Dazi Usa al 15%: l’Italia è il secondo Paese più colpito al mondo dalle nuove tariffe doganali di Trump
Un’aliquota universale, pensata per aggirare la sentenza della Corte Suprema, colpisce soprattutto i partner commerciali più fedeli agli Stati Uniti
L’Italia è la seconda economia più colpita al mondo dai nuovi dazi sulle importazioni negli Usa annunciati dal presidente Donald Trump dopo la bocciatura della Corte Suprema. Le nuove aliquote scatteranno domani, 24 febbraio 2026, e non promettono nulla di buono per il nostro Paese, che subirà più di altri gli effetti dei provvedimenti della Casa bianca.
Nuovi dazi al 15% per tutti
Con il suo proclama presidenziale, datato 20 febbraio, Trump ha imposto nuovi dazi del 10% su tutte le merci ed i prodotti importati negli Stati Uniti da qualunque Paese provengano, a partire dalle 06:01 ora italiana di domani fino al 24 luglio, salvo proroga da parte del Congresso Usa. Un’aliquota che il presidente ha già annunciato di voler portare al 15% nei prossimi giorni.
Le nuove tariffe doganali sostituiscono solo quelle “reciproche” annullate dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che proprio il 20 febbraio aveva bocciato i dazi voluti da Trump sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977, definendoli illegittimi e affermando che il presidente non aveva l’autorità per imporli. Rimangono quindi in vigore i dazi Usa sulle importazioni di alluminio, acciaio, rame e sul settore automotive, non intaccati dalla sentenza della Corte Suprema, così come quelli sull’import di merci e prodotti provenienti dalla Cina.
Le nuove aliquote, con la sospensione del trattamento duty-free de minimis, riguarderanno anche le importazioni di valore inferiore agli 800 dollari, incluse le merci spedite tramite il sistema postale internazionale. Ma non tutti i beni importati negli Usa, secondo le tabelle pubblicate dalla Casa bianca che elencano i circa 1.100 codici prodotto esentati dal provvedimento, saranno soggetti a queste tariffe doganali. Metalli preziosi, prodotti energetici, minerali critici, farmaci, dispositivi elettronici, prodotti aerospaziali, libri e materiali informativi, alcuni beni agricoli quali carne bovina, pomodori, arance e fertilizzanti, merci provenienti da Canada e Messico conformi dall’accordo Usmca e prodotti tessili e capi di abbigliamento ai sensi del trattato di libero scambio Cafta-Dr saranno esentati. Ogni altra importazione negli Usa, invece, subirà un dazio del 15%, il che colpirà soprattutto l’Italia. Ma guardiamo i numeri.
L’Italia tra i Paesi più colpiti
Prima del ritorno del magnate newyorkese alla Casa bianca, la media ponderata dei dazi sulle importazioni negli Usa era pari all’8,3%. Un dato che è poi salito al 15,3% con le nuove aliquote annunciate durante il cosiddetto “Liberation Day” del 2 aprile scorso e cambiate più volte nell’ultimo anno. L’intervento della Corte Suprema degli Stati Uniti però ha costretto la Casa bianca a cambiare registro. Ma non direzione.
Trump infatti ha subito risposto ai giudici con nuovi dazi, stavolta sulla base della Sezione 122 del Trade Act del 1974, che consente all’inquilino della Casa bianca di imporre tariffe doganali fino a un massimo del 15% per non più di 150 giorni in caso di gravi squilibri nella bilancia dei pagamenti o di calo del valore del dollaro. Fissate inizialmente al 10% e poi innalzate fino al 15%, secondo i calcoli del direttore della no-profit svizzera Fondazione San Gallo per la Prosperità attraverso il Commercio Johannes Fritz, le nuove aliquote abbassano la media ponderata dei dazi sulle importazioni negli Usa dal 15,3% al 13,2%. Un calo però che non vale per tutti.
Già perché se prima i dazi erano diversi e imposti Paese per Paese, ora le aliquote “piatte” sono valide per tutti e questo annulla i “benefici” concessi agli alleati degli Stati Uniti rispetto ai loro competitor. I Paesi che prima della sentenza subivano le tariffe doganali più elevate, come ad esempio India, Thailandia e Vietnam, registrano ora una diminuzione della pressione mentre chi aveva negoziato dazi più bassi, come il Regno Unito e l’Unione europea, vede erodersi quel vantaggio, che in alcuni casi potrebbe trasformarsi in un vero e proprio pregiudizio.
“Un’imposta forfettaria tratta tutti i Paesi allo stesso modo in termini nominali, ma non in termini relativi. Il vantaggio tariffario relativo misura quanto più (o meno) le importazioni di un Paese sono tassate rispetto alla media globale”, ha spiegato Fritz nella sua analisi per Global Trade Alert. “Prima della sentenza della Corte Suprema, il differenziale era ampio: Paesi come Cina e India si trovavano ad affrontare tariffe ben al di sopra della media globale, mentre Canada, Messico e la maggior parte degli esportatori europei si attestavano ben al di sotto”. Il nuovo regime invece, secondo l’esperto, “riduce significativamente questo differenziale”. I più “avvantaggiati” dalle nuove misure sono Brasile, Cina e India, mentre i più colpiti sono Regno Unito, Italia e Singapore.
Con le nuove aliquote al 15% infatti, secondo i calcoli di Fritz, la media ponderata dei dazi su circa 76 miliardi di dollari di importazioni negli Usa provenienti dal nostro Paese è pari al 15,3%. Con il regime precedente era di 1,7 punti percentuali inferiore, pari al 13,6%. Un esito che rende l’Italia il secondo Paese più colpito al mondo, dopo il Regno Unito, dalle nuove tariffe doganali di Donald Trump. Prima della sentenza della Corte Suprema, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, i dazi avrebbero potuto causare un danno al sistema economico italiano compreso tra i 14 e i 15 miliardi di euro all’anno, praticamente quanto il Ponte di Messina. Un costo che, in attesa di capire quanto peseranno le esenzioni annunciate dalla Casa bianca, pare destinato a salire ancora.