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Home » Esteri

Missili a corto raggio, droni economici e autonomia tattica: dentro la strategia di rappresaglia dell’Iran contro gli Usa, Israele e i loro alleati nel Golfo

Immagine di copertina
Martyr Bahman Bagheri, la prima nave da guerra porta-droni dell'Iran durante una cerimonia di inaugurazione nel Golfo Persico al largo della costa meridionale dell’Iran nel febbraio 2025. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Per rispondere alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele e far fronte alla decapitazione dei propri vertici, la Repubblica islamica ha adottato un particolare approccio difensivo e una risposta volta a logorare e a riportare Washington al tavolo delle trattative

La strategia di rappresaglia adottata dall’Iran contro Stati Uniti, Israele e i loro alleati nel Golfo persico per fronteggiare la guerra scatenata da Washington e Tel Aviv si è basata finora, per lo più, sul lancio di missili a corto raggio e droni economici contro le basi militari americane e le infrastrutture energetiche e commerciali nella regione e su un particolare approccio difensivo.
Dall’inizio delle ostilità, cominciate il 28 febbraio scorso, fino alle prime ore di oggi, martedì 3 marzo, la Repubblica islamica ha registrato almeno 787 vittime, morte in centinaia di raid aerei condotti da Usa e Israele su più di 500 località in tutto l’Iran, comprese 153 città. Teheran ha risposto lanciando almeno 450 missili e 1.140 droni contro Oman, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Giordania, Israele e persino contro le basi britanniche a Cipro, provocando oltre una ventina di morti, compresi 6 soldati statunitensi.

Obiettivi
«L’Iran ha una difesa aerea azzerata, per cui sta operando quasi solo in attacco», spiega a TPI Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight e analista di difesa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). «Questo vuol dire applicare una forma di rappresaglia contro le petromonarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, che potrebbero entrare nel conflitto, con un duplice obiettivo: limitarne le capacità militari e indurle a non sostenere lo sforzo bellico statunitense e israeliano». Per capire la strategia dell’Iran, sottolinea Bertolotti, «basta andare a vedere quali sono gli obiettivi degli attacchi: in primo luogo impianti militari e poi le infrastrutture». «Quel che è successo a Dubai (negli Emirati Arabi, ndr) ci conferma quanto la contraerea abbia assicurato la difesa degli obiettivi militari, mentre i detriti (dei razzi iraniani colpiti, ndr) sono precipitati nelle aree urbane, provocando anche dei danni significativi, ma non era questo l’intento di Teheran. Almeno non lo è stato fino ad oggi», ci spiega l’analista. «Per smentire le voci che circolano sulla volontà di colpire gli alberghi e i luoghi in cui la popolazione vive la propria quotidianità, basta andare a vedere gli obiettivi centrati».
«Dal punto di vista bellico, lo scopo iraniano è colpire le basi americane che costituiscono un sistema di radar, non limitato ai singoli Paesi del Golfo, in grado di garantire l’identificazione dei lanci e l’intercettazione di missili e razzi sparati da Teheran, assicurando a Israele un’allerta anticipata rispetto alla sua difesa aerea Iron Dome», precisa Bertolotti. «Colpire quelle basi punta a indebolire lo Stato ebraico in modo che sia più vulnerabile agli attacchi balistici. Ma questa è solo la prima fase».
«La seconda punta invece alle infrastrutture energetiche e commerciali, obiettivi ancora più importanti nel breve periodo», aggiunte il direttore di Start Insight. «Perché gli ostacoli alla navigazione nello Stretto di Hormuz impongono un onere aggiuntivo a tutti quei Paesi dell’area che godono di quel transito e che fanno per lo più parte della fetta di mondo che guarda con favore agli Stati Uniti».
Per raggiungere lo scopo, la Repubblica islamica sta utilizzando razzi a corto raggio e droni, cercando di consumare per prime le sue munizioni meno preziose, esaurendo al contempo i razzi intercettori dei suoi avversari.

Armi
Tra i sistemi d’arma più usati dall’Iran in questa fase figura in primis l’ormai famigerato drone Shahed 136. Definita, in gergo tecnico, una “munizione circuitante” o volgarmente un “drone suicida”, è stato usato sin dal 2021 in Yemen dalla milizia sciita filo-iraniana degli Houthi e dal 2022 fa parte anche dell’arsenale della Russia in Ucraina.
Progettati dall’azienda aeronautica Shahed e costruiti dall’Iran Aircraft Manufacturing Industries Corporation (HESA), questi droni possono essere lanciati in gruppi di cinque e sono capaci di colpire bersagli a terra, eludendo le difese aeree, in un raggio di circa 2.500 chilometri. Presentano una forma triangolare, a delta, una fusoliera ad ala mista e un’apertura alare di due metri e mezzo. Montano un motore due tempi a quattro cilindri MD-550 da 37 kW, di manifattura cinese o iraniana, sono guidati da un sistema di navigazione inerziale o dal satellitare russo Glonass, possono trasportare una testata esplosiva di non più di 30 chilogrammi e hanno un costo stimato compreso tra i 20mila e i 30mila dollari l’uno. In confronto, un missile Tomahawk statunitense costa 2 milioni di dollari e un russo KH-101 circa 13 milioni mentre i droni israeliani Heron dell’IAI arrivano a costare circa 9,5 milioni l’uno e gli statunitensi MQ-9 Reaper della General Atomics fino a 34 milioni ciascuno.
Ma in questo momento l’Iran si avvale molto spesso anche di missili a corto raggio, capaci di colpire bersagli distanti fino a 800 chilometri dai siti di lancio e progettati per obiettivi militari vicini e rapidi attacchi nella regione. I più vecchi Shahab-1/2 hanno una lunghezza di circa 10 metri e possono trasportare testate esplosive tra i 700 e i 1.000 chili dai 300 ai 500 km di distanza. Le varianti Fateh 110/313, invece, hanno la stessa gittata ma sono più corti, non andando oltre gli 8 metri di lunghezza, e trasportano non più di 500 kg di bombe. Raggiungono però velocità supersoniche comprese tra Mach 3,5 e Mach 5. L’ultimo modello, chiamato Raad-500, arriva anche a Mach 8. I più grandi Zolfaghar e Qiam 1 raggiungono i 700-800 km di distanza e possono trasportare fino a 750 kg di esplosivo ad alto potenziale o a frammentazione e persino testate nucleari.
L’arsenale di Teheran si compone ovviamente anche di missili a medio e lungo raggio, come i Qadr 380, gli Shahab 3, i Kheibarshekan e gli Emad, che raggiungono distanze tra i mille e i 1.700 km, e i temibili Khorramshahr 1, Ghadr e Sejjil, che sfiorano i 2.000. In questa fase però non sembrano al centro della strategia di rappresaglia di Teheran contro Usa, Israele e i loro alleati.

“Difesa a mosaico”
D’altra parte, a 24 ore dal primo attacco di Washington e Tel Aviv contro l’Iran, era stato lo stesso ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, a spiegare all’emittente qatariota al-Jazeera, la strategia di rappresaglia della Repubblica islamica. «Naturalmente, non possiamo colpire alcun obiettivo nel territorio degli Stati Uniti, quindi dobbiamo occuparci delle loro basi nella regione e delle strutture o installazioni che utilizzano nei Paesi dell’area», aveva detto Araghchi il 1° marzo, rivelando anche l’attivazione della cosiddetta “Difesa a mosaico decentralizzata”. Alcune unità militari, aveva precisato il ministro spiegando le ragioni dei primi attacchi iraniani al porto di Duqm in Oman, sono diventate “indipendenti e in qualche modo isolate” e operano solo in base a istruzioni generali impartite in precedenza.
Il tutto per fronteggiare la decapitazione dei vertici politici e militari dopo l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, morto proprio il 28 febbraio scorso in un raid a Teheran, e per contrastare i sofisticati mezzi adottati dagli avversari per la guerra elettronica. Così il Corpo delle Guardie rivoluzionarie, l’esercito ideologico di oltre 190mila uomini della Repubblica islamica separato dalle forze armate iraniane, è stato diviso in 31 unità autonome, una per la capitale e 30 per le altre province del Paese. Ciascuna ha un proprio comandante dotato di pieni poteri tattici e decisionali sul lancio di missili e droni ed è autonomamente responsabile della difesa del proprio settore da eventuali “incursioni terrestri”, che siano di gruppi di opposizione o di forze straniere.
Testato per l’ultima volta nelle esercitazioni “Smart Control”, condotte il 16 febbraio scorso nello Stretto di Hormuz dalle Guardie rivoluzionarie, questo nuovo metodo mira a bypassare Teheran. I comandanti sul campo ora non devono più attendere ordini dalla capitale ma possono decidere da soli, così ogni unità potrebbe comportarsi come un piccolo esercito provinciale autonomo.
Forse è anche per questo che, nonostante la decapitazione dei vertici politici e militari con l’uccisione non solo di Khamenei ma anche del segretario alla Difesa del Supremo Consiglio di sicurezza nazionale Ali Shamkhani; del capo di Stato maggiore delle Forze armate Abdolrahim Mousavi; del comandante delle Guardie rivoluzionarie Mohammad Pakpour; e del ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh; il regime non è ancora crollato militarmente.

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