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Quanto ci costa la fuga all’estero dei giovani: in 10 anni l’Italia ha perso 16 miliardi di Pil

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A tenere in piedi l'economia di un paese sempre più vecchio sono i 2,5 milioni di lavoratori stranieri

Fuga dei giovani, quanto ci costa: in 10 anni persi 16 miliardi di Pil

La fuga di 250 mila giovani italiani all’Estero, registrata negli ultimi dieci anni, è costata all’Italia ben 16 miliardi di euro. Oltre un punto percentuale di Pil andato in fumo. A tenere in piedi l’economia di un paese sempre più vecchio, quindi, sono i 2,5 milioni di lavoratori stranieri, il 10,5 per cento del totale. Sono loro che producono ormai il 9 per cento del Pil italiano e sono spesso impiegati in mansioni non qualificate (il 33,3 per cento). È la fotografia dell’Italia che lavora scattata dalla Fondazione Leone Moressa.

I dati sull’emorragia di giovani contenuti nel rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, ha scatenato la reazione dei ministro per le Politiche giovanili Vincenzo Spadafora. “La vera sfida è non farli fuggire dal paese, un obiettivo a cui il governo lavora già nella prossima legge di bilancio”.

L’indagine analizza, in circa 200 pagine, le diverse “sfide” che l’Italia deve affrontare: da quelle demografiche al mercato del lavoro fino all’impatto fiscale dell’immigrazione. Faro, in particolare, sulla fuga dei giovani all’estero. E il dato di partenza è allarmante: in quasi dieci anni circa 500 mila italiani, di cui la metà tra i 15 e i 34 anni, sono andati via.

La stima conseguente è che la fuga dei 250 mila giovani ci sia costata ben 16 miliardi di euro, oltre un punto percentuale di Pil andato in fumo. È questo, infatti, secondo lo studio, il valore aggiunto che i giovani emigrati potrebbero realizzare se impiegati qui.

Tra le cause dell’esodo spiccano le “scarse opportunità occupazionali“. Il Bel Paese registra “il tasso di occupazione più basso d’Europa nella fascia 25-29 anni: il 54,6 per cento contro una media Ue del 75 per cento. Nella stessa fascia d’età anche il tasso di Neet (chi non studia e non lavora) è il più alto d’Europa: 30,9 per cento a fronte di una media Ue del 17.1 per cento”.

Non solo. Il livello di istruzione dei giovani è definito “molto basso”: tra i 25 e i 29 anni “solo il 27,6 per cento è laureato, quasi 12 punti in meno rispetto alla media europea”. Così, durante l’illustrazione dello studio, la relatrice sintetizza: “Ci sono pochi giovani, poco preparati e poco valorizzati”.

Italia, paese “per vecchi” e stranieri

A conti fatti, i dati del report sulla fuga dei giovani dimostra che la popolazione italiana sta diminuendo. Oltre ai ragazzi che se ne vanno all’estero, si fanno pochi figli (mediamente 1,32 per donna) e il saldo tra nati e morti è negativo da più di 25 anni. Inevitabilmente aumentano gli anziani: l’Istat prevede che nel 2038 gli over 65 saranno un terzo della popolazione. “Ciò determinerà squilibri sociali, economici e finanziari, dato che proporzionalmente diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati”, avverte l’istituto di ricerca Moressa.

Un sostegno da questo punto di vista arriva proprio dagli stranieri. “Il contributo economico dell’immigrazione è dato anche da oltre 700 mila imprenditori nati all’estero (9,4 per cento del totale) e, a livello fiscale, da 2,3 milioni di contribuenti. Da essi provengono un gettito Irpef di 3,5 miliardi di euro (su un ammontare di 27,4 miliardi di redditi dichiarati) e 13,9 miliardi di contributi previdenziali versati”, spiega la relazione.

Suddividendo per cittadinanza la popolazione straniera residente in Italia, le prime nazionalità sono Romania, Albania, Marocco e Cina. La loro presenza è stabile negli ultimi anni, con 5,2 milioni di residenti a fine 2018. Il saldo migratorio rimane positivo (+245mila) anche se il movente che spinge i migranti in Italia è diverso dal passato: si viene meno per cercare un lavoro, molto di più per ricongiungersi con la propria famiglia.

In Italia i giovani stanno peggio degli anziani, restano a casa o emigrano: l’amara verità nei numeri Istat

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