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Home » Esteri

Spiragli di tregua in Iran? Il Pakistan registra “progressi” con Teheran, l’Oman media su Hormuz e gli Usa sospendono i raid

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Navi mercantili in attesa nello Stretto di Hormuz, al largo di Khasab, nel nord dell’Oman. Credit: CHINE NOUVELLE/SIPA / AGF

Gli Stati Uniti non hanno in programma, al momento, nuove offensive militari contro la Repubblica islamica e si affidano piuttosto alle sanzioni per isolare il regime, mentre le mediazioni condotte dai Paesi vicini mirano a ripristinare la sicurezza dei traffici marittimi. Ma la strada verso un cessate il fuoco definitivo resta in salita

Stati Uniti e Iran sembrano aver congelato l’opzione militare per puntare, da un lato, sulla leva economica e, dall’altro, sui canali diplomatici aperti dal Pakistan e dall’Oman, nel tentativo di ripristinare il transito marittimo nello Stretto di Hormuz ed evitare un’ulteriore escalation del conflitto.
I colloqui dietro le quinte registrano timidi progressi, sebbene ogni sviluppo, sul campo e in mare, rimanga ancora incerto. Se Washington sembra intenzionata a concedere tempo ai mediatori, congelando temporaneamente l’offensiva militare e affidandosi a nuove sanzioni, la Repubblica islamica continua a vincolare la riapertura dello Stretto alla fine delle ostilità. Intanto la riduzione dei transiti navali, le sanzioni e le nuove liste nere compilate da Teheran pesano sui prezzi energetici.

La strategia di Washington
Il cambio di passo della Casa bianca è evidente. Come riferito da due fonti informate citate dall’emittente israeliana Channel 12, il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha confidato ai suoi omologhi internazionali che, per ora, non è in programma alcun nuovo attacco contro l’Iran. L’obiettivo del presidente Donald Trump è infatti concentrato sulla stretta economica e sulla messa in sicurezza di Hormuz per normalizzarne i traffici, un approccio che dovrebbe restare in vigore almeno fino alle elezioni di metà mandato previste per inizio novembre. Solo dopo quella data, l’opzione militare contro Teheran potrebbe tornare sul tavolo. Rubio, in ogni caso, non ha escluso del tutto l’uso della forza, precisando che qualora Teheran ricominciasse le ostilità, Washington non si tirerebbe indietro. Una nuova linea ribadita anche dal segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, che ha annunciato un pacchetto di nuove sanzioni contro la Repubblica islamica e chi la aiuta a finanziarsi.
Nel frattempo, Donald Trump ha rivelato sul suo social Truth che, in base ai rapporti della Marina americana, “tutte le mine sono state rimosse e/o distrutte nelle acque internazionali dello Stretto di Hormuz”. L’inquilino della Casa bianca, che in precedenza aveva rivendicato il pieno controllo dell’area, arrivando a proclamare lo Stretto “territorio statunitense” scatenando le ire iraniane, ha poi avvertito Teheran: “L’Iran è stato informato che qualsiasi nave o imbarcazione che posi nuove mine verrà distrutta”. Le operazioni di sminamento, secondo quanto riportato dal giornalista Barak Ravid del portale Axios, sono andate avanti sistematicamente per mesi, in cui i droni sottomarini americani hanno identificato oltre cento sospette mine, successivamente rimosse o fatte brillare da appaltatori privati. Grazie alla protezione dell’Aeronautica militare statunitense, secondo la Casa bianca, l’area è ora considerata sicura per il transito navale sia in entrata che in uscita dal Golfo persico, il che dovrebbe far crescere il traffico e ridurre il peso delle minacce dell’Iran. Va detto, però, che più volte Trump si è lasciato andare a dichiarazioni contraddittorie, arrivando a sollevare dubbi sul fatto che le mine fossero state effettivamente mai piazzate, seppur nel memorandum d’intesa firmato il 17 giugno scorso (ormai decaduto) l’Iran si impegnava a rimuovere tutti gli ordigni collocati nello Stretto.

Il pressing di Islamabad
Nonostante i toni accesi, il dialogo prosegue. A tessere la tela è soprattutto il Pakistan. La visita nella capitale iraniana del comandante delle forze armate di Islamabad, Asim Munir, è stata descritta come “estremamente proficua” dal vicedirettore per le Comunicazioni dell’Ufficio di Presidenza iraniana, Mehdi Tabatabaei. “A differenza di alcune errate speculazioni mediatiche, il viaggio in Iran del feldmaresciallo Asim Munir, comandante dell’esercito del Pakistan, è stato estremamente fruttuoso e ricco di risultati diplomatici di grande valore, i cui effetti saranno presto evidenti”, ha scritto Tabatabaei sui social. Parole che fanno eco a quelle del ministro degli Interni pakistano Mohsin Naqvi, che ha definito “molto positivo” e “produttivo” il vertice tra Munir e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dedicato alle “tensioni in Medio Oriente” e alle misure per arrivare alla “soluzione completa del conflitto”. “Sono stati compiuti progressi significativi, e l’incontro si è concluso su una nota altamente positiva. Restiamo fiduciosi che questa dinamica aiuterà a spianare la strada per ulteriori progressi e una pace duratura nella regione”, ha confermato Naqvi sui social. Fonti dei vertici militari di Islamabad, citate dall’emittente pakistana Geo News, confermano che le parti hanno tenuto “colloqui approfonditi” per la “riapertura dello Stretto di Hormuz” e per la “rapida fine del conflitto”, il che avrebbe portato di fatto a una nuova “tregua” tra Usa e Iran.
D’altronde Asim Munir non è una figura di secondo piano. Noto come il “generale preferito” di Trump, ha parlato con il presidente statunitense prima di volare a Teheran, dove, secondo fonti citate dall’emittente qatariota al-Jazeera, ha trascorso l’intera giornata di lunedì incontrando, tra gli altri, anche il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, e il nuovo leader del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale di Teheran, Mohsen Rezaei, portando messaggi distensivi. “A dispetto di quanto riportato da alcuni media”, ha infatti precisato una fonte vicina ai negoziatori citata dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina ai Pasdaran, Munir “non ha portato minacce o messaggi del genere da parte degli Usa”.
Al contempo, il ministro Naqvi ha incontrato a Islamabad la vice ambasciatrice statunitense, Natalie Baker. I prossimi passi, ora, sono attesi in Kirghizistan, nella capitale Bishkek, dove a margine del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) potrebbe andare in scena un faccia a faccia tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il premier pakistano Shehbaz Sharif. Se lo stesso presidente iraniano ha ammesso le difficoltà economiche del Paese affermando che sarebbe “meglio porre fine alla guerra ora”, i vertici militari si mostrano più rigidi. Il generale Ali Abdollahi, capo di Stato maggiore delle Forze armate di Teheran, ha chiarito che “qualsiasi errore di calcolo e qualsiasi minaccia, convenzionale o nuova, da parte dei nemici sarà affrontata con risposte rivoluzionarie, schiaccianti, deterrenti e devastanti”. D’altra parte, lo stesso capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha precisato ieri in conferenza stampa dal Wisconsin, che gli Stati Uniti ricorreranno all’azione armata contro la Repubblica islamica, “se necessario”.

Il dialogo con Mascate
Intanto però la diplomazia continua a muoversi sotto traccia. Proprio nelle ultime ore, secondo altre fonti citate dall’emittente pakistana Geo News, il generale pakistano Asim Munir avrebbe tenuto un altro colloquio telefonico con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Lo stesso capo della diplomazia di Teheran ha elogiato sui social i negoziati intercorsi con Pakistan e Oman. “L’impegno dell’Iran per la pace e la stabilità è accompagnato da una diplomazia incrollabile con i Paesi vicini”, ha scritto Araghchi sui social. “Nei colloqui con pakistani e omaniti, è stata sottolineata l’importanza di trovare soluzioni a livello regionale”.
Tuttavia, malgrado l’ottimismo delle dichiarazioni, le trattative tra Oman e Iran per regolamentare la navigazione nello Stretto di Hormuz non evidenziano ancora progressi tangibili. Ieri, nella capitale omanita, il ministro degli Esteri Badr al-Busaidi e l’omologo iraniano Abbas Araghchi hanno discusso un accordo quadro per istituire un “corridoio temporaneo” e avviare lo sminamento congiunto, che secondo gli Usa sarebbe già avvenuto. L’obiettivo finale di Mascate, ha spiegato al-Busaidi, definendo l’incontro “costruttivo”, è stabilire un corridoio “permanente” per “la futura gestione dello Stretto”, fornendo “i necessari servizi di navigazione e sicurezza”. Da parte sua, Araghchi ha rimarcato che “il quadro proposto per un nuovo corridoio, lo sminamento congiunto e la futura gestione dello Stretto di Hormuz è un perfetto esempio” di “soluzione da trovare a livello regionale” al conflitto.
Ma la linea dura iraniana è emersa in modo cristallino dalle parole del viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi, che ha lanciato un monito inequivocabile dalla tv pubblica: “Prima di intraprendere qualsiasi azione per riaprire lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti devono attuare pienamente tutti gli impegni che hanno violato”. Gharibabadi ha rivelato i termini di un accordo preliminare con l’Oman, che prevederebbe un percorso temporaneo di circa 11 chilometri di larghezza e nuovi negoziati su una rotta permanente entro 60 giorni. Ma tutto questo non comporta un’immediata riapertura di Hormuz. Il viceministro degli Esteri iraniano ha infatti tracciato una linea rossa netta, avvertendo che “lo Stretto di Hormuz sarà riaperto solo in cambio della fine della guerra su tutti i fronti, della revoca del blocco navale contro l’Iran e di una soluzione alla situazione in Yemen”. Come dire che la strada per la pace è ancora molto lunga.

Traffico ridotto
Ma mentre la politica discute, l’economia soffre. Secondo i dati preliminari del portale specializzato Kpler, i transiti a Hormuz si aggirano appena tra il 10 e il 15 per cento rispetto ai volumi prebellici. Nella giornata di ieri hanno attraversato lo Stretto solo cinque navi (due con gas di petrolio liquefatto, una con bitume in uscita e due vuote in entrata dal Golfo), un dato ben al di sotto della media delle 15 degli ultimi dieci giorni e lontanissimo dalle almeno 130 registrate prima della guerra. Per avere un termine di paragone, nello stesso arco di tempo, il transito attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb verso il Mar Rosso si è mantenuto allineato alla media, con ben 31 navi commerciali di passaggio, nonostante le minacce degli Houthi ai convogli sauditi.
A complicare il tutto è intervenuta però la neonata Autorità iraniana per lo Stretto del Golfo Persico, che ha pubblicato una lista nera di 45 navi colpevoli, secondo Teheran, di aver violato le regole di navigazione, minacciando fermi, multe e confische del carico. L’obiettivo evidente della Repubblica islamica è sabotare le cosiddette “shuttle runs”, ovvero le spole compiute dalle petroliere di Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che trasferiscono il greggio da nave a nave nel Golfo dell’Oman per aggirare il blocco. Un escamotage che finora ha salvato i flussi di petrolio degli alleati degli Stati Uniti in uscita dalla regione, ma che ora comincia a scricchiolare. Almeno tre raffinerie indiane e un colosso mondiale dell’energia, hanno infatti rivelato all’agenzia di stampa britannica Reuters quattro fonti ben informate, hanno deciso di smettere di utilizzare i vascelli sanzionati per questioni di sicurezza. Noleggiatori e compagnie di navigazione valutano ora se non sia più sicuro acquistare il greggio con consegna diretta a destinazione finale, rinunciando alle operazioni di trasbordo nelle acque del Golfo. Insomma, la tregua c’è ma i suoi effetti non si vedono.

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