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Mio figlio è morto tra le mie gambe

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Secondo un rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità le morti postparto in Uganda sono state 5.700 nel 2015

Quando Shamimu Nabasirye è entrata in travaglio, non aveva i soldi per noleggiare un’auto e recarsi al centro sanitario più vicino, situato nella zona rurale di Namwezi, in Uganda. Il 2 gennaio del 2016 la donna ha partorito suo figlio, che è morto mentre veniva alla luce. In questa parte dell’Uganda i nati morti passano troppo spesso inosservati. 

S&D

Durante i nove mesi di gravidanza, Shamimu aveva frequentato la clinica prenatale presso il centro di salute del villaggio di Namwezi solo tre volte. Qui il personale medico le aveva consigliato di non fare sforzi fisici o dedicarsi alle faccende domestiche quotidiane, ma di stare a riposo assoluto. La donna sapeva che ciò non sarebbe stato possibile. “Ero a casa da sola, senza alcun aiuto, e dovevo pensare ad accudire i miei tre figli nati da un precedente matrimonio, e il mio nuovo marito, Isima, che lavora saltuariamente nella città di Jinja”.

“Ho dovuto lavare i panni, prendere l’acqua e la legna da ardere percorrendo una distanza di 5 chilometri dalla mia abitazione. Inoltre, ho dovuto cucinare, lavorare nei campi e alla fine della giornata, nonostante la stanchezza, ho dovuto soddisfare le esigenze sessuali del mio partner” ha raccontato la donna. 

Shamimu era rimasta incinta per la prima volta all’età di 15 anni. “Ero a casa con i miei genitori nel Burgerere e frequentavo la scuola elementare”. I suoi genitori la costrinsero a sposare l’uomo che l’aveva messa incinta. Ma il matrimonio non durò a lungo e la giovane Shamimu insieme alla sua famiglia decisero di trasferirsi in un villaggio vicino alla città di Njeru, nel quartiere Buikwe, a 54 chilometri di distanza da Kampala, la capitale dell’Uganda, per cercare un’occupazione. Qui incontrò Isima, il suo attuale marito. 

Quando sono cominciate le doglie, il marito era ancora a lavoro. La donna non disponeva del denaro sufficiente per noleggiare un auto che la portasse all’ospedale. I vicini di casa le consigliarono di chiedere pertanto aiuto all’operatrice locale che si occupa di parti in casa, e che offre il suo sostegno alle partorienti che non dispongono di soldi per pagare le cure prenatali. “Questa donna mi ha salvato la vita, anche se non è riuscita a salvare la vita del mio bambino, nato morto fra le mie gambe”, ha raccontato Shamimu. 

Secondo l’usanza ugandese, il bambino dev’essere sepolto nel paese natale del capo famiglia. In questo caso il feretro doveva essere tumulato nel villaggio di Bugiri, che dista 80 chilometri da dove la coppia vive. Ma la mancanza di denaro sufficiente per una degna sepoltura è un limite. Erano necessari 40 dollari per noleggiare un veicolo e trasportare la piccola bara nel villaggio di Bugiri. L’unica soluzione possibile era affidarsi ai mezzi pubblici.

La coppia ha dovuto prendere la decisione più difficile per un genitore che ha perso un figlio. Non disponendo di mezzi e soldi, Shamimu e il marito hanno messo il corpo senza vita del loro bambino dentro una valigia, sono saliti con il bagaglio in mano su un minibus pubblico e si sono diretti verso la città. “Mi sono sentita male a dover trasportare il mio bambino in quel modo” ha detto la madre in lacrime. 

“Abbiamo dovuto mettere in valigia i vestiti sopra il suo corpicino, perché nessuno sospettasse che stavamo trasportando un corpo senza vita. Anche se il vostro bambino muore alla nascita, dovrebbe comunque avere una degna sepoltura” ha sospirato la donna. “Nessuno ci ha accompagnati e poche persone del villaggio ci hanno accolto per prendere parte alla sepoltura di nostro figlio”.

Il senso di colpa non abbandona Shamimu. “A volte queste situazioni sono inevitabili. Mio marito non ha ricevuto il salario per due mesi. I cinque dollari di affitto di una vettura corrispondono a tutto lo stipendio percepito da lui. Si sente in colpa per aver perso il suo primo bambino. Mi sento tanto male, ma sono certa che dio ci aiuterà a concepire un altro figlio”. 

L’ufficiale della protezione civile locale, Saddam Longa, ha detto che i casi di bambini nati morti in quella zona dell’Uganda sono numerosi. “Molte donne manifestano delle difficoltà durante la gravidanza, ma sono casi che passano per lo più inosservati. Le donne muoiono e anche i bambini. E’ all’ordine del giorno. A volte la responsabilità viene attribuita al personale medico, altre volte sono le donne che non si sottopongono agli esami medici prenatali che possono salvare la vita della madre e dei loro futuri bambini”. 

A volte succede che gli operatori sanitari domandino il pagamento delle visite corrisposte alle donne in gravidanza. “Denaro che ovviamente non possiedono” ha aggiunto il funzionario. Per questo motivo, è necessario che “il ministero della Salute disciplini gli operatori sanitari e tutelino le donne in gravidanza. Nel caso in cui questo non dovesse avvenire, i bambini continueranno a morire dentro e fuori le strutture ospedaliere”. 

Faridah Luyga, impegnata nelle campagne di sensibilizzazione promossa dall’associazione Nastro Bianco attiva in Uganda, ha spiegato che l’organizzazione sta “sollecitando il governo a rendere conto dei servizi sanitari per i cittadini. Ciò può impedire le perdite dolorose subite tante volte in silenzio da madri e padri del mio paese”. 

Secondo un rapporto pubblicato il 12 novembre 2015 dall’Organizzazione mondiale della Sanità, è risultato che nell’ultimo anno le morti post-parto sono state 5700 in Uganda. L’Unicef ha stimato che nel 2015 sono stati circa 5,9 milioni i bambini al di sotto dei cinque anni di età a non sopravvivere. Un decesso ogni 11 minuti.

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