Dietro le quinte: ecco come è stato pianificato il raid aereo di Usa e Israele che ha ucciso Ali Khamenei in Iran
Anni di sorveglianza digitale, hackeraggio delle telecamere del traffico e infiltrazione nelle reti telefoniche di Teheran: ecco i dettagli dell'azione che ha portato all’uccisione della Guida Suprema iraniana il 28 febbraio
La mattina del 28 febbraio, l’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, è entrato nel suo ufficio come faceva ogni giorno. Non sapeva che il Mossad e la CIA lo aspettavano da anni. Allora, i servizi segreti di Israele e Usa avevano raccolto tutto quello di cui avevano bisogno: l’ora esatta del suo arrivo, la sua posizione precisa e la certezza che con lui ci fossero alcuni dei vertici più alti in grado della Repubblica Islamica.
Alle prime ore del giorno, un raid aereo congiunto condotto dalle forze di Washington e Tel Aviv ha colpito il complesso Beit-e Rahbari, nel distretto di via Pasteur, nel cuore di Teheran, provocando la morte dell’86enne, della moglie, della figlia, del genero, della nuora e della nipote.
Anni di preparazione
L’operazione non è nata nell’arco di pochi giorni, ma è il risultato di anni di preparativi. Secondo quanto rivelato da un funzionario dell’intelligence israeliana al quotidiano britannico The Financial Times, Israele aveva trascorso anni a costruire un sofisticato sistema di sorveglianza all’interno della capitale iraniana Teheran. Aveva cominciato con l’hackeraggio delle telecamere del traffico della città, che ha permesso a Tel Aviv di monitorare in tempo reale i movimenti delle più alte cariche della Repubblica Islamica. Un sistema di controllo che, combinato con la sistematica sorveglianza delle guardie del corpo dei funzionari di governo, aveva consentito ai servizi segreti israeliani di tracciare le abitudini e la routine di Khamenei.
Ma le telecamere erano solo uno degli strumenti utilizzati. Israele era anche riuscita a intercettare le singole componenti di circa una decina di ripetitori di telefonia mobile situati nelle vicinanze del distretto Pasteur, dove si trovava il complesso in cui l’ayatollah 86enne lavorava e abitava con la famiglia. Attraverso questa tecnica, era possibile far risultare occupate le linee telefoniche al momento delle chiamate in entrata, impedendo di fatto alla scorta di Khamenei di ricevere qualsiasi avvisaglia di un imminente attacco.
“Teheran come Gerusalemme”
Ma la rete di intelligence costruita negli anni non si limitava alla sorveglianza elettronica. Secondo la fonte citata dal Financial Times, il “quadro di intelligence” su Teheran era il risultato di una lunga e capillare raccolta di dati, resa possibile dall’Unità 8200 dell’intelligence israeliana, specializzata nella guerra elettronica, e da una serie di fonti reclutate all’estero dal Mossad. A queste si aggiungevano le informazioni elaborate ogni giorno dai servizi segreti militari di Tel Aviv.
“Conoscevamo Teheran come conosciamo Gerusalemme”, ha dichiarato il funzionario israeliano al quotidiano britannico. La decisione definitiva di procedere con l’attacco però è arrivata quando CIA e Mossad hanno appreso che Khamenei avrebbe presieduto una riunione nella mattinata del 28 febbraio, in presenza di numerosi alti dirigenti della Repubblica Islamica. Secondo la fonte israeliana, la concentrazione di così tanti vertici del regime in un unico luogo e in un momento preciso rappresentava un’opportunità da non perdere: era più semplice colpire la leadership di Teheran tutta insieme, prima che un eventuale conflitto aperto ne disperdesse i movimenti e aumentasse le misure di sicurezza.
Leadership decapitata
La morte di Khamenei non è stata l’unico esito del raid del 28 febbraio, né degli attacchi aerei congiunti che si sono susseguiti nelle prime ore del conflitto. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che almeno 49 tra comandanti e dirigenti della Repubblica Islamica hanno perso la vita nelle fasi iniziali della guerra.
Tra le vittime di più alto profilo figurano il segretario alla Difesa del Supremo Consiglio di sicurezza nazionale Ali Shamkhani, il capo di Stato maggiore delle Forze armate Abdolrahim Mousavi, il comandante delle Guardie della Rivoluzione islamica Mohammad Pakpour e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh.