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Fallisce il vertice dei paesi Opec, nessun accordo sulla produzione di petrolio

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L’Iran si è opposto al congelamento della produzione che avrebbe consentito di bloccare la spirale di ribassi del prezzo del barile

Il prezzo del petrolio è in calo dopo il fallimento del vertice di Doha. Domenica 17 aprile i paesi produttori di petrolio dell’Opec non sono riusciti a mettersi d’accordo sul congelamento della produzione.

Sui mercati asiatici i future (un tipo di derivati) sul Light crude Wti cedono di 1,89 dollari a 38,47 dollari e quelli sul Brent perdono 1,82 dollari a 41,28 dollari, dopo alcune settimane che i valori erano tornati a crescere nella speranza di un accordo.

L’obiettivo era non tanto quello di tagliare la produzione ma almeno di congelarla ai livelli di gennaio come era previsto da un’intesa provvisoria raggiunta a febbraio per sostenere il rialzo delle quotazioni, scese di oltre il 50 per cento negli ultimi mesi e fermare la spirale di ribassi che sta mettendo in difficoltà le economie dei paesi che negli ultimi decenni sono cresciuti soprattutto grazie alle esportazioni.

Sullo sfondo le tensioni tra le due grandi potenze regionali: Arabia Saudita, il principale esportatore al mondo di petrolio e leader dei paesi sunniti e l’Iran, la patria dello sciismo, che dopo la fine delle sanzioni internazionali e dell’embargo vuole continuare ad aumentare la produzione.

L’Iran aveva cercato di ottenere una deroga al congelamento dei prezzi giustificandolo con la necessità di riportare la produzione di petrolio ai livelli del periodo precedente alle sanzioni per rilanciare l’economia.

Adesso se ne riparlerà a giugno nella prossima riunione. Ogni paese potrà regolarsi come ritiene. Quindi è probabile che Russia (il secondo produttore mondiale di greggio, anche se non è membro dell’Opec) e Arabia Saudita continuino con la produzione record, la prima per attutire i danni alle finanze delle sanzioni Usa e europee, la seconda per mettere in difficoltà gli operatori americani dello Shale Oil, che non sono stati nemmeno invitati alla riunione.

Secondo gli esperti, in questo momento c’è un eccesso di offerta stimata intorno agli uno-due milioni di barili al giorno a livello globale. La principale causa di questo eccesso di offerta è la concorrenza americana del petrolio estratto con il metodo del cosiddetto fracking (shale oil), che negli ultimi anni ha fatto crollare i prezzi.

In risposta, l’Arabia Saudita ha aumentato la produzione per fare concorrenza ai produttori americani, che hanno bisogno di un prezzo del barile più alto perché il metodo di estrazione per lo shale oil è molto più costoso di quello tradizionale e quindi, con il crollo delle quotazioni, restano tagliati fuori dal mercato.

Tuttavia questa strategia sta mettendo in affanno le finanze dell’Arabia Saudita, che ha dovuto avviare tagli alla spesa pubblica e diversificare la sua economia fondata sul commercio di petrolio.

L’Angola, paese membro dell’Opec, è talmente in difficoltà a causa del prezzo del petrolio che è stata costretta a chiedere assistenza finanziaria al Fondo monetario internazionale.

Dopo ore di discussione, il ministro dell’energia del Qatar Saleh al-Sada ha annunciato il fallimento del summit, annunciando che “c’è bisogno di più tempo per un accordo”.

“Il congelamento dei prezzi potrebbe sicuramente essere più efficace se i principali paesi produttori troveranno un accordo sulla produzione. Questo ribilancerebbe il mercato”, ha spiegato.

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