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Home » Economia

L’Upb: “I salari reali sono calati del 6,6% rispetto al 1990. Ridurre il cuneo fiscale non basta più”

Immagine di copertina
Foto Unsplash

L'Ufficio Parlamentare di Bilancio conferma la stagnazione delle retribuzioni nel settore privato: "Solo le riforme Irpef hanno frenato le disuguaglianze ma ormai quel modello ha raggiunto il limite"

C’è un nuovo dato a fotografare la stagnazione dei salari in Italia: tra il 1990 e il 2026 la retribuzione lorda reale media nel settore privato è diminuita del 6,6%. Lo scrive l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) in una nota di lavoro pubblicata ieri.

L’organismo indipendente sottolinea che “la dinamica delle retribuzioni in Italia appare sfavorevole nel confronto internazionale” e ricorda il grafico dell’Ocse, ormai virale, secondo cui tra il 1990 e il 2024 i salari reali in Francia e Germania sono aumentati di oltre il 30%, in Spagna di quasi il 13%, mentre nel nostro Paese sono diminuiti dell’1,6%.

Negli ultimi trentasei anni, scrive l’Upb, il calo degli stipendi lordi nel settore privato si è concentrato principalmente sulle buste paga più basse: il decimo percentile dei lavoratori – ossia quelli meno retribuiti – ha registrato una perdita del potere d’acquisto del 40,8 per cento, mentre il novantesimo percentile – ossia i più remunerati – ha guadagnato il 3,3%.

Se i salari reali sono stagnanti, si legge nella nota, è anche perché negli ultimi tre decenni è cresciuta notevolmente la quota di occupati a tempo parziale, in altri termini la precarietà: l’Upb parla di “crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica”. Il lavoro a tempo parziale è passato dal rappresentare il 4,4% del totale nel 1990 al 31,5% nel 2018. Di pari passo la quota dei contratti a tempo determinato è calata dal 60 al 45,3%.

A livello settoriale, nell’arco dei trentasei anni considerati le retribuzioni lorde reali sono aumentate del 16,5% nell’industria e nelle costruzioni, mentre sono diminuite del 20,9% nei servizi. E con la progressiva de-industrializzazione del Paese, il terziario ha assunto un peso sempre maggiore nel mercato del lavoro.

Secondo l’Upb, i piccoli aumenti retributivi che i lavoratori hanno ottenuto in questo arco temporale sono da ricollegare in larga parte non a maggiori concessioni da parte delle imprese, bensì ad alcune riforme fiscali sull’Irpef che hanno alleggerito i prelievi principalmente sui redditi bassi e medi.

“L’Irpef – annota l’Ufficio Parlamentare di Bilancio – ha inciso in modo sempre più rilevante nel contenere le disuguaglianze prodotte dal mercato del lavoro”. Il riferimento è in particolare al Bonus Renzi del 2014 e agli interventi operati sul cuneo fiscale dal Governo Meloni nel 2025. Queste misure “hanno progressivamente ridotto il prelievo sui redditi da lavoro dipendente bassi e medi”.

Al contrario, “per i redditi più elevati il carico effettivo è aumentato, soprattutto per effetto del drenaggio fiscale legato alla mancata indicizzazione dei parametri dell’imposta”. In altre parole, in alcuni casi i rinnovi contrattuali siglati negli ultimi anni per provare a tenere il passo dell’inflazione hanno portato le buste paga allo scaglione Irpef successivo, con conseguente applicazione di un’aliquota più elevata. La soglia che separa i due effetti, spiega l’Upb, è stata a 35.100 euro annui: al di sotto di tale livello il sistema del 2026 risulta più favorevole rispetto a quello del 1990, mentre al di sopra risulta più oneroso.

Le riforme fiscali, dunque, hanno avuto un effetto redistributivo. Lo conferma l’andamento del coefficiente di Gini, universalmente utilizzato per misurare il tasso di disuguaglianza di un sistema: tra il 1990 e il 2026, considerando i redditi da lavoro dipendente, il coefficiente è aumentato da 0,330 a 0,403 per i redditi lordi, mentre per i redditi netti è cresciuto in maniera più contenuta, da 0,302 a 0,338. Così l’indice di redistribuzione è più che raddoppiato, passando da 0,028 a 0,065. Le riforme dell’Irpef, secondo l’Upb, spiegano circa l’80% di questo aumento.

Peraltro, aggiunge l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, “non è possibile escludere l’esistenza di effetti circolari, poiché “la disponibilità di strumenti fiscali di sostegno ai redditi più bassi potrebbe aver influenzato le dinamiche salariali attraverso canali indiretti, ad esempio riducendo la pressione negoziale”. Politiche fiscali accomodanti e moderazione salariale potrebbero quindi aver operato come componenti di un equilibrio implicito tra gli attori del mercato del lavoro”, si legge nella nota.

In conclusione, l’Upb evidenzia “alcuni limiti dell’attuale modello redistributivo”. “Il rafforzamento della capacità redistributiva – scrive l’organismo indipendente – è stato ottenuto soprattutto riducendo il prelievo sui redditi bassi e medi e concentrando il carico sui redditi medio-alti, con una maggiore esposizione del sistema agli effetti del drenaggio fiscale e con differenze di trattamento tra lavoratori dipendenti e altre categorie di contribuenti. Tali interventi, pur attenuando la crescente dispersione dei redditi lordi, non affrontano le cause strutturali della stagnazione salariale e della precarizzazione del lavoro.

Per stimolare una crescita dei salari reali, l’Ufficio suggerisce “la revisione dei regimi agevolati”, “l’allargamento della base imponibile attraverso il contrasto all’evasione” e, più in generale, “politiche strutturali volte a contrastare la stagnazione salariale, eventualmente affiancati da strumenti di sostegno al reddito operanti dal lato della spesa”. Secondo l’Upb l’attuale modello redistributivo potrebbe aver raggiunto i propri limiti. Ovvero: ridurre il cuneo fiscale non basta più.

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