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    Guerra in Siria, Diario dal Rojava: viaggio tra le famiglie curde che non fuggono dal Tel Tamer

    Credit: Zana Amedi
    Di Benedetta Argentieri
    Pubblicato il 19 Nov. 2019 alle 06:51 Aggiornato il 19 Nov. 2019 alle 12:54

    L’attacco è cominciato intorno alle 22 di domenica sera. Il primo botto è stato improvviso. “Non vi preoccupate, siamo noi che spariamo”, dice Jamal senza nemmeno distogliere lo sguardo dal computer.

    Ma poi i colpi si fanno più frequenti, quasi regolari, tutti in uscita. Yade (mamma in curdo) sospira. “Vuol dire che si stanno avvicinando” dice mentre si alza per andare in cucina per preparare il chai, un rito che scandisce le ore della giornata. Una maniera per cercare di rilassarsi in questi giorni in cui la guerra sta arrivando alle porte di Tel Tamer.

    La linea del fronte si sposta continuamente. A volte sono cinque chilometri, altre due. I turchi e le sue milizie chiamate da tutti “cetta” stanno pian piano circondando la città, e tutti sono sicuri che prima o poi attaccheranno.

    Sono settimane oramai che si parla di Tel Tamer come uno degli obiettivi turchi. La M4, l’arteria principale del nord est della Siria, ci passa proprio in mezzo. È una città piccola. L’ultimo censimento è stato fatto nel 2004, ben prima della guerra, e contava poco più di 7mila persone. Oggi non saranno più di 2mila, o forse meno.

    Nelle ultime settimane tante famiglie sono scappate, sono andate nella vicina Hasakah. Troppa paura di rimanere qui. Alcuni però sono tornati, la situazione è troppo difficile da sostenere. I profughi sono nelle scuole e presto si dovranno trasferire tutti nei campi. I bambini devono tornare a scuola e gli istituti non vanno bene per un periodo prolungato. Mancano i servizi primari.

    Credit: Zana Amedi

    Ma Yade, suo marito e i quattro figli non sono mai andati via. Yade vuole che il suo nome rimanga un segreto, infatti lo dice piano e nell’orecchio, perché da quando è diventata madre vent’anni fa, tutti la chiamano così, specialmente se ospiti a casa sua.

    Il marito fa l’insegnante, e adesso che è rimasto senza lavoro, aiuta come può in città. A Tel Tamer passano tutti i feriti dal fronte, e ci sono un sacco di cose da organizzare. Bisogna aiutare le persone che scappano dai villaggi vicini. Alcuni sono in edifici mezzi abbandonati. Come, ad esempio, l’ultimo stabile prima di uscire da Tel Tamer verso Ain Issa, che è semi-distrutto.

    Ma lì hanno trovato rifugio dieci famiglie arabe da Arisha, un villaggio a meno di una decina di chilometri in mano ai “cetta”. Non hanno nulla. Dormono per terra, non vogliono andare nei campi, aspettano nella speranza che le Forze democratiche Siriane (FDS) riprendano il controllo.

    Durante il fine settimane si sono rincorse voci di un possibile accordo tra le FDS, i turchi e i russi. Alcuni villaggi dovevano essere consegnati al regime, in particolare quelli intorno alla M4, complice un momento di calma sulla linea del fronte.

    La notizia è circolata sabato notte, e Yade l’ha letta ad alta voce dal suo telefonino, seduta nella stanza principale della casa. Un salotto in cui tutti insieme si chiacchiera, mangia, e i figli maschi dormono.

    Ha dei lunghi cuscini sottili azzurri e gialli appoggiati a terra, e dei separatori dello stesso colore. Il tappeto, invece di diverse tonalità di verde.

    A sentire queste parole in famiglia si è scatenato il dibattito. “Ma che cosa vuol dire? Che ci ritiriamo?” chiede la figlia Yasemin. “Sì ma anche i cetta” le risponde il fratello.

    Già il giorno seguente la notizia non ha trovato alcun riscontro. E la notte seguente l’attacco per spingere verso la città è ricominciato. È stato anche respinto.

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