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Mohammad Bagher Ghalibaf: chi è l’uomo dai mille volti che potrebbe mediare un accordo tra Usa e Iran

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Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

I suoi primi contatti con la famiglia Khamenei risalgono a prima della Rivoluzione del 1979. Poi è stato il più giovane comandante di divisione dei Pasdaran, amico intimo di Qassem Soleimani, ha represso le proteste studentesche a cavallo degli anni Novanta e Duemila. Sospettato di corruzione, è stato sindaco della capitale Teheran e quattro volte candidato alla presidenza senza mai essere eletto. Ma dopo l’uccisione della Guida Suprema e di Ali Larijani è diventato la figura più autorevole dell’ala dura del regime

Trent’anni fa Mohammad Bagher Ghalibaf non sapeva quasi nulla di aerei. Eppure nel 1997 l’ayatollah Ali Khamenei lo nominò comandante dell’aeronautica dei Pasdaran. Poche settimane dopo, alla sua prima riunione di comando, non capì praticamente nulla di quello che i suoi ufficiali si dicevano. Allora si alzò, salutò i presenti con una benedizione religiosa e se ne andò senza proferire parola. Da quel giorno e per anni, ogni notte dalle tre alle otto del mattino, si mise a studiare e a imparare tutto il possibile, fino a ottenere il brevetto di volo.
Qualche anno dopo diventerà pilota certificato di Airbus A300 e A320. Quindi, anche durante il suo mandato di sindaco di Teheran, volerà persino per la compagnia di bandiera Iran Air, naturalmente stipendiato dallo Stato, nonostante la legge iraniana lo vieti. Perché le regole valgono per gli altri.
Oggi Ghalibaf ha 64 anni, presiede l’Assemblea consultiva islamica, cioè il Parlamento iraniano, ed è considerato il candidato più promettente per guidare Teheran fuori dalla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele verso qualcosa che assomigli alla pace. O almeno a un accordo.

Un figlio della Rivoluzione
Mohammad Bagher Ghalibaf nasce il 1° settembre 1961 a Torqabeh, un sobborgo sud-occidentale di Mashhad, città sacra per pellegrini e ayatollah del Khorasan, nel nord-est dell’Iran non lontano dai confini con Turkmenistan e Afghanistan. Il padre è un commerciante e la famiglia è religiosa, come si conviene. A sedici anni, il ragazzo già frequenta le moschee e ascolta i discorsi di figure politiche e religiose contrarie al regime dello Shah, tra cui l’allora idolo delle masse, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, che dal suo esilio iracheno faceva circolare i propri discorsi su audiocassetta. È il periodo della Rivoluzione, Khomeini sale al potere e tutto cambia in Iran. Due anni dopo, appena maggiorenne, Mohammad Bagher si unisce ai Basij, la milizia popolare del nuovo regime teocratico. Ghalibaf viene inviato nel Kurdistan iraniano, all’estremo opposto del Paese, a reprimere gli insorti contro il nuovo governo di Teheran.
L’anno successivo, nel 1980, quando l’Iraq di Saddam Hussein decide di invadere l’Iran, entra nelle fila delle Guardie rivoluzionarie. A soli ventun anni comanda già una brigata. A ventidue, un’intera divisione, il più giovane tra i comandanti dei Pasdaran. Ma ha appena cominciato la sua ascesa tra i ranghi della Repubblica islamica. Dal fronte infatti entra presto in contatto con un sistema di potere da cui non uscirà mai più. Contano però anche le conoscenze, qui infatti avvia una proficua amicizia con un altro giovane comandante proveniente dalla provincia di Kerman, Qassem Soleimani.

Un concittadino eccellente
Ma per comprendere la sua ascesa nella Repubblica islamica, bisogna cominciare dal suo rapporto con la famiglia Khamenei e in particolare con la defunta Guida Suprema, Ali, ucciso il 28 febbraio scorso in un raid aereo israelo-statunitense a Teheran. I due sono quasi compaesani: uno viene da Torqabeh, l’altro da Mashhad. Da giovane il futuro presidente del Parlamento iraniano ascoltava già i discorsi di Khamenei e di suo cognato Sheikh Ali Tehrani, uno dei padri della Costituzione iraniana che ruppe con il fondatore della Repubblica islamica Ruhollah Khomeini, quando questi nominò la futura Guida suprema Imam della preghiera del venerdì a Teheran.
Ghalibaf invece restò fedele al suo mentore. Anzi, pare che fu proprio lui, durante la presidenza della Repubblica di Khamenei negli anni Ottanta, il primo a usare il titolo di “Agha”, allora riservato solo a Khomeini, per rivolgersi al futuro ayatollah, prima ancora che raggiungesse la carica di Guida Suprema nel giugno 1989.
Negli anni successivi, ogni volta che Ghalibaf ha avuto bisogno di un incarico o che Khamenei ha avuto necessità di nominare un proprio fedelissimo, è intervenuto il successore di Khomeini. Nel 1994 gli conferì la guida della fondazione Khatam al-Anbiya, un conglomerato istituito da Khamenei cinque anni prima per investire a scopo economico le risorse civili delle forze armate; nel 1997 la leadership dell’Aeronautica militare dei Pasdaran, quando non sapeva riconoscere un caccia da un velivolo civile; nel 2000 il comando delle forze di polizia nazionali. Una carriera costruita sulla fedeltà e sulla geografia, più che sulla competenza. Ma che i vertici del regime hanno ripagato.

Comandante “Gazanbari”
Quando, nel luglio del 1999, gli studenti di Teheran scesero in piazza per protestare contro la chiusura di un giornale riformista e nella capitale si udirono i primi slogan contro il “dittatore” Khamenei, Ghalibaf e ventitré altri comandanti delle Guardie Rivoluzionarie scrissero una lettera durissima all’allora presidente della Repubblica, Mohammad Khatami, in difesa della Guida Suprema, minacciando di far intervenire i Pasdaran per reprimere la piazza.
Anni dopo, in un discorso ai paramilitari Basij, Ghalibaf racconterà di aver preso un bastone e di essere sceso personalmente in strada in motocicletta insieme a un altro generale dei Pasdaran, Qassem Soleimani, per “ripulire la sporcizia”. Per mantenere “sicurezza e tranquillità”, disse, qualcuno deve stare in piazza con un bastone in mano. Anche se è un comandante. Una prova di fedeltà formidabile per Khamenei.
Tanto che, quattro anni dopo, durante le proteste studentesche del 2003, l’ormai capo della polizia Ghalibaf interverrà ancora per sedare il dissenso contro il regime. Anche se dieci anni dopo, durante un dibattito elettorale, negherà ogni responsabilità, in un audio diffuso nel 2013 racconterà con la sua stessa voce di essersi allora presentato al Consiglio di sicurezza del ministero dell’Interno e di aver ottenuto “per la polizia, il permesso di intervenire con la forza”. Il suo avversario e futuro presidente Hassan Rouhani aggiungerà poi un dettaglio colorito: Ghalibaf avrebbe chiesto di “lasciare che gli studenti si avvicinassero” agli agenti, “così da poter finire il lavoro”. Da allora, nel gergo politico iraniano, è stato soprannominato comandante “Gazanbari”, cioè “gas lacrimogeno”. La sua ambizione però va ben oltre la sicurezza del regime.

L’eterno sconfitto
Per vent’anni Ghalibaf ha inseguito il sogno di diventare presidente della Repubblica islamica, il grado più alto riservato a chi non è esperto di giurisprudenza religiosa in Iran. La prima volta fu nel 2005: allora cambiò il look da rivoluzionario, si fece fotografare in uniforme da pilota e occhiali da sole nella cabina di un Airbus, con un vistoso anello al dito. Voleva sembrare più moderno e allontanarsi dall’immagine del generale dei Pasdaran, una mossa che non piacque alla sua fazione conservatrice, che votò in massa per il suo avversario d’area Mahmoud Ahmadinejad. Allora Ghalibaf arrivò quarto con il 14,5% e oltre quattro milioni di voti ma pare che fu proprio il suo mentore Khamenei, o meglio suo figlio Mojtaba, attuale nuova Guida Suprema, a tradirlo. Allora il candidato riformista Mehdi Karroubi accusò proprio il figlio della Guida Suprema di aver orchestrato la vittoria del semi-sconosciuto Ahmadinejad con l’appoggio dei Pasdaran e dei Basij. Un’accusa mai provata, anche se la svolta apparve improvvisa: Khamenei e il figlio abbandonarono Ghalibaf soltanto tre giorni prima delle elezioni.
Così nel 2013 cambiò strategia: tolti gli abiti eleganti, tornò all’uniforme kaki per raccogliere i voti degli ultras del regime. Ma era un’altra stagione politica e lui non lo aveva capito. La Repubblica islamica era sopravvissuta alla brutale repressione delle proteste della cosiddetta “Onda verde”, scoppiate nel 2009 proprio contro la contestata rielezione di Ahmadinejad, e il suo avversario riformista, Hassan Rouhani, proponeva un programma di aperture economiche e politiche, sia verso l’interno che all’estero. Stavolta Ghalibaf arrivò secondo con il 16% e più di 6 milioni di preferenze, registrando il suo miglior risultato. Ma a vincere fu Rouhani, travolto dall’entusiasmo per i negoziati sul nucleare, affidati al suo rivale Ali Larijani. Allora, alla vigilia della sua più grande apertura a Washington, il suo mentore Khamenei la chiamò “flessibilità eroica” ma a rimetterci fu ancora una volta il suo fedelissimo, che però non si perse d’animo.
Nel 2017 Ghalibaf ci riprovò con il populismo, presentandosi come il campione del “96%” della popolazione contro il “4%” dei ricchi e dei corrotti del governo Rouhani. Tuttavia, a soli quattro giorni dal voto, si ritirò a favore del candidato conservatore Ebrahim Raisi, che gli fu ancora una volta preferito dalla Guida Suprema. Un sacrificio inutile visto che Raisi perse comunque, fermandosi al 39,43% contro il 58,85% del presidente in carica. Quattro anni dopo, anche grazie alla squalifica di centinaia di candidati ad opera del Consiglio dei Guardiani fedele a Khamenei, proprio Raisi vinse le elezioni con più del 72,3%. Praticamente non c’era spazio per nessun altro.
Nel 2024 però, dopo la morte di Raisi in un incidente aereo, Ghalibaf ci riprovò un’ultima volta ma ottenne meno di tre milioni e quattrocentomila voti, pari al 14,4%, arrivando terzo. Il candidato indipendente e attuale presidente Masoud Pezeshkian ottenne invece la presidenza con la benedizione della Guida Suprema, che aveva ancora una volta bisogno di calmare le acque dopo quasi due anni di proteste e repressione del movimento “Donna, vita, libertà”. Ma nel frattempo Ghalibaf non è rimasto a bocca asciutta.

L’impunito
L’attuale presidente del Parlamento iraniano, infatti, è stato sindaco di Teheran per dodici anni, dal 2005 al 2017, il mandato più lungo nella storia della capitale. Ha fatto costruire tunnel, autostrade, parchi e ha modernizzato la città, almeno la zona nord, dove abitano i più ricchi, mentre la periferia sud, tradizionalmente meno agiata, è rimasta un po’ nel dimenticatoio. Il suo lascito più duraturo, però, non è urbanistico ma finanziario, nel senso peggiore del termine.
I casi di corruzione contro la sua giunta si sono accumulati per anni nei tribunali locali. A partire dal suo vicesindaco e fedelissimo Issa Sharifi, condannato a vent’anni per corruzione in un processo che ha aspettato la fine del mandato di Ghalibaf prima di cominciare. Il caso riguardava, tra l’altro, l’appropriazione indebita di quasi 1.300 miliardi di rial, pari allora ad almeno 32 milioni di dollari, in una transazione tra il Comune della capitale e la Yas Holding, filiale immobiliare della Fondazione delle Cooperative del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La holding, fondata nel 2016, fu sciolta due anni dopo per lo scandalo seguito all’arresto di Sharifi. Una conversazione pubblicata nel 2018 tra l’ex comandante dei Pasdaran Mohammad-Ali Jafari e il suo vice Sadegh Zolghadr coinvolgeva direttamente Ghalibaf, Qassem Soleimani, il vice di Jafari Jamaloddin Aberoumand e il capo dell’intelligence Hossein Taeb. Eppure l’inchiesta si fermò al solo vicesindaco.
Un altro caso riguardava invece oltre duemila tra appartamenti, ville e altre proprietà immobiliari pubbliche, pari a circa 1,1 milioni di metri quadrati, finiti in possesso di funzionari governativi, personaggi vicini al regime e società affiliate ai Pasdaran, talvolta venduti a metà prezzo, con una perdita di circa 22mila miliardi di rial, pari a quasi 525 milioni di dollari dell’epoca. Alcuni di questi immobili e appezzamenti di terreno sarebbero ufficialmente finiti all’intelligence per costruire strutture “sicure”, dove probabilmente finiscono anche gli oppositori politici detenuti, sgravando così l’amministrazione dall’obbligo di registrare pubblicamente le assegnazioni. Ma in questi affari opachi non entravano solo i Pasdaran: c’erano anche società come la Rasa Tejarat, con debiti di migliaia di miliardi di rial nei confronti del Comune, che riuscivano regolarmente a non saldare i propri conti senza alcuna conseguenza. Il giornalista che per primo smascherò questo sistema, Yashar Soltani, fu arrestato, Ghalibaf invece rimase incensurato.
Intanto dalla banca del Comune emergevano una serie di irregolarità, la Fondazione di beneficenza Imam Reza, di cui era dirigente la moglie Zahra Moshir, riceveva 600 miliardi di rial dal bilancio della capitale per gentile concessione del sindaco-marito, e il figlio Elias veniva coinvolto nel 2015 in un caso di corruzione da oltre 10 miliardi di rial. In tutto sono oltre una decina i fascicoli di indagine aperti su casi in cui è rimasto coinvolto Ghalibaf, che però se l’è sempre cavata grazie alla sua rete di relazioni, in primis con la famiglia Khamenei e poi con i vertici delle Guardie Rivoluzionarie e le istituzioni finanziarie e religiose da questi controllate.
Ghalibaf però non è solo un generale perfettamente integrato nel sistema corrotto della Repubblica islamica ma anche un uomo di una certa tenacia intellettuale. Nel mezzo di guerre, comandi, repressioni e candidature presidenziali, si è laureato in geografia umana all’Università di Teheran, dove ha preso un master, difendendo nel 1998 una tesi di dottorato in geografia politica all’Università Tarbiat Modares e insegnando come docente in entrambi gli atenei. Sua moglie Zahra Moshir poi, figlia del suo vicino di casa a Torqabeh e sposata nel 1983 poco più che ventenne, vanta a sua volta un dottorato in sociologia culturale e insegna all’università.
Infine c’è la storia del pilota, che è quasi una favola se non una farsa. Comandante dell’Aeronautica militare senza saper volare, si sveglia alle tre di notte per anni finché non ottiene il brevetto. Quindi vola per Iran Air da sindaco e si fa mandare persino a Tolosa, in Francia, a spese della compagnia di bandiera per ottenere l’abilitazione sugli A320. Per di più vola anche per Meraj Airlines, il vettore statale riservato ai funzionari governativi, e naturalmente ottiene biglietti gratuiti per sé e la famiglia, incluse quattro tratte da Teheran a Londra all’anno, regalo dell’allora consiglio d’amministrazione di Iran Air. La legge iraniana vieta di ricoprire più di un incarico governativo alla volta ma Ghalibaf lo ha fatto per anni, in bella vista, senza conseguenze. Insomma un uomo di potere, che sa cosa vuol dire fare affari e favori e con cui si può discutere, oltre i dogmi religiosi.

L’ultimo rimasto
Oggi Mohammad Bagher Ghalibaf è al suo secondo mandato consecutivo come presidente dell’Assemblea Consultiva Islamica, il Parlamento iraniano. Una carica ricoperta per la prima volta nel 2020, dopo essere stato eletto deputato come rappresentante di Teheran, sfruttando un’altra squalifica di massa dei candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani, diventando il primo ex comandante dei Pasdaran nella storia della Repubblica islamica a guidare uno dei tre poteri dello Stato. Malgrado il ruolo istituzionale però, gli scandali non sono finiti e nemmeno gli insabbiamenti.
Nell’aprile 2022, pochi mesi prima dell’uccisione di Mahsa Amini e dello scoppio delle proteste del movimento “Donna, vita, libertà”, la moglie Zahra fu coinvolta nel cosiddetto “LayetteGate” quando fu fotografata all’aeroporto di Teheran di ritorno da un viaggio in Turchia con una ventina di bagagli pieni di merce di lusso acquistata all’estero mentre l’Iran era alle prese con una gravissima crisi economica. La situazione peggiorò quando il giornalista iraniano Amirhossein Miresmaili, residente in Turchia, accusò la moglie, la figlia e il genero di Ghalibaf di aver acquistato due appartamenti di lusso in un famoso complesso residenziale a Istanbul per l’equivalente di quasi 1,6 milioni di dollari. Una vicenda poi messa a tacere con la repressione delle proteste, permettendo a Ghalibaf di ricandidarsi e tornare in Parlamento nel 2024, venendo riconfermato presidente prima di perdere le ultime elezioni per diventare capo dello Stato.
La svolta però è arrivata con la guerra scatenata il 28 febbraio da Usa e Israele contro l’Iran. Ancora prima del conflitto, per reprimere nel sangue le proteste del dicembre e del gennaio scorso che sono costate la vita a migliaia di persone, Khamenei aveva affidato la segreteria del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale a un suo vecchio rivale conservatore, Ali Larijani, l’ex presidente del Parlamento che aveva contribuito a negoziare l’accordo sul nucleare del 2018, preferendolo ancora una volta al generale Ghalibaf. Ma la sua morte, avvenuta il 17 marzo in un raid di Israele a Teheran, lascia un vuoto che ora ricade, almeno in parte, proprio sull’attuale presidente del Parlamento iraniano, uno dei pochi rimasti con abbastanza esperienza riconosciuta a livello internazionale per garantire un accordo. D’altra parte, secondo tre alti funzionari iraniani citati dal quotidiano statunitense The New York Times, Ghalibaf ha ormai assunto la responsabilità delle decisioni strategiche al posto del successore di Larijani, Mohammad Bagher Zolghadr, mentre al generale Ahmad Vahidi, comandante dei Pasdaran, resta la gestione tattica delle operazioni belliche, e al presidente Masoud Pezeshkian, l’amministrazione civile. Una ripartizione che, visto il calibro dei personaggi, fa pendere l’equilibrio della bilancia del potere verso Ghalibaf.
Tanto che, quando Donald Trump ha annunciato “colloqui positivi” con Teheran, senza però voler rivelare il nome della “figura di alto grado” con cui la Casa bianca starebbe negoziando, diversi media in Israele e negli Usa hanno puntato su di lui, che si è però affrettato a smentire tutto sui social, definendo “false” le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti e volte a manipolare i mercati petroliferi e finanziari, crollati per paura di un conflitto prolungato. Come sua abitudine, Ghalibaf ha rispolverato la linea dura, accusando Trump di voler “sfuggire al pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele”.
Eppure, secondo quanto riferito al portale Politico da alcuni funzionari statunitensi, la Casa bianca starebbe pensando proprio a lui come possibile interlocutore per un accordo con la Repubblica islamica, un conservatore pragmatico, capace di trattare e che capisce il linguaggio del potere. Un paradosso: negoziare con l’amico di Qassem Soleimani, ucciso nel 2020 per ordine di Donald Trump a Baghdad, l’uomo che scriveva lettere minacciose ai presidenti riformisti e si armava di bastone per reprimere personalmente le proteste e che dall’inizio della guerra ha persino minacciato di colpire “gli enti finanziari che alimentano il bilancio militare statunitense”. Questo sarebbe oggi il più promettente candidato a negoziare con Washington. Ma in fondo la storia di Ghalibaf è quella di un uomo dai mille volti: agitatore, pilota, generale, accademico, politico conservatore e populista, tecnocrate. Ora potrebbe indossare anche l’ultimo, quello del negoziatore pragmatico.

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