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Bangladesh: uno stupro ogni 6 ore, proteste in piazza contro la violenza sulle donne

Quasi un migliaio di donne sono state violentate soltanto quest’anno nel Paese asiatico e i dati resi pubblici sono ancora molto lontani dalla realtà del fenomeno

Di Iqbal Hossain
Pubblicato il 21 Ott. 2020 alle 07:20
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Immagine di copertina
Credit: Iqbal Hossain

In Bangladesh viene violentata una donna ogni 6 ore. Provate a immaginare, andate a dormire a mezzanotte e vi alzate alle 6 del mattino per andare a lavoro: in questo lasso di tempo, da qualche parte in Bangladesh, una donna ha subito violenza. Mentre uscite con la vostra famiglia o magari vostra figlia, ricordate che da qualche parte nel Paese la figlia di qualcun altro viene violentata. Andate a fare shopping con vostra moglie e intanto un’altra lotta contro un aggressore.

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Nessuna donna può considerasi veramente al sicuro in Bangladesh, stando ai dati disponibili e questo ha scatenato la protesta. Le statistiche sugli stupri nel Paese si basano inoltre sulle notizie divulgate dai media ma in realtà la situazione è peggiore. I dati a disposizione mostrano infatti soltanto una frazione del numero reale di donne che hanno subito violenza. Uno dei motivi è che le vittime di stupro e molestie devono affrontare un grave “stigma sociale”. Nella maggior parte dei casi infatti, sono considerate in qualche modo colpevoli dalle autorità. Di conseguenza, la maggioranza delle vittime e le loro famiglie non cercano giustizia e fanno del loro meglio per nascondere che un simile crimine sia mai accaduto. A causa di un sistema penale inadeguato, della corruzione, dell’archiviazione dei processi per vizi di forma, insufficienza o presentazione tardiva delle prove è difficile avere il quadro reale della situazione.

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I casi più recenti illustrano invece a dovere il problema della violenza sulle donne in Bangladesh. Un marito ha esortato un amico a violentare la moglie per non aver accettato di prostituirsi. Una casalinga è stata assalita sessualmente dopo essere scesa da un ciclo-risciò. Un’altra donna è stata violentata in casa da un gruppo di aggressori. Un padre ha violentato la figlia. Un uomo di 56 anni ha assalito due gemelle di 9 anni, figlie del suo inquilino, dopo aver offerto loro una coca-cola. Uno zio ha violentato la nipote a Khulna, terza città del Paese. Un altro ha aggredito la nipotina nel distretto di Tangail. Tutte queste notizie risalgono soltanto al 10 ottobre 2020. E ovviamente non è tutto: ce ne sono state altre l’indomani e il giorno dopo ancora e quelli precedenti.

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Recentemente una casalinga è stata spogliata e torturata a Begumganj, nel distretto di Noakhali. Allo Sylhet MC College, una casalinga è stata violentata da un aggressore che ha prima legato il marito. Un’adolescente è stata aggredita da un sacerdote cristiano nel distretto di Rajshahi. In risposta a queste numerose brutalità, migliaia di studenti e persone di ogni estrazione sociale hanno protestato in diverse parti del Paese, compresa la capitale Dacca. Alcuni chiedevano la pena di morte per stupro, altri sono scesi in piazza a favore di una riforma in Bangladesh, denunciando la perdita del senso della moralità nella nazione a causa dell’inadeguatezza della giustizia e di una legislazione non applicata in maniera abbastanza rigorosa.

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Secondo l’organizzazione bangladese per i diritti umani Ain-O-Salish Kendra (ASK), che ha raccolto i dati sulla base delle denunce apparse sui media, ben 975 donne sono state violentate nel Paese soltanto tra gennaio e settembre di quest’anno, compresi 208 casi di stupro di gruppo. Stando i dati raccolti dalla Bangladesh Mahila Parishad, un’associazione femminile locale, gli episodi di violenza sessuale contro le donne sono quasi raddoppiati negli ultimi dieci anni. Il dato più preoccupante riguarda proprio gli stupri. Se gli episodi di violenza fisica sono infatti diminuiti del 40 per cento nell’ultimo decennio, il numero di aggressioni sessuali è invece raddoppiato nello stesso periodo, passando dai 940 stupri segnalati dalla stampa nel 2010 ai 1.855 dello scorso anno.

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Anche le violenze sui minori sono cresciute nello stesso periodo, tanto da cessare di scioccare l’opinione pubblica come accadeva qualche anno fa. Tra le vittime di crimini simili denunciati nel 2019, figuravano almeno 133 bambini di età compresa tra uno e sei anni. Le statistiche reali sullo stupro di minori sono difficili da raccogliere in una società ancora diffusamente conservatrice e riservata come quella bangladese, che per generazioni ha considerato la violenza come connaturata all’uomo. Crescendo, i comportamenti inappropriati e persino violenti da parte degli uomini nei confronti delle donne venivano spesso giustificati con l’adagio “i ragazzi sono pur sempre ragazzi”. Anche lo “stigma” sociale contribuisce a ostacolare la lotta alla violenza e l’emersione del fenomeno. Le famiglie delle vittime raramente ricorrono a procedure legali per paura. Spesso la stampa viene a conoscenza di quanto accaduto solo dopo la morte dell’aggredita o se versa in condizioni critiche. Per questo è presumibile che il numero di tali reati sia ampiamente sottostimato.

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Così, anche gli spaventosi dati citati e gli orribili resoconti dei media e degli investigatori non possono rivelare la reale portata del problema. L’anno scorso, la storia di Saima, una bambina di sette anni violentata e brutalmente assassinata nel quartiere di Wari, a Dacca, scioccò la popolazione: il corpo fu ritrovato in un edificio in costruzione dove la piccola andava a giocare con i propri amici. Un’altra bambina di due anni fu invece violentata e gettata da un balcone posto al secondo piano di un palazzo nel quartiere di Gandaria, sempre nella capitale. Allora, la figlia tredicenne dell’aggressore disse ai vicini di aver visto il padre lanciare la vittima dal balcone. La cultura della violenza colpisce infatti anche le famiglie degli stupratori in Bangladesh, dove la situazione però non sembra cambiare.

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In tutto il mondo vengono condotte nuove ricerche ed elaborate nuove strategie per combattere lo stupro e prevenire le aggressioni sessuali contro i minori. Ma in Bangladesh tutto questo è ostacolato da leggi e mentalità obsolete. Le politiche adottate in materia non sono riviste da molti anni. La vicina India, dove la violenza sulle donne resta preoccupante, ha quantomeno reagito a questi atroci crimini modificando le proprie normative.

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I veri problemi riguardano l’impunità degli aggressori, l’incapacità di intervenire per impedire o almeno ridurre il numero di questi reati e il trattamento riservato alle vittime. Purtroppo le proteste e le condanne non fermeranno gli stupri in Bangladesh. Nonostante vi sia ancora qualcuno che cerca di giustificarle e di colpevolizzare le vittime, i social media sono pieni di articoli e post contro la violenza sulle donne ma non basta. I movimenti femministi chiedono un cambiamento nell’atteggiamento e nella mentalità degli uomini, ancora una volta però alcuni fanatici radicali e i gruppi antifemministi attribuiscono la causa degli stupri al modo di vestire delle donne e alla loro “sfrontatezza”, accusando le vittime di “provocare” gli aggressori.

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Nonostante questo, la società bangladese è rimasta davvero scossa da questi crimini che hanno toccato la coscienza delle persone di ogni ceto sociale. Sanno che nessuno, ricco o povero, è al sicuro. Quindi le persone comuni, compresi i manifestanti, chiedono che i colpevoli siano puniti in maniera esemplare e non solo. Urge infatti istituire un sistema di sensibilizzazione sociale in ogni quartiere: organizzando ad esempio attività culturali e sportive attraverso il Comitato per l’Eliminazione della Droga e della Violenza contro le Donne, che si dimostri capace di coinvolgere ragazzi e adolescenti e di istruirli sulla disumanità delle aggressioni sessuali. Questi comitati dovrebbero reclutare gli stessi ragazzi colpevoli di molestie, educarli e recuperarli: ogni giovane capace di imparare una simile lezione potrebbe infatti influenzarne altri dieci. Il problema è grave e la soluzione complessa ma è giunto il momento per un’azione più seria di qualsiasi altro intervento già sperimentato.

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