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L’artista iraniano che canta Fabrizio De André in persiano

Mani Naimi è un musicista indipendente che vive tra Firenze e Teheran, ma si sente parte integrante di entrambi i mondi. TPI lo ha intervistato

Di Pamela Schirru
Pubblicato il 16 Dic. 2016 alle 18:20 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 18:02
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Immagine di copertina

“Ti stupiresti se un ragazzo italiano ascoltasse cantautori che appartengono alla sua stessa cultura? No. Al contrario, sarebbe considerato da tutti una persona colta. Diverso sarebbe se quello stesso ragazzo, che ascolta i medesimi cantautori italiani, fosse tunisino, cinese o, come me, iraniano”.

Inizia così la mia conversazione con Mani Naimi, musicista e cantautore nato a Teheran e cresciuto per gran parte della vita in Italia, a Firenze.

Oggi Mani è legato a entrambi i mondi, quello italiano e quello del suo paese d’origine. Trentasei anni, il giovane iraniano ha dedicato la sua vita alla musica.

Con la sua chitarra produce pezzi propri e reinterpreta i grandi autori italiani del passato, in particolare Fabrizio De André. Un suono melodioso, accompagnato dalle parole del testo originale riadattate in lingua farsi, che riportano in vita l’artista genovese, scomparso nel 1999, e rievocano gli antichi versi dei poeti iraniani, come Hafez. 

“Sono arrivato in Italia in un momento un po’ critico della mia vita”, racconta Mani. “Avevo tredici anni e sono giunto qui con la mia famiglia. Ho dovuto imparare la lingua e mi sono iscritto all’università, a cui alternavo il lavoro”.

È proprio in ambito lavorativo che Mani scopre Fabrizio De André.

“Uno dei miei primi lavori a Firenze è stato il commesso”, spiega il giovane. “Ero stato preso in un negozio di giocattoli gestito da una signora iraniana, Vida, che aveva un ottimo gusto musicale e con le sue mani realizzava oggetti di carta. Ascoltavamo sempre la radio, dove quotidianamente scorrevano brani come quelli di De André”.

A Teheran Mani aveva imparato a suonare la tastiera e la chitarra, mentre in Italia, sotto gli insegnamenti del maestro Siamak Shahidi, ha affinato le sue doti musicali, iniziando a comporre versi. Sono nate così una serie di melodie che includono non solo i brani di De André, ma anche quelli del cantautore e poeta francese, Georges Brassens. 

“Su queste canzoni sono nate altre melodie e come i filamenti di un dna, questi germogli sono poi sbocciati”, mi racconta ancora Mani. “Le traduzioni che ho fatto appartengono a una piccolissima parte della mia modesta produzione”.

(Qui sotto La ballata dell’amore cieco tradotta in farsi e interpretata da Mani Naimi. Credit: YouTube. L’articolo prosegue dopo il video).

Nel suo primo album, Volume I, le composizioni sono il frutto delle influenze della musica cantautoriale italiana e della tradizione persiana. Non solo per l’uso della lingua madre, ma anche per la passione dell’autore verso gli eroi della mitologia persiana, come Rostam e Esfandyar, due dei principali protagonisti del capolavoro epico Shahnameh (ll libro dei re) del poeta persiano Ferdowsi.

“Non solo questi due eroi positivi hanno influito sulla mia produzione, ma anche personaggi simbolici come la fenice persiana, conosciuta in occidente come l’araba fenice, una figura importante in Iran in quanto simbolo di saggezza e di maternità”, mi dice Mani. “In particolare, mi sono ispirato a quest’ultima quando ho riproposto in un brano la storia mia, di mia madre e di mio fratello”.

Ad accompagnarlo nelle sue esibizioni ci sono i suoi due amici e colleghi, Sina e Azad. Il nome del suo gruppo musicale, Anam (“senza nome”), rende omaggio a un’opera di un grande personaggio della cultura italiana, Tiziano Terzani, 

Musica, poesia, epica e mito hanno sempre caratterizzato la millenaria tradizione culturale e storica persiana da Rudakì a Ferdowsi, passando per Hafez e Rumi. 

“L’Iran è senza dubbio un paese paradossale. Musicalmente parlando io mi sento un ibrido in quanto alterno lingua persiana e italiana in modo del tutto naturale”, precisa ancora Mani. “Nonostante tutto, la musica occidentale in Iran continua a vivere grazie a una lenta e graduale riapertura verso i concerti e gli album”.

In epoca contemporanea, anche la musica ha subito le fasi di chiusura imposte dalle autorità. Già nel 2005, l’allora presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad al suo primo mandato aveva vietato nel paese la diffusione della musica occidentale nelle radio e nelle tv di stato. 

Nonostante la censura applicata, gli iraniani hanno sempre trovato il modo di aggirarla.

(Qui sotto un altro brano tradotto e interpretato da Mani Naimi. Credit: YouTube)

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