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Home » Economia

Disastro Stellantis: la produzione in Italia crolla ai livelli del 1957

Immagine di copertina
Credit: AGF

Nel 2025 crollo dei volumi del 20% rispetto al già pessimo 2024. La Fim-Cisl: "Servono più investimenti dall'azienda, ma anche da Ue e Governo italiano"

La produzione di Stellantis in Italia continua a precipitare. Nel 2025 le fabbriche del nostro Paese hanno assemblato complessivamente 379.706 veicoli, il 20% in meno rispetto al già disastroso 2024. Si tratta del livello più basso mai registrato dal 1957. Nel dettaglio, sono state realizzate 213.706 autovetture (-24,5%) e 166.000 veicoli commerciali (-13,5%). I dati sono contenuti nel consueto rapporto annuale della Fim-Cisl sulla produzione italiana della casa automobilistica nata dalla fusione tra i gruppo Fiat e Peugeot.

“In meno di due anni, le produzioni si sono dimezzate rispetto al 2023, quando si attestavano a 751.384 veicoli, nonostante nei tavoli ministeriali fosse stato indicato l’obiettivo di 1 milione di unità”, sottolinea il sindacato. “Questa flessione particolarmente significativa ha portato quasi la metà della forza lavoro del Gruppo a essere interessata da ammortizzatori sociali”.

Non solo: negli ultimi quattro anni i vertici di Stellantis hanno anche avviato un massiccio piano di incentivi all’esodo che ha convinto migliaia di operai, tecnici e amministrativi a lasciare l’azienda in cambio di lauta buonuscita. Stando ai dati della Fim-Cisl, il numero delle tute blu è sceso oggi dalle circa 24mila del 2022 a meno di 18mila.

Nel 2024, su scala globale, Stellantis ha registrato un calo dei ricavi del 17% e un crollo degli utili del 70% rispetto al 2023. A dispetto di questi pessimi risultati, il management si è concesso un dividendo da 2 miliardi di euro (di cui circa 300 milioni sono andati all’azionista Exor, holding della famiglia Agnelli-Elkann). Sarà interessante osservare se cambierà qualcosa dopo la nomina di Antonio Filosa alla carica di amministratore delegato, nomina operativa dallo scorso giugno.

All’origine della deriva degli stabilimenti italiani ci sono, da un lato, la pesante crisi che avvolge l’intero settore automobilistico europeo, ma dall’altro anche scelte industriali della casa madre che hanno penalizzato il nostro Paese a vantaggio di regioni dove il costo del lavoro e dell’energia è inferiore. La Topolino elettrica è prodotta ad Amy, in Marocco; la Grande Panda elettrica a Kragujevac, in Serbia; la Lancia Ypsilon a Saragozza, in Spagna; mentre a Tichy, in Polonia, sono assemblate la Seicento e l’Alfa Romeo Junior.

Peraltro, osserva la Fim-Cisl, il risultato del 2025 “avrebbe potuto essere ancora peggiore”. Nell’ultimo trimestre dell’anno, infatti, sono state avviate due nuove produzioni – la Cinquecento ibrida a Mirafiori e la Nuova Jeep Compass a Melfi – che hanno consentito di recuperare parte del calo dei volumi (-31,5%) registrato da gennaio a settembre. Anche i veicoli commerciali hanno fornito un contributo positivo, recuperando circa 10 punti percentuali nell’ultimo trimestre.

Sul fronte delle singole fabbriche, solo Mirafiori – grazie appunto al lancio della Cinquecento ibrida – ha visto crescere la produzione nel corso dell’anno (+16,5%) . Tutti gli altri siti mostrano perdite a doppia cifra, comprese tra il –13,5% di Atessa e il –47,2% di Melfi.

Secondo le previsioni della Fim, il 2026 dovrebbe beneficiare della produzione per l’intero anno della Cinquecento ibrida, della DS8 e della Nuova Jeep Compass. Nel corso dell’anno si affiancheranno inoltre le nuove produzioni di DS7 e Lancia Gamma. Questi modelli dovrebbero compensare l’uscita di scena, avvenuta nel corso del 2025, di Renegade e Cinquecento X, che complessivamente avevano inciso per poco più di 15.000 vetture. Il sindacato ritiene quindi “molto probabile un livello produttivo superiore a quello del 2024, ma l’avvicinamento ai volumi del 2023 – avvertono i metalmeccanici della Cisl – dipenderà in larga misura dalla tenuta degli stabilimenti di Pomigliano e Cassino, quest’ultimo in forte difficoltà a seguito del rinvio delle produzioni delle nuove Alfa Romeo Stelvio e Giulia, inizialmente previste per il 2025”.

“È indispensabile che Stellantis rafforzi e migliori il piano di investimenti presentato in sede ministeriale nel dicembre 2024”, sottolinea la Fim.

Per l’Italia, il piano prevede l’introduzione della nuova piattaforma Small, con due nuovi modelli compatti a Pomigliano a partire dal 2028; la produzione della nuova 500 elettrica a Mirafiori, affiancata dalla 500 ibrida; l’introduzione di versioni ibride sulle nuove piattaforme destinate agli stabilimenti di Melfi; una nuova gamma Large per i veicoli commerciali; lo sviluppo anche delle versioni ibride dei modelli inizialmente previsti esclusivamente in versione full electric, Alfa Romeo Stelvio e Giulia; l’assegnazione di un nuovo modello top di gamma, sempre su piattaforma Large a Cassino; per Modena il lancio del progetto Alta Gamma, con il trasferimento delle Maserati GranTurismo e GranCabrio.

“È necessario, recuperare gli impegni non attuati relativi a Stelvio e Giulia e anticipare il lancio del nuovo modello su piattaforma Large nello stabilimento di Cassino”, aggiunge il sindacato della Cisl. “Allo stesso modo, occorre anticipare i progetti annunciati sulla piattaforma Small che coinvolgono lo stabilimento campano di Pomigliano”.

“Ci aspettiamo che il nuovo piano industriale venga anticipato nella sua presentazione e assuma scelte concrete e credibili, in grado di rafforzare e garantire la prospettiva industriale e occupazionale di tutti gli enti e gli stabilimenti italiani, anche cogliendo le opportunità determinate dalla revisione del nuovo regolamento europeo sulle emissioni”, prosegue la Fim. “Questo significa agire in tempi rapidi, attraverso l’assegnazione di nuovi investimenti, nuovi modelli, il rafforzamento degli investimenti, e un deciso rilancio delle attività di sviluppo e ricerca”.

Secondo il sindacato, la revisione del regolamento Ue sulle emissioni – che consentirà alle case automobilistiche di ridurre dal 2035 le emissioni di anidride carbonica del 90% rispetto ai livelli del 2021, e non più del 100% – “rappresenta un primo passo, ma non ancora sufficiente”. “Ribadiamo inoltre che la crisi dell’automotive non può essere affrontata solo con interventi regolatori: è necessario un piano industriale europeo espansivo, sostenuto da debito comune e da un nuovo Fondo europeo con risorse paragonabili al Next Generation Eu, capace di accompagnare la transizione garantendo una sostenibilità non solo ambientale, ma anche sociale e occupazionale”, osserva la Fim, che il prossimo 5 febbraio parteciperà alla mobilitazione dei sindacati europei del settore automotive.

Ma “anche il Governo italiano deve fare la propria parte”, conclude il sindacato, secondo cui l’esecutivo dovrebbe “individuare risorse adeguate per sostenere e rilanciare il settore automotive e l’intera filiera dell’indotto”. Peccato che lo scorso anno il Governo Meloni abbia tagliato dell’80% il Fondo per l’automotive che il Governo Draghi aveva istituito nel 2021 (peraltro senza predisporre alcun piano preciso su come spendere quei soldi).

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