Tregua Usa-Iran: cosa succede ora ai prezzi di petrolio e gas
L'accordo fa scendere le quotazioni di greggio e metano, mentre i mercati azionari tornano a salire. Ma la crisi è tutt'altro che superata: ecco perché
Dopo l’accordo sulla tregua raggiunto tra Stati Uniti e Iran, i prezzi del petrolio e del gas sono repentinamente scesi e i mercati azionari di tutto il mondo hanno registrato forti rialzi. L’intesa – che prevede la riapertura, almeno per le prossime due settimane, dello Stretto di Hormuz – raffredda i timori per una crisi prolungata delle forniture di materie prime (energetiche, ma non solo).
Tuttavia è presto per dire che l’emergenza sia superata. Non solo perché i negoziati per una pace duratura iniziano adesso, ma anche perché le cinque settimane di conflitto hanno seriamente danneggiato alcune fra le principali infrastrutture energetiche del Medio Oriente e perché bisognerà testare nei fatti se il traffico attraverso Hormuz riprenderà effettivamente ai ritmi e alle condizioni di prima.
Ma iniziamo dai numeri. L’annuncio del cessate il fuoco ha riportato le quotazioni del petrolio sotto la quota psicologica dei 100 dollari al barile: il Brent e il Wti viaggiano rispettivamente intorno ai 95 e ai 96 dollari, livelli inferiori del 15% e del 13% rispetto a ieri (benché ancora superiori rispetto alle settimane precedenti la guerra, quando il prezzo medio oscillava intorno ai 70 dollari al barile).
Quanto al gas naturale, sul Ttf di Amsterdam il valore di scambio è passato da circa 60 euro al megawattora a 44 (prima dello scoppio del conflitto la quotazione media era sui 35 euro.
Stamattina la Borsa di Milano ha aperto in rialzo, in linea con gli altri listini europei, e nel momento in cui scriviamo l’indice Ftse Mib guadagna il 3,57%, con Parigi a +3,17% e Francoforte a +4,69%.
Anche i future del mercato azionario statunitense (i future sono accordi per acquistare un’attività finanziaria a un prezzo prestabilito in un momento successivo) indicano un’apertura in rialzo per Wall Street, mentre le principali borse asiatiche hanno chiuso in positivo: l’indice giapponese Nikkei 225 ha guadagnato il 5%, il Kospi sudcoreano ha registrato un balzo di quasi il 6% e l’Hang Seng di Hong Kong è salito del 2,8%.
I mercati tirano un sospiro di sollievo, dunque, dopo che nelle scorse ore il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva evocato scenari apocalittici, minacciando di spazzare via “un’intera civiltà”. Ma la crisi resta aperta.
La guerra ha di fatto sottratto al mercato circa 11 milioni di barili di petrolio al giorno, dimezzando di fatto il flusso del greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, dove fino a prima dell’inizio del conflitto transitava circa un quinto del traffico mondiale di oro nero. Ed è ipotizzabile che anche nelle prossime due settimane i premi assicurativi e i costi di spedizione a carico delle navi resteranno elevati. Inoltre, i danni inflitti da missili e droni alle raffinerie e agli oleodotti in molti Paesi mediorientali continueranno a tenere bassi i volumi dell’offerta.
L’analista Saul Kavonic della società di servizi finanziari Mst Marquee ha spiegato alla Bbc che è improbabile che la produzione energetica nella regione riprenda completamente finché non ci sarà la certezza di un accordo di pace duraturo. E che i danni inflitti alle infrastrutture energetiche potrebbero comportare tempi lunghi prima che la produzione riprenda.
Ad esempio, gli attacchi iraniani contro il sito di Ras Laffan, in Qatar, dove si produceva circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, hanno ridotto la capacità di esportazione del Paese del 17% e ci vorranno fino a cinque anni per ripristinare la situazione di prima.
L’Asia – fortemente dall’energia proveniente dal Golfo – è stata il continente che finora ha patito le conseguenze più gravi: lo scorso 24 marzo il Governo delle Filippine ha dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale dopo che i prezzi della benzina sono più che raddoppiati.
Ma anche in Europa la crisi dei prezzi e delle forniture energetiche si sta facendo sentire. Diverse compagnie aeree hanno ridotto il numero di voli per far fronte alla mancanza di carburante, mentre in Italia il Governo Meloni sta valutando la possibilità di introdurre misure di razionamento energetico a partire da maggio.
L’accordo per il cessate il fuoco e la riapertura annunciata dello Stretto di Hormuz concedono di essere un po’ meno pessimisti riguardo al futuro. Ora tocca ai negoziatori che da venerdì saranno riuniti in Pakistan per cercare un accordo stabile. Da quelle trattative dipende molto dell’economia mondiale dei prossimi anni.