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Chi era Pablo Escobar

A quasi 23 anni dalla sua morte, arriva su Netflix la seconda stagione di "Narcos", la serie dedicata al più famoso narcotrafficante di sempre

Di Guglielmo Latini
Pubblicato il 7 Set. 2016 alle 12:01 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 17:49
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Immagine di copertina

“Il realismo magico si verifica quando in un’ambientazione realistica e minuziosamente dettagliata s’introduce un elemento troppo strano per essere credibile. Non per niente il realismo magico è nato in Colombia”.

Citando con questa scritta in sovrimpressione il genere letterario sudamericano che ha reso celebri scrittori come Gabriel Garcìa Marquez, la serie tv Narcos (prodotta e distribuita da Netflix) annuncia dal primo minuto l’apparente inverosimiglianza dei fatti che lo spettatore vedrà rappresentati sullo schermo.

È però un fatto certo che poco meno di ventitré anni fa, il 2 dicembre 1993, una task force colombiano-statunitense uccise, dopo un rocambolesco inseguimento sui tetti di Medellìn, quello che per un decennio era stato il narcotrafficante più noto e temuto al mondo. Come direbbe Steve Murphy, l’agente antidroga protagonista della serie, “avete indovinato”: il criminale in questione era Pablo Escobar.

Ormai assurto al grado di icona della malavita mondiale, celebrato da t-shirt e citato in più di un videogioco, questa versione realmente esistita di Scarface vede ora un ritorno di fama grazie a uno dei prodotti seriali targati Netflix più di successo, che dopo l’accoglienza molto favorevole della prima serie nel 2015, torna sullo schermo con una seconda stagione, già disponibile sulla piattaforma.

La serie, che vede l’attore brasiliano Wagner Moura nel ruolo del protagonista, ripercorre la biografia del più noto boss del narcotraffico colombiano senza particolari licenze di finzione, e viene quasi da chiedersi come mai ci siano voluti ventidue anni per un adattamento televisivo di questa storia, considerando che i fatti narrati superano effettivamente in fantasia la sceneggiatura di qualsiasi action movie hollywoodiano.

Il personaggio Pablo Escobar sembra la perfetta incarnazione reale di tanti villain immaginari apparsi negli ultimi vent’anni sui nostri schermi: camicie e giacche più appariscenti che eleganti, baffi folti, fisico tarchiato, modi apparentemente pacati e un talento particolare per il traffico di droga.

Nato nel 1949 a Rionegro, Colombia, Pablo Emilio Escobar Gaviria si fece strada nell’allora vergine mercato della cocaina a metà degli anni ’70, proprio quando i consumatori di stupefacenti statunitensi decisero che la marijuana fosse ormai un innocente passatempo hippie e che la polvere bianca potesse candidarsi a droga d’elezione del nuovo decennio.

Escobar, dopo una serie di sequestri in grado di garantirgli un capitale iniziale, investì tutte le sue forze nella costituzione di una rete di collegamenti in grado di garantirgli una distribuzione negli Stati Uniti d’America, badando contemporaneamente a cementare una reputazione come criminale intoccabile e spietato.

Le possibilità di scelta dei colombiani decisi a fargli guerra si limitavano, secondo il suo motto, a “plata o plomo”, argento o piombo: accettare tangenti o andare incontro a morte certa.  

Con l’avvento degli anni Ottanta di Scarface e Miami Vice, il consumo di cocaina si diffuse a livello epidemico negli USA, dapprima come status symbol dei nuovi yuppie rampanti di Wall Street o del jet set dello spettacolo, e poi, attraverso il più economico crak, come droga accessibile a tutti gli strati della popolazione.

Il ritorno economico di questa tossicomania generalizzata rese accessibili a Pablo Escobar lussi che sembrano davvero materiale da romanzo di fantasia: intere flotte di aerei diretti negli USA, pronti a caricare quindici tonnellate di prodotto a viaggio; proprietà in ogni angolo della Colombia; una villa, l’Hacienda Napoles, che vedeva al suo interno uno zoo ricco di animali mai visti nel Paese, come zebre, elefanti o rinoceronti.

Dal 1987, poi, per sei anni consecutivi la rivista Forbes lo incorona tra gli uomini più ricchi del mondo, stimando che l’80 per cento del traffico di cocaina negli Stati Uniti sia riconducibile alla sua persona.

Le ambizioni di Escobar non si fermano però al mondo del crimine: nel 1982, forte di un consenso popolare creato ad arte grazie a donazioni e manifestazioni di vicinanza alle fasce sociali più deboli, si candida con una mossa senza precedenti al Parlamento colombiano, risultando come prevedibile, eletto.

È forse però a causa di quest’eccesso di superbia che iniziano i suoi guai: nonostante i tentativi di rendere intonsa la sua fedina penale (pare avesse dichiarato di aver fatto fortuna grazie al noleggio di biciclette!), il governo lo accusa denunciando la sua appartenenza al cartello del narcotraffico, e lo costringe alle dimissioni e alla latitanza. 

La conseguenza più temuta da Escobar è quella dell’estradizione negli Stati Uniti, che in quegli anni, sotto la guida prima di Reagan e poi di Bush padre, cominciano a dare primaria importanza alla lotta contro la droga, arrivando a sostenere militarmente i Paesi sudamericani da cui il traffico viene generato.

Da quel momento, la Colombia diventa lo scenario di una guerra spietata che farà del Paese un cimitero a cielo aperto nei dieci anni successivi, sede di eventi che sembrano frutto della mente di uno sceneggiatore di film catastrofici: nel novembre 1985 un commando di guerriglieri dotati di carri armati assalta in pieno centro di Bogotà il Palazzo di Giustizia, uccidendo dodici giudici della Corte Suprema colombiana e distruggendo ogni documento comprovante le attività criminali dei narcos; il 27 novembre 1989 il volo Avianca 203 da Bogotà a Cali, sul quale doveva imbarcarsi il candidato presidente César Gaviria (poi rimasto a terra per prudenza), viene fatto esplodere con 107 passeggeri a bordo; autobombe esplodono senza tregua per anni in ogni angolo del Paese; alcuni dei politici e giornalisti più noti di Bogotà vengono uccisi o sequestrati; nel solo 1992 si contano 27mila morti violente, circa 74 al giorno. 

La storia forse più inverosimile è però quella accaduta nel 1991, quando, decisi a mettere fine alla spirale di violenza, i governanti colombiani accettano un patto col diavolo e si impegnano a negare l’estradizione negli Stati Uniti (che non gli avrebbe garantito corruzioni o evasioni di sorta) nel caso Escobar si consegni e accetti la pena del carcere.

Questo prontamente avviene, con la clausola che il carcere in questione sia costruito dagli stessi narcos a immagine e somiglianza di un resort di lusso, con campo da calcio, discoteca, sala da biliardo, guardie compiacenti, prostitute e l’obbligo per le forze speciali di polizia di tenersi ad una distanza costante di almeno 20 chilometri. Realismo magico, per l’appunto.

Quando nella prigione, appropriatamente denominata La Catédral, si consumano due omicidi, il governo decide di porre fine al patto di non belligeranza, col solo risultato di garantire una nuova latitanza del signore della droga, riuscito miracolosamente a darsi alla macchia. È l’estate del 1992, e a questo punto solo la collaborazione tra il Bloque de Busqueda guidato dal colonnello Hugo Martinez (speciale unità costituita per la lotta al narcotraffico), della DEA (Agenzia federale antidroga statunitense), della Delta Force (unità antiterrorismo USA) e perfino di un gruppo di guerriglieri colombiani nemici di Escobar noti come Los Pepes, riesce a rendere più pressante la caccia all’uomo, ormai ricercato vivo o morto.

Le allora avveniristiche tecnologie di geolocalizzazione permettono di intercettare le telefonate del latitante, che però, spalleggiato da una vastissima rete di sodali e dal sostegno di molti colombiani abituati a considerarlo un Robin Hood del popolo, riesce ogni volta a fuggire prima dell’arrivo delle forze armate.

Questo fino al fatidico 2 dicembre del 1993, quando una truppa d’assalto riesce a captarne il segnale telefonico abbastanza a lungo da fare irruzione nel suo nascondiglio mentre è ancora al telefono col figlio Juan Pablo: le cronache raccontano di una fuga sui tetti di Medellìn, col fuggiasco scalzo e con due pistole in mano, che risponde al fuoco degli agenti prima di essere definitivamente colpito a morte, o, secondo alcuni, di suicidarsi.

Le scene del funerale, alla presenza di circa 25mila persone in lutto che si gettano sulla sua bara in adorazione, impressionano ancora e fanno ben comprendere lo status di martire raggiunto all’epoca da Escobar, evidentemente in grado di costruirsi una mitologia personale di difensore degli ultimi molto poco conciliabile con i crimini commessi spesso a scapito di innocenti.

Ancora oggi esiste infatti a Medellìn il Barrìo Pablo Escobar, quartiere intitolato alla sua memoria in seguito all’impegno nella costruzione di abitazioni, ospedali e campi da calcio per i più poveri, ed è ancora possibile trovare in alcune abitazioni altari votivi dedicati al suo culto. A quanto pare, in alcuni casi il potere dell’argento sa essere più duraturo di quello del piombo.

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