Chi ha liberato Alberto Trentini
Il cooperante veneziano è stato rilasciato dal Venezuela dopo 423 giorni di prigione. Senza sapere di cosa fosse accusato. Col suo arresto il regime di Caracas voleva fare pressioni sull’Italia. Ma il Governo Meloni sembra avere pochi meriti per la scarcerazione
Di chi è il merito se Alberto Trentini è tornato in libertà? Incassata con sollievo la notizia della scarcerazione, è il momento di analizzare le dinamiche che, lo scorso 11 gennaio, hanno portato il regime del Venezuela a concedere il rilascio del 46enne italiano detenuto in carcere per 423 giorni senza che gli fosse formalizzata alcuna accusa.
La liberazione è stata disposta dal Governo provvisorio di Caracas, insediatosi dopo la cattura a inizio anno del leader Nicolás Maduro da parte delle forze armate degli Stati Uniti. La presidente ad interim Delcy Rodríguez, ex vice dello stesso Maduro, ha accordato centinaia di rilasci di detenuti venezuelani e stranieri, tra cui diversi prigionieri politici.
Nell’elenco figurano quattro nomi italiani. Assieme al cooperante Trentini è uscito di prigione l’uomo d’affari torinese Mario Burlò, 52 anni, anche lui tenuto dietro le sbarre senza accuse formali per più di un anno, mentre pochi giorni prima erano stati accordati i rilasci dell’imprenditore 77enne Luigi Gasperin, accusato di detenzione di esplosivi, e del giornalista 60enne Biagio Pileri, reo di aver partecipato a una manifestazione contro il regime.
Tra questi, è il caso di Trentini quello che ha riscosso la maggiore attenzione mediatica in Italia. Anche grazie alla caparbietà della madre dell’uomo, Armanda.
Le trattative che hanno portato alla liberazione sono state lunghe e difficili. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che bisogna ringraziare «Palazzo Chigi, la nostra ambasciata a Caracas, la Farnesina e le agenzie di intelligence». Ma è palese che la situazione si sia sbloccata solo dopo il blitz degli Stati Uniti che ha destituito Maduro. La famiglia Trentini, nel suo comunicato post-rilascio, non ha rivolto alcun ringraziamento alle istituzioni italiane. Anzi, da più parti si concorda nel sottolineare come almeno un paio di azioni del nostro Governo abbiano irritato non poco le autorità venezuelane, rischiando quantomeno di complicare i negoziati. Dunque, di chi è effettivamente il merito se il cooperante veneziano è tornato libero?
Detenzione
Alberto Trentini è stato arrestato il 15 novembre 2024 nello Stato di Apure, al confine con la Colombia, dove era impegnato a portare aiuti alle persone con disabilità di alcuni villaggi della zona per conto della ong francese Humanity and Inclusion. Dopo essere finito in manette senza ricevere spiegazioni, è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza El Rodeo I, a Guatire, una cinquantina di chilometri da Caracas, dove è rimasto fino a poche settimane fa.
Nella minuscola cella (4 metri per 2) erano in due, con materassi buttati a terra tra gli scarafaggi, un wc alla turca e un doccino con acqua razionata. Sveglia ogni giorno alle 5 del mattino, focacce di mais a colazione, pranzo e cena e l’ora d’aria concessa solo una volta a settimana. Ma in compenso, almeno, nessuna tortura subita.
Per sei mesi, dal giorno dell’arresto al 18 maggio 2025, Trentini e i suoi familiari non hanno potuto avere alcun contatto. Solo dopo 185 giorni è stato permesso al detenuto di telefonare a casa.
Ostaggio
Nessuna autorità venezuelana ha mai chiarito ufficialmente di cosa il cooperante fosse accusato. Ma restano pochi dubbi sul fatto che il suo arresto – e probabilmente anche quello di Burlò – abbia costituito una forma di ritorsione e pressione da parte di Caracas nei confronti dello Stato italiano.
La prima pista conduce alla figura di Rafael Dario Ramírez, ex ministro dell’Economia, del Petrolio e degli Esteri del Venezuela, già ambasciatore presso l’Onu e dal 2004 al 2014 presidente della compagnia petrolifera statale Pdvsa. Dopo essere diventato un oppositore di Maduro, Ramírez è scappato in Italia. Nel 2020 il regime ha chiesto la sua estradizione, ma nel 2021 l’uomo ha ottenuto lo status di rifugiato politico nel nostro Paese. A quel punto Caracas ha trasmesso alla Procura di Roma una serie di documenti che hanno portato all’apertura di un’inchiesta nei confronti dell’ex ministro per peculato e riciclaggio. A maggio 2024, tuttavia, i pm hanno chiesto l’archiviazione, istanza poi accordata dal Gip a settembre 2024. Due mesi dopo, i venezuelani hanno arrestato Trentini e Burlò. Un caso? Forse no.
Un’altra vicenda da considerare è quella di Alex Moran Saab, fedelissimo di Maduro, dal 2024 ministro dell’Industria del regime, in passato arrestato dagli Stati Uniti per riciclaggio, poi graziato in cambio del rilascio di alcuni statunitensi detenuti in Venezuela. Saab e sua moglie, la modella italiana Camilla Fabbri, nominata da Maduro viceministra per la Comunicazione internazionale, sono finiti sotto inchiesta presso la Procura di Roma con l’accusa di riciclaggio.
Stando a diverse ricostruzioni, Caracas avrebbe esercitato pressioni sull’Italia affinché il procedimento venisse archiviato. Risultato ottenuto, o quasi: lo scorso autunno, Saab e Fabbri si sono accordati con la Procura e hanno patteggiato (un anno e due mesi a lui, un anno e sette mesi a lei). Sembrava la svolta decisiva per la liberazione di Trentini e Burlò, ma Maduro avrebbe bloccato tutto, chiedendo al Governo italiano di prendere le distanze dal presidente statunitense Donald Trump, che in quegli stessi giorni muoveva le prime navi contro il Venezuela. La Francia, tra gli altri, criticò quell’operazione e – forse non casualmente – ottenne la scarcerazione di un cittadino transalpino incarcerato in Venezuela. Da Roma, invece, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non biasimò la Casa Bianca. Fatto sta che i due italiani sono rimasti dietro le sbarre altri due mesi.
Ultimi intoppi
Tra le ragioni che hanno portato all’arresto di Trentini e Burlò ci sarebbe anche il mancato riconoscimento del regime venezuelano da parte del Governo italiano. Riconoscimento che non è arrivato nemmeno dopo la scarcerazione dei nostri connazionali. «Continueremo a lavorare senza sosta affinché la costruttiva collaborazione instaurata con le autorità di Caracas possa produrre ulteriori sviluppi positivi», ha dichiarato Meloni, aggiungendo poi che «l’Italia non si stancherà di sostenere il legittimo desiderio del popolo venezuelano di libertà, pace e democrazia».
L’irruzione sulla scena degli Stati Uniti ha rappresentato la svolta decisiva nelle trattative per la liberazione (anche) dei detenuti italiani. Ma pure dopo la destituzione di Maduro si sono registrate un paio di mosse da Roma che hanno complicato i negoziati. La presidente venezuelana ad interim Rodríguez ha interpretato come un atto ostile la telefonata fatta da Meloni alla leader degli anti-chavisti María Corina Machado, così come è stata maldigerita la dichiarazione della premier italiana che ha definito «legittimo» il raid degli Usa. E ancora, la Repubblica bolivariana non ha affatto apprezzato il fatto che l’Italia si sia offerta di subentrare al Brasile nel rappresentare gli interessi dell’Argentina a Caracas dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Buenos Aires e il regime venezuelano.
Nonostante tutti questi potenziali intoppi, peraltro, alla fine Trentini e Burlò sono stati liberati.
Negoziatori
Stando a quanto emerso, se Rodríguez si è convinta a rilasciare centinaia di detenuti è stato grazie all’intercessione esercitata in particolare dal presidente brasiliano Inácio Lula, dall’ex primo ministro spagnolo José Luis Zapatero e dall’Emiro del Qatar. Nei casi di Trentini e Burlò, poi, fondamentale sarebbe stata anche l’azione del Vaticano con l’arcivescovo di Caracas, monsignor Raùl Biord Castillo, mentre un ruolo di primo piano lo ha avuto pure Rafael Lacava, ex ambasciatore venezuelano in Italia, oggi governatore dello Stato di Carabobo.
Le trattative hanno coinvolto, come ovvio, le intelligence dei due Paesi. Ma a sbloccarle sono stati gli Stati Uniti con l’intervento diretto anche del segretario di Stato Marco Rubio.
Nel comunicato diffuso ex-post dalla famiglia Trentini si legge: «Grazie a tutte le persone che ci sono state vicine in tanti modi diversi, anche silenziosamente, ma efficacemente. La solidarietà, dentro e fuori dal carcere, è la nostra salvezza». Nessuna menzione per il Governo Meloni. Considerato che la nota è stata preparata dall’avvocata Alessandra Ballerini, assai esperta di vicende come questa (rappresenta anche la famiglia di Giulio Regeni), risulta difficile pensare che possa essersi trattato di una mera dimenticanza.