Così gli shock energetici hanno spostato gli equilibri del mercato petrolifero
Prima il baricentro era nel rapporto tra produzione e domanda. Oggi invece, più che la quantità di greggio estratto, contano la sicurezza e la diversificazione degli approvvigionamenti e la capacità di proteggere le infrastrutture
«Controlla il petrolio e controllerai le nazioni». La massima è attribuita a Henry Kissinger, che pare l’abbia enunciata negli anni Settanta, ma descrive con efficacia anche i tempi che stiamo vivendo oggi.
La guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha rimesso l’oro nero al centro del risiko mondiale, facendone una leva tattica usata da ambo le parti. Tuttavia proprio il ruolo giocato dal greggio in questo conflitto evidenzia una marcata differenza rispetto al passato.
Per circa mezzo secolo, seppur attraverso fasi storiche distinte tra loro, il mercato petrolifero è stato guidato essenzialmente dall’incrocio tra le politiche sull’offerta dei Paesi esportatori, le strategie industriali delle multinazionali degli idrocarburi e la domanda proveniente dai grandi importatori. Il baricentro del sistema era contenuto nel rapporto tra produzione e fabbisogno. Adesso il quadro è più complesso. Le variabili in gioco sono aumentate.
Da un lato la «rivoluzione dello shale» negli Usa ha reso la produzione mondiale strutturalmente abbondante e flessibile, dall’altro la crescente instabilità politica ed economica innesca continui “colli di bottiglia” che ostacolano i traffici commerciali. Il risultato è che oggi l’attenzione generale del mercato del petrolio non è concentrata tanto sulla consistenza dei volumi produttivi quanto sulla sicurezza e sulla diversificazione degli approvvigionamenti, sulla protezione delle infrastrutture, sulla capacità di assorbire gli shock. Il baricentro si è spostato dai siti di estrazione alle reti di trasporto e stoccaggio. Senza sottovalutare l’impatto della transizione energetica verso le fonti rinnovabili.
Fragilità scoperta
Il conflitto in Medio Oriente ha danneggiato alcuni tra i maggiori impianti di estrazione del Golfo e ha provocato la chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, dove transitava circa un quinto del greggio mondiale, rendendo palese la vulnerabilità dei flussi di oro nero. Se quello marittimo è ancora il canale di trasporto dominante per il petrolio, è sufficiente il blocco di un singolo snodo strategico per innescare – anche in una fase di sovrapproduzione – una crisi di offerta di portata potenzialmente catastrofica.
E così è stato. A marzo il mercato petrolifero ha registrato una perdita globale di oltre 10 milioni di barili al giorno: di gran lunga la flessione più marcata della storia. Il greggio c’è, ma quello prodotto nel Golfo è improvvisamente diventato difficile da esportare. Ad aprile è arrivato ossigeno alla domanda grazie ai prelievi dalle scorte strategiche, all’utilizzo di rotte alternative e all’incremento dell’export dai Paesi produttori fuori dalla regione, come Stati Uniti, Brasile, Canada, Kazakistan, Venezuela e Russia. Ma nei primi sessanta giorni di guerra le riserve globali si sono alleggerite di 250 milioni di barili: un «ritmo record», sottolinea l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea), secondo cui il mercato petrolifero rimarrà in deficit fino all’ultimo trimestre dell’anno. Anche ipotizzando una graduale ripresa dei flussi attraverso lo Stretto a partire da giugno, l’Iea prevede che nel 2026 l’offerta globale di greggio diminuirà in media di 3,9 milioni di barili al giorno, un calo pari a oltre il 3% rispetto al 2025.
Amin Nasser, amministratore delegato del colosso saudita Saudi Aramco, ritiene che, se Hormuz non riaprirà entro l’estate, è impossibile che il settore possa tornare alla normalità prima del 2027.
I più penalizzati dovrebbero essere i Paesi asiatici, principali acquirenti del petrolio mediorientale, mentre l’Europa è esposta soprattutto sul fronte dei prezzi (e delle forniture di gas naturale liquefatto). Gli Stati Uniti, invece, forti della crescita della loro produzione interna, hanno da temere solo per la spirale inflazionistica ormai inevitabile (bisognerà misurarne la portata).
Prevale la cautela
Dopo una repentina fiammata iniziale fino ai 120 dollari al barile, che aveva fatto temere ulteriori rialzi verso quota 150, il prezzo del Brent ha rallentato la corsa e oscilla da alcune settimane poco sopra i 100 dollari: è il livello più alto degli ultimi quattro anni, però – almeno sul piano delle quotazioni – lo scenario peggiore che era stato delineato agli inizi di questa crisi non si sta verificando.
Nel suo ultimo outlook sul mercato delle commodity, la Banca Mondiale pronostica per il 2026 un prezzo medio di 86 dollari al barile, che potrebbe salire fino a 115 dollari in caso di tensioni prolungate in Medio Oriente.
Ma, se l’offerta è più concentrata e più esposta ai rischi geopolitici, perché i rialzi del petrolio restano tutto sommato moderati?
La risposta può essere cercata nelle contromisure adottate fin qui per contenere la crisi. Un’altra ipotesi è che gli investitori scommettano su un’imminente de-escalation. Ma c’è anche una terza possibile spiegazione: e cioè che i mercati si stiano abituando agli shock energetici.
Anche dalle maggiori compagnie petrolifere occidentali arrivano segnali in tal senso. Contrariamente a quel che ci si aspetterebbe in una fase di calo dell’offerta, infatti, nessuna Big Oil ha aumentato i propri piani di spesa per il 2026 o per gli anni successivi. «Dopo anni di espansione aggressiva – sottolinea Ron Bousso, editorialista della Reuters – il settore si è orientato verso la disciplina del capitale e la priorità al rendimento per gli azionisti. Gli investitori che un tempo premiavano la crescita ora richiedono elevati flussi di cassa».
La parola d’ordine è cautela. «Produciamo una materia prima che, se si guarda agli ultimi sei anni, ha mostrato una volatilità dei prezzi piuttosto estrema», ha spiegato agli analisti Meg O’Neill, amministratrice delegata di British Petroleum. «Pertanto, dobbiamo assicurarci che le decisioni che prendiamo sul portafoglio e sull’attività ci consentano di essere redditizi durante tutto il ciclo».
Nei primi due decenni del Duemila i mercati energetici hanno marciato verso una globalizzazione sempre più spinta, trainata in particolare dall’aumento della domanda dalla Cina e dalla «rivoluzione dello shale» che ha fatto degli Stati Uniti il primo produttore mondiale di petrolio. Poi però, inaspettatamente, lo scenario è cambiato. Prima le strozzature logistiche e l’inflazione elevata innescati dalla pandemia di Covid-19, poi la guerra in Ucraina che ha fatto capire all’Europa l’importanza di diversificare le forniture, ora il conflitto in Medio Oriente che ha provocato la più grande interruzione delle forniture di petrolio e gas della storia: il settore energetico ne è uscito frammentato.
In un mondo sempre più instabile, gli shock e la volatilità dei prezzi sono diventati la norma. Per questo è cruciale attrezzarsi per tempo sul fronte degli approvvigionamenti e delle infrastrutture di stoccaggio e raffinazione.
Usa, Emirati, Opec
«La globalizzazione sta assistendo a un processo di privatizzazione e di militarizzazione», dice a TPI l’analista Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity. «È in atto un cambio di paradigma radicale rispetto alle dinamiche delle relazioni internazionali in vigore dal dopoguerra ad oggi. Dall’Ucraina a Hormuz, c’è un filo rosso comune: il caos».
Torlizzi invita a guardare agli Stati Uniti, che con la presidenza Trump hanno messo la questione energetica in cima all’agenda di politica estera: «Washington – fa notare – sta militarizzando le catene di fornitura allo scopo di strangolare i canali di approvvigionamento di idrocarburi cinesi». È in quest’ottica che andrebbero lette l’azione in Venezuela contro Maduro e l’attacco all’Iran, «ma anche l’aver riaffermato il controllo su Panama e gli accordi che la difesa americana ha siglato con Indonesia e Marocco per riaffermare il controllo su Malacca e su Gibilterra».
«La militarizzazione delle supply chain – spiega l’esperto – comporterà frammentazione ulteriore dei commerci, forte volatilità dei prezzi e premierà quei Paesi che avranno una postura di politica estera più assertiva: penso a medie potenze come Turchia, India, Arabia Saudita, Israele. L’Europa, invece, che assiste impotente a questi eventi e li condanna a priori senza sforzarsi di capire il corso della storia, ne esce sconfitta».
In questo nuovo disordine globale, caratterizzato dal ritorno delle sfere d’influenza e da un arretramento del multilateralismo, l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec – sollecitata anche dai giganti di Wall Street, che hanno investito 4 miliardi di dollari sul greggio di Abu Dhabi – segnala il declino dell’organizzazione che riunisce i Paesi esportatori di petrolio. Accordarsi sui volumi produttivi rischia di rivelarsi un esercizio vano, se poi intervengono shock esterni come la pandemia o il blocco di Hormuz.
Ma la mossa va letta anche sotto il profilo politico: «L’uscita dall’Opec – osserva Torlizzi – è una dote che gli Emirati Arabi hanno messo a disposizione degli Stati Uniti in cambio di linee di finanziamento dalla Federal Reserve e di protezione militare». «Gli Usa – rimarca l’analista – hanno fatto chiaramente capire che, d’ora in poi, chi vorrà continuare a beneficiare di canali di approvvigionamento dovrà mettere sul tavolo qualcosa».
La transizione conviene?
Dunque, l’oro nero è tornato al centro della geopolitica. E può sembrare paradossale che ciò avvenga proprio nell’era della transizione energetica verso fonti pulite.
Nel mix energetico globale i prodotti petroliferi sono scesi dal 37% del 2000 al 30% del 2023. Nello stesso arco temporale la quota dei consumi energetici soddisfatti con l’elettricità è aumentata dal 15 al 20% e la produzione di elettricità da fonti rinnovabili è cresciuta dal 19 al 30%.
Domanda: in un mondo continuamente scosso dalle turbolenze internazionali, è ancora strategico per un Paese come il nostro affidarsi alle importazioni di combustibili fossili, vincolandosi a fornitori stranieri ed esponendosi alle intemperie dei mercati e delle relazioni internazionali? O sarebbe più conveniente intensificare l’installazione di impianti di fonti rinnovabili?
Sul punto, gli esperti si dividono. Torlizzi è categorico: «La decarbonizzazione – afferma – poteva avere un senso quando la globalizzazione era totalmente libera, quando la Cina non era un nemico. Ma oggi, con Pechino che militarizza le suppy chain dele materie prime critiche e la sua produzione per applicazioni green, la decarbonizzazione va totalmente contro gli interessi strategici europei».
Ha un parere diametralmente opposto il chimico Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Cnr. «Se io costruisco una centrale a gas o a carbone per produrre elettricità – fa notare lo scienziato parlando con TPI – sarò dipendente dalle importazioni di quei combustibili per decenni. Se invece installo un pannello fotovoltaico, dovrò rivolgermi all’estero, nello specifico alla Cina, solo nel momento dell’acquisto dell’impiantistica, ma per la produzione di elettricità sarò pienamente autonomo, sfruttando il sole che batte sul mio Paese». «Semmai – aggiunge – il punto è un altro: quando l’impianto fotovoltaico arriverà a fine vita, che ne faccio? Io credo che dobbiamo sviluppare in Europa una filiera industriale per il riciclo degli impianti rinnovabili. In questo modo potremo aumentare ulteriormente la nostra indipendenza e sicurezza energetica».
«Venticinque anni fa – ricorda Armaroli – la Cina intuì che la sua rapidissima crescita industriale l’avrebbe resa sempre più dipendente dalle importazioni di combustibili fossili. All’epoca importava ancora “solo” circa il 30% del petrolio di cui aveva bisogno ed era quasi autosufficiente sul gas, ma Pechino vide con largo anticipo la traiettoria del Paese e decise di trasformarsi in un elettro-Stato. Oggi il successo di quel piano è sotto gli occhi di tutti: la Cina è la regina dell’elettrificazione della mobilità e della manifattura. L’Europa, che importa il 95% del petrolio e l’85% del gas che consuma, deve andare nella stessa direzione: non c’è alternativa».
Il dibattito europeo resta aperto, tra esigenze di sicurezza energetica, competitività industriale e sostenibilità. Nelle ultime settimane la Commissione europea ha ribadito che l’accelerazione sulle rinnovabili e sull’elettrificazione rappresenta uno degli strumenti principali per ridurre l’esposizione agli shock geopolitici e contenere nel medio periodo i costi dell’energia. Bruxelles ha inoltre annunciato nuove misure per rafforzare reti, stoccaggi e investimenti in tecnologie pulite. Il modo in cui governi e mercati affronteranno questa transizione contribuirà a ridefinire non solo gli equilibri energetici, ma anche i rapporti di forza dell’economia globale nei prossimi anni.