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Economia (tedesca) di guerra: a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, Berlino è a un bivio

Immagine di copertina
Credit: Michael Kappeler/AP Images

Il conflitto ha costretto la Germania a rivedere i presupposti della sua egemonia economica in Europa. E 80 anni di disarmo. Ma la competizione tra Stati Uniti e Cina obbligherà il cancelliere Scholz a un difficile equilibrismo internazionale

«Un errore che non accadrà più». Dopo anni di affidamento “eccessivo” sul gas russo, d’ora in poi Berlino punterà a un modello diverso. Ad assicurarlo è stato Olaf Scholz, cancelliere da soli 14 mesi di una Germania che naviga in acque sempre più inesplorate.

«Con la Russia abbiamo visto cosa significa diventare dipendenti da una risorsa strategica come il gas», ha avvertito in una conferenza organizzata lo scorso novembre dal quotidiano Süddeutsche Zeitung. Il riferimento dell’ex sindaco di Amburgo non era solo alla guerra in Ucraina o ai rapporti con il Paese che per anni è stato il principale fornitore energetico dell’industria tedesca. Secondo Scholz, si dovranno evitare «dipendenze rischiose» anche rispetto a un altro dei cardini del successo economico tedesco, la Cina.

Lo sforzo fa parte del delicato equilibrio che il cancelliere sta cercando di trovare dopo lo shock dell’invasione dell’Ucraina. Il deflagrare del conflitto, a meno di tre mesi dall’insediamento del leader socialdemocratico, sta costringendo la Germania a rivedere i presupposti su cui era fondato il motore economico dell’Unione europea.

Zeitenwende
Per anni il gas russo a buon mercato e la domanda dalla Cina sono state le componenti fondamentali del boom dell’industria tedesca, in particolare dopo la crisi del 2008. Risale a quel periodo la svolta verso il mercato cinese, mentre Angela Merkel stringeva accordi con Mosca per garantire materie prime a prezzi competitivi. Un percorso che nel 2016 ha portato la Cina a diventare la principale partner commerciale del Paese, mentre le importazioni dalla Russia sono arrivate a rappresentare circa la metà dei consumi nazionali di gas e di carbone e il 35 per cento dei consumi di petrolio.

Un abbraccio visto con crescente ostilità dagli alleati, ma difeso sia dai democristiani di Merkel che dai socialdemocratici di Scholz, prima che l’invasione costringesse Berlino a rivedere i suoi piani.

Anche i rapporti con Pechino sono finiti sotto esame, nell’ottica di una «competizione tra sistemi» evocata dalla ministra degli Esteri Annalena Baerbock. «Dico molto chiaramente che la dipendenza economica unilaterale ci espone al ricatto politico», ha spiegato l’esponente dei Verdi lo scorso ottobre. Una visione distinta da quella che da fine anni ’60 aveva spinto i socialdemocratici a coltivare rapporti oltrecortina, nella convinzione che gli scambi potessero avvicinare all’Occidente sistemi come quello sovietico o cinese.

Di “Zeitenwende”, o punto di svolta storico, Scholz ha parlato tre giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina, riconoscendo che alcuni capisaldi della Repubblica federale erano ormai da relegare al passato. Nel suo discorso al Bundestag, il cancelliere ha annunciato un riarmo da 100 miliardi di euro, rompendo con la cautela che dal dopoguerra aveva sempre accompagnato il Paese in ambito militare.

Archiviato anche il principio con cui Berlino si vincolava a non inviare armi nelle zone di conflitto, in base al quale gli aiuti, nei giorni precedenti l’invasione, si erano limitati a un ospedale da campo e alla fornitura di 5.000 elmetti. Nei mesi successivi il governo Scholz ha via via aperto gli arsenali e rinunciato ai dubbi per fornire armi sempre più sofisticate, fino al via libera alla consegna dei carri armati Leopard 2, arrivato a gennaio dopo mesi di richieste da Kiev.

La reticenza non è solo del governo: anche nei sondaggi sono emerse divisioni evidenti nella società tedesca sulla questione degli aiuti militari all’Ucraina. A fine gennaio, un sondaggio DeutschlandTrend mostrava che il 46 per cento dei tedeschi era favorevole all’invio dei carri armati, solo tre punti in più rispetto a chi si diceva contrario. Secondo un altro sondaggio Forsa, il 58 per cento era contrario all’impiego dei carri armati per riprendere la Crimea, occupata dalle forze russe dal 2014. Un’ostilità diffusa tra i giovani e nelle regioni che in precedenza appartenevano alla Germania Est e cavalcata nei sondaggi dall’estrema destra dell’Afd, salita in media dal 10 al 15 per cento nel giro dell’ultimo anno. Della stessa entità il calo subito negli ultimi mesi dall’Spd di Scholz, sceso sotto al 20 per cento mentre i democristiani di Cdu e Csu sono ormai saldamente primo partito, come confermato dalle ultime elezioni di Berlino.

Una vocazione dura a morire
Nonostante le difficoltà attuali, per il governo il periodo più complicato potrebbe ancora arrivare, se le previsioni di un forte rallentamento dell’economia saranno confermate. Secondo il Fmi, la crescita tedesca passerà dall’1,9 per cento dell’anno scorso allo 0,1 per cento, staccata anche dallo 0,6 per cento dell’Italia (che nel 2022 ha avuto una crescita del 3,9 per cento). Entrambi i Paesi, particolarmente esposti al taglio delle importazioni di gas russo, negli ultimi mesi hanno avuto risultati migliori del previsto e dovrebbero evitare una recessione, prevista in precedenza dall’istituto di Washington. Ma, per gli anni a venire, i costi delle diverse “svolte storiche” sono ancora difficili da prevedere.

Oltre alla rinuncia a un fornitore chiave come quello russo, e ai rincari che hanno spinto l’inflazione a due cifre, la Germania dovrà fare i conti con un’industria, quella automobilistica, da rifondare interamente per preparare la transizione all’energia elettrica. Non mancano poi gli allarmi su un altro dei pilastri della competitività tedesca, il costo del lavoro. I timori degli industriali sono legati

al persistere dell’inflazione e all’eventualità che questa possa innescare una spirale prezzi-salari. Preoccupa inoltre la carenza di forza lavoro, attribuita al calo demografico.

Nonostante i colpi incassati, l’economia tedesca non ha smesso di esportare più di quanto abbia importato, anche se il surplus ha mostrato una contrazione per il quinto anno consecutivo. Nel 2022, in cui il surplus commerciale è crollato ai livelli più bassi dal 2000, il calo è stato addirittura del 54 per cento. «Sono assolutamente convinto che quest’anno non ci sarà una recessione», ha rassicurato Scholz, che nelle scorse settimane ha celebrato il «superamento» del periodo più difficile dell’inverno.  «Abbiamo dimostrato di essere in grado di reagire a una situazione molto difficile».

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