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Home » Economia

Il governo vieta gli sconti per i libri venduti sul web: così ucciderà la lettura in Italia

Immagine di copertina
Crediti: Kwik Reading

L’hanno definito il disegno di legge che “promuove e sostiene la lettura”. Ma quello che sembra, almeno dai provvedimenti, è che promuova e sostenga la spesa pubblica, mettendo a rischio la diffusione della lettura.

La legge, promossa dal Ministro Franceschini, prevede l’istituzione di un fondo di oltre 4 milioni di euro annui da spendere in alcune iniziative, tra cui l’istituzione della “Città del libro”.

L’elemento più discutibile, però, all’interno della legge, è l’emanazione di un divieto di applicare sconti superiori al 5 per cento ai libri in vendita per corrispondenza e nelle piattaforme web. La volontà è quella di “aiutare le piccole librerie” e anche questa teoria si dimostra da subito fallace.

Innanzitutto se dovessimo applicare questo principio “contro” la concorrenza del web, dovremmo vietare qualunque tipo di sconto: dalle caffettiere, ai vestiti, fino ai mobili. Perché infatti, una libreria dovrebbe avere maggiore privilegio di un piccolo negozio di mobili?

È evidente che non è auspicabile né possibile estendere questo privilegio (perché di questo si tratta) a tutte le categorie merceologiche, e qui viene la prima contraddizione.

Il secondo elemento riguarda la percezione del web come un “mostro” che fagocita tutti. È vero che internet ha promosso maggiore concorrenza nei mercati, ma è anche vero che ci sono centinaia di migliaia di attività in tutto il mondo, anche di piccola dimensione, che grazie ad internet sono cresciute, raggiungendo nuovi mercati e nuove clientele.

Infine, il terzo elemento è quello dell’occupazione legata alla logistica e spedizioni dei prodotti web. Ridurre il mercato delle vendite online significa necessariamente danneggiare anche tutto l’indotto: dai dipendenti di Amazon, agli spedizionieri, fino a chi ti suona al campanello per consegnare il libro.

Al di là del principio “neoluddista” di odio verso le macchine, si tratta, in sostanza, di una legge che calpesta i principi di concorrenza, danneggia il mercato, e ridurrà, molto probabilmente, il numero di libri venduti e quindi di lettori in Italia.

Esiste infatti un principio economico chiamato “elasticità della domanda” che identifica quanto varia la domanda di un bene a seconda del prezzo. Per fare un esempio, per prodotti come le sigarette, il cui acquisto è per certi versi emotivo, ovvero dovuto a meccanismi di dipendenza, la domanda, a seguito di un incremento di prezzo, varia in modo relativo.

Mentre per prodotti “accessori”, come possono essere i libri, l’elasticità della domanda è legata al prezzo in misura molto maggiore. Il rischio, paradossale, è quindi quello di diminuire la lettura in Italia, con buona pace della scelta bipartisan di destra e sinistra di sostenere questo provvedimento.

A proposito di lettura, viene da immaginare una conclusione a questa vicenda: che chi ha votato e sostenuto questa legge, evidentemente, non aveva mai letto un libro di economia.

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