale, dopo Russia e Azerbaigian; e l’incubo di una frammentazione dell’Iran potrebbe favorire i gruppi armati curdi e mettere a rischio il fragile processo di pace in corso con il Pkk. Tutto però dipenderà dal destino della Repubblica islamica. Ma su questo Margelletti è lapidario: la frammentazione dell’Iran «non è un problema che riguarda Israele».

Miraggio a Teheran
La scommessa a Washington appariva brutale nella sua semplicità: schiacciare la testa del regime e aspettare che il corpo collassasse. Ma non è andata così e non è una sorpresa. L’establishment della Repubblica islamica aveva a lungo previsto la morte di Khamenei, se non sotto le bombe per l’avanzare dell’età. Malgrado i raid costati migliaia di morti, compresi centinaia di minori colpiti persino nelle aule scolastiche, il meccanismo della successione si è messo in moto comunque e con una rapidità sorprendente. Il Consiglio di transizione è stato nominato in poche ore; le Guardie rivoluzionarie, i paramilitari Basiji e le forze armate sono rimaste compatte e fedeli al regime; e nel giro di dieci giorni è arrivato l’annuncio di una nuova Guida suprema, quel Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah, che Trump aveva definito «inaccettabile» e che è stato scelto, forse, anche perché rifiutato dagli Usa. Insomma, se l’obiettivo era il “regime change”, questa nomina ha già il sapore di una sconfitta per Washington.
Intanto la gestione quotidiana del Paese pare affidata a due figure come Ali Larijani (ucciso il 17 marzo), per gli affari militari più importanti, e Mohammad-Bagher Ghalibaf, per quelli politici, due ex rivali della linea dura che la guerra ha temporaneamente unito e che non mostrano alcuna intenzione di trattare. L’ostacolo che la Casa bianca ha sistematicamente sottovalutato è infatti l’ormai totale assenza di fiducia dei vertici della Repubblica islamica verso un accordo, tanto che ormai chiede apertamente una «resa incondizionata».
Al momento la prognosi per la Repubblica islamica appare però più rosea di quanto le bombe lascerebbero supporre. D’altronde per ora, come ha ammesso anche il presidente Trump affermando che «la maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte», non sembrano esserci alternative. Già prima della successione a Khamenei, gli scenari credibili si riducevano a un consolidamento del potere dell’attuale regime oppure a un collasso che avrebbe aperto le porte a un caos in stile Iraq post-2003, una prospettiva che spaventa le cancellerie regionali molto più della stessa Repubblica islamica. A Teheran insomma potrebbe bastare la pazienza.
Leggendo le dichiarazioni provenienti da Washington, gli obiettivi sembrano aggiornati sempre più al ribasso: il “regime change” è diventato “creare le condizioni per un regime change”, che è un modo elegante per ammettere che ormai l’obiettivo è fuori portata, a meno di scenari radicali.
«È molto difficile immaginare che questo Iran si arrenda», ci spiega Margelletti, «perciò si punta a creare le condizioni affinché scoppi una guerra civile interna, sfruttando le divisioni etniche. Non è mai successo che un cambio di regime venga dall’alto: ci vuole qualcuno che entra nel palazzo del potere, caccia il leader e si insedia al suo posto». Sul fronte militare, aggiunge il presidente del Ce.SI, c’è una possibilità concreta finora poco discussa: «Quello dell’Azerbaigian non è un gruppo di guerriglieri, ma un esercito che, col supporto americano e israeliano dall’alto, può raggiungere Teheran. In questo scenario è prevista la frammentazione del Paese lungo le linee etniche: araba, azera, baluci e persiana, ad esempio». Ma, comunque vada a finire, chi comanda oggi a Teheran potrebbe avere ancora voce in capitolo nel prossimo futuro e questa, in fondo, è già una forma di vittoria per il regime.

Il nuovo disordine regionale
La resa dei conti in corso è dunque solo l’ultimo capitolo di uno scontro che ha demolito un quarto di secolo di deterrenza regionale senza riuscire a produrre nulla che la sostituisca. Ma questo conflitto apre anche una nuova era, che sarà definita da chi riuscirà a imporre le proprie regole: probabilmente Israele con il supporto di Washington, degli Emirati Arabi e degli altri aderenti agli Accordi di Abramo; oppure la Turchia con l’appoggio del Qatar e della nuova Siria; o ancora, ben più difficilmente, l’Arabia Saudita insieme a un Egitto sempre più fragile.
La geografia, invece, non cambia e su questo Margelletti ha una visione netta e poco confortante per chi legge. «Ci troviamo una serie di problemi che avranno una diretta influenza sul ruolo, sulla sicurezza, sull’economia, sull’energia dell’Europa», osserva il presidente del Ce.SI. «Ma i processi storici o li guidi o li subisci e noi abbiamo scelto di non volerli guidare. In un mondo che punta sulla forza, chi è debole non conta. Gli europei non contano niente perché hanno scelto di non contare nulla».
L’unica certezza rimasta, per dirla con Trump, è che non conosciamo il «dopo». Ma, che il presidente statunitense voglia o meno che ce ne preoccupiamo, questo sta già accadendo. Se non ancora con la nascita di un nuovo ordine, con il prolungamento e l’acuirsi dei disequilibri precedenti. Ignorarlo non farà sparire il problema, lo renderà solo più pericoloso e il conto, prima o poi, arriva.

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