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Home » Economia

Ciucci (Ance) a TPI: “Per costruire c’è bisogno di risorse pubbliche”

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Antonio Ciucci. presidente dell'Ance

“Da vent’anni in Italia ci si è dimenticati della casa. E abbiamo norme urbanistiche ferme agli anni ‘40 e ‘60. Oggi le guerre fanno salire i costi dei materiali, mentre gli stipendi sono fermi. Tocca allo Stato investire. Il Piano Meloni va bene, ma non basta. E speriamo arrivi qualcosa anche dall’Ue”

Presidente, nonostante i numeri siano diversi rispetto alla Spagna, anche l’Italia sta facendo i conti con affitti sempre più alti e una crescente difficoltà di accesso alla casa. Quali sono le cause principali dell’emergenza abitativa?
«Le cause sono varie. La prima è che in Italia per troppo tempo ci si è scordati un po’ del tema della casa. Noi siamo il Paese con il minor numero di case popolari: abbiamo 900mila abitazioni popolari, pari a circa il 3,5% del patrimonio abitativo dell’Italia. Consideriamo che la Francia è al 17%, mentre i Paesi del Nord Europa superano il 20%. Questo perché, dopo il Piano Fanfani, che aiutò l’Italia nella crescita nel dopoguerra, non si è più fatta una politica di questo genere. Ma in generale non si è più costruito abbastanza: tra il 2005 e il 2025 i permessi per costruire in Italia sono crollati dell’80%, passando da 260mila a 50mila. Si è creato un divario tra domanda e offerta. Inoltre, il costo del costruito è aumentato a seguito della guerra tra Russia e Ucraina, prima, e della crisi in Medio Oriente con la chiusura dello Stretto di Hormuz, poi. I redditi degli italiani, però, non sono aumentati. Rispetto alla Spagna, l’emergenza è resa meno evidente dal fatto che in Italia il 77% degli italiani è proprietario di casa. L’Italia è un Paese in cui diminuirà il numero di abitanti, visto il calo demografico, ma al tempo stesso aumenterà il numero di famiglie. Per assurdo, quindi, serviranno più case, ma serviranno case differenti. Soprattutto serviranno case dove c’è lavoro. E il problema assume ancora più rilevanza nelle grandi città come Roma, Milano e Napoli. Non si è più investito nell’edilizia popolare, affidata alle Regioni, che però non dispongono di risorse finanziarie sufficienti. Allo stesso tempo, anche la politica della casa sociale, che una volta si chiamava edilizia agevolata o convenzionata, non si è più fatta perché si pensava che la risposta potesse essere nell’edilizia privata, che però non dà più risposte perché il costo di costruzione è aumentato a dismisura. Per un piano casa servono le risorse, perché senza le risorse non si fanno né edilizia popolare né edilizia sociale, ovvero l’edilizia per il cosiddetto ceto medio, che è oggi quello più in difficoltà».

Lei ha citato un dato molto significativo: tra il 2005 e il 2025 i permessi di costruire sono crollati dell’80%. Perché in Italia si è smesso di costruire? È soltanto una questione economica o pesano anche i vincoli normativi e urbanistici?
«Il 2005 è stato l’anno del boom dell’edilizia, che poi si è interrotto con la crisi dei mutui subprime, partita dagli Stati Uniti e successivamente arrivata in Europa. C’è anche da dire che siamo passati a un modello basato sulla rigenerazione urbana e sul contenimento del consumo di suolo senza, però, dotarci degli strumenti normativi necessari. Abbiamo una legge urbanistica che risale agli anni Quaranta e lavoriamo ancora con un decreto ministeriale degli anni Sessanta. Questo blocco è dovuto anche alla mancanza di norme aggiornate e a una capacità amministrativa che nel tempo si è indebolita».

Ance ha accolto positivamente il Piano Casa del governo Meloni, pur evidenziando alcune criticità. In cosa si distingue la vostra proposta?
«Noi abbiamo accolto favorevolmente il piano del governo perché finalmente la casa ridiventa centrale rispetto agli obiettivi dell’esecutivo. Secondo noi si può migliorare, a partire dalle risorse. Bene che siano stati stanziati 970 milioni di euro per la ristrutturazione di 60mila alloggi popolari, ma noi sappiamo che le liste d’attesa per l’edilizia residenziale pubblica sono 300mila. Quindi stiamo dando una risposta al 10%. Speriamo che possano arrivare risorse anche dall’Europa, che si preoccupa molto della regolazione degli affitti brevi e forse si dovrebbe preoccupare anche di trovare risorse per la casa. C’è un altro aspetto da migliorare: l’edilizia sociale. Noi abbiamo fatto una proposta di “Zes casa”, che prevede l’individuazione con i Comuni delle parti di territorio dove si può sviluppare, con semplificazioni, agevolazioni e risorse, il Piano Casa con quel mix di edilizia privata, agevolata e sovvenzionata per soddisfare il fabbisogno, ma soprattutto per far sì che i piani siano, dal punto di vista economico, sostenibili, perché senza sostenibilità difficilmente si può fare qualcosa».

Perché il social housing e il partenariato pubblico-privato non riescono ancora a incidere sull’emergenza abitativa?
«Come dicevo prima, il partenariato funziona se c’è un piano economico e finanziario che si sostiene. È chiaro che nessun investitore metterà un euro se non gli verrà riconosciuto un po’ di rendimento. Dobbiamo poter dare un’abitazione a chi guadagna 1.500 euro e non può impegnare più del 30% del suo reddito per accedere alla casa, ossia 500 euro. Con i costi di costruzione di oggi non può riuscirci se non attraverso un sostegno pubblico. Chiaramente ci deve essere un contributo, sia in conto capitale sia sotto forma di leva fiscale o di decontribuzione. Non vorremmo mai consumare suolo, ma vogliamo rigenerare e riqualificare. Ma riqualificazione e rigenerazione costano di più della nuova costruzione».

A proposito di rigenerazione urbana, nelle nostre città esistono numerosi immobili pubblici vuoti o inutilizzati. Quanto si potrebbe recuperare attraverso la riqualificazione e la riconversione del patrimonio esistente?
«Aspettiamo con molta ansia il monitoraggio e il censimento del patrimonio pubblico che dovrebbe essere attivato dal commissario del primo pilastro del Piano Casa. Dobbiamo valutare il patrimonio pubblico disponibile, quello che può essere riqualificato e a quali condizioni può essere messo a disposizione. Se può essere a condizioni economiche favorevoli, è evidente che possiamo avere quel beneficio contributivo di cui parlavo prima».

Il Governo si è impegnato a contrastare il caro-materiali. Quanto incide l’aumento dei costi di costruzione sul prezzo delle abitazioni?
«Sul prezzo delle abitazioni noi abbiamo un dato Istat: il costo del costruito residenziale negli ultimi sei anni è aumentato del 25%, mentre le retribuzioni delle famiglie nello stesso periodo sono aumentate del 14%. Il costo del costruito ha un riflesso non solo sulle case, e quindi sulla possibilità di costruirle, ma soprattutto di comprarle. E quindi non si comprano e non si costruiscono, motivo per cui il nostro settore è in difficoltà. Ma questo ha ripercussioni anche sulle infrastrutture, con molti cantieri che sono in difficoltà anche perché siamo ancora in attesa di ricevere circa 2 miliardi di euro del Decreto Aiuti relativi al 2024 e al 2025, che è una misura straordinaria introdotta sulle opere pubbliche per sostenere gli aumenti dei costi di costruzione. C’è un po’ di preoccupazione sui costi di costruzione perché il loro aumento potrebbe bloccare la parte privata del Piano Casa e mettere in difficoltà anche quella pubblica».

Il Superbonus è stato un’occasione sprecata? Si sarebbe potuto fare di più per riqualificare il patrimonio abitativo pubblico?
«Assolutamente sì. Il Superbonus è stato una buona idea, ma con una cattiva applicazione. L’idea era buona perché funzionava per un obiettivo vero, che era quello dell’efficientamento energetico. In più dobbiamo migliorare l’efficienza energetica dei nostri edifici pubblici, che consumano troppa energia. Il problema è stata l’applicazione: le prime che avrebbero dovuto utilizzare il Superbonus sarebbero dovute essere le aziende territoriali che gestiscono il patrimonio pubblico. Invece non l’hanno fatto, o solo in minima parte. Però il sistema dei bonus non bisogna abbandonarlo, semmai va utilizzato con una logica di lungo periodo, con un programma decennale, non così come viene fatto oggi, ovvero anno per anno».

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