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L’Africa e la pandemia dimenticata

Di Stefano Mentana
Pubblicato il 26 Mar. 2021 alle 13:03
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Mentre in Italia e nel resto del continente siamo alle prese con una gestione difficile della pandemia di coronavirus, con migliaia di casi e centinaia di vittime al giorno e una campagna vaccinale che sta ancora prendendo forma, la pandemia non arretra neanche in altre aree del mondo, come ad esempio in Africa.

Il continente ha registrato in generale un numero inferiore di casi rispetto ad altre parti del globo, e questo ha contribuito a tenerla in secondo piano nelle cronache della pandemia. Tuttavia, questo non significa che la situazione sia sotto controllo. Secondo uno studio dell’autorevole pubblicazione medica Lancet, ritenuto la prima analisi completa della pandemia nel continente, l’Africa ha infatti registrato nel corso del 2020 più casi di COVID-19 nella seconda ondata rispetto che nella prima, ma non ha messo in campo misure più rigorose per arginarne la diffusione.

Lo studio pubblicato questa settimana mostra che al culmine della prima ondata nel luglio del 2020, il numero medio giornaliero di nuovi casi era 18.273, un numero che ha raggiunto una media di 23.790 casi al giorno il 31 dicembre, durante la seconda ondata.

La rivista aggiunge che il 15 aprile dello scorso anno il 96 per cento dei Paesi africani avevano messo in campo cinque o più misure sanitarie e di distanziamento sociale. Un numero che tuttavia era sceso al 72 per cento il 31 dicembre 2020, nonostante i casi risultavano in aumento, ha rilevato Lancet. Proprio questo livello d’attenzione inferiore, secondo il rapporto, potrebbe essere tra i fattori che hanno contribuito all’aumento di casi.

Per quanto nel periodo preso in esame dalla ricerca (l’intero 2020) il numero di casi e decessi in Africa nel suo complesso sia stato basso rispetto a molte altre parti del mondo, l’analisi mostra come in alcuni singoli Paesi il tasso di mortalità sia stato relativamente alto.

Quando a partire dal marzo 2020 la pandemia di coronavirus iniziava a diffondersi su scala globale, molti si erano interrogati sulle ragioni secondo cui l’Africa stesse sperimentando un numero di contagi inferiore rispetto al resto del mondo. Si era parlato del fatto che l’Africa sia meno toccata di altri Paesi dagli spostamenti di massa, del fatto che l’isolamento di vaste aree del continente avesse contribuito a evitare il contagio e anche di una preparazione alla gestione di eventi epidemici dovuta alla recente gestione di altre simili emergenze come quella di Ebola. Tuttavia in molti temevano che in diversi contesti i casi registrati fossero nettamente inferiori rispetto a quelli effettivi, soprattutto nelle megalopoli e nelle loro aree più povere e densamente popolate, dove è tecnicamente difficile mettere in campo misure di protezione sanitaria.

“I rapporti secondo cui l’adesione alle misure di salute pubblica – come indossare la mascherine e il distanziamento fisico – è diminuita sottolineano l’importanza del monitoraggio e dell’analisi continui, in particolare alla luce dell’emergere di nuove varianti più trasmissibili”, ha affermato riguardo il rapporto John Nkengasong, dall’Africa Centers for Disease Control and Prevention (Africa CDC).

“Queste intuizioni rivelano anche la necessità di migliorare la capacità di test e rinvigorire le campagne di salute pubblica, per ribadire l’importanza di attenersi a misure che mirano a trovare un sottile equilibrio tra il controllo della diffusione del COVID-19 e il sostegno delle economie e dei mezzi di sussistenza delle persone” ha aggiunto Nkengasong.

Le varianti del virus hanno rappresentato in tutto il mondo un’incognita nella lotta al virus e, in numerosi casi, un ulteriore ostacolo. Secondo il rapporto di Lancet i dati in loro possesso non sono sufficienti per comprendere se le varianti – in particolare quella sudafricana, la più diffusa nel continente – abbiano contribuito all’aumento dei casi.

La prospettiva della fine della pandemia in tutto il mondo arriva dal vaccino, ma se in Europa la strada è costellata di ostacoli, ancora di più lo è in Africa. Sempre Nkengasong ha notato come sia necessario che almeno il 60 per cento degli africani siano vaccinati per raggiungere la sicurezza sanitaria, e che l’obiettivo di fine anno è raggiungere il 35 per cento. Una percentuale nettamente inferiore rispetto ad altri Paesi del mondo: pensiamo solo che il Regno Unito, al 25 marzo, ha somministrato almeno una dose al 45 per cento della popolazione, per quanto sia ancora intorno al 4 per cento la percentuale di popolazione completamente immunizzata dalla doppia vaccinazione, e che in Israele oltre la metà della popolazione è stata immunizzata.

Fino al 25 marzo 2021, l’Africa ha registrato in tutto 4.181.204 casi di coronavirus dall’inizio della pandemia, tra cui si contano 111.450 vittime. Si tratta circa del 3 per cento dei casi globali e del 4 per cento delle vittime di tutto il mondo. Il Paese africano che ha registrato più casi è il Sudafrica, con oltre un milione e mezzo contagi dall’inizio della pandemia, tra cui si contano oltre 52mila vittime.

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