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“La BCE fa la cosa giusta, il MES ora va utilizzato, i Coronabond sono impraticabili”: a TPI parla Bini Smaghi

Di Cecilia Sala
Pubblicato il 1 Apr. 2020 alle 21:24 Aggiornato il 2 Apr. 2020 alle 11:30
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Immagine di copertina
Lorenzo Bini Smaghi Illustrazione: Emanuele Fucecchi

Secondo le statistiche a disposizione, l’Italia è semplicemente più avanti degli altri paesi nel contagio: Francia e Germania vivranno lo stesso dramma che noi abbiamo già sotto gli occhi, Spagna e Regno Unito saranno messe ancora peggio. Le stime di Morgan Stanley dicono che il 2020 si chiuderà con una recessione di almeno 5 punti dell’intera Unione europea, -5,8 per cento per l’Italia, a conferma del fatto che non siamo un’eccezione. Ma se tutto il continente si ammala, chi lo salva? “Può farlo da solo, oggi esistono gli strumenti”. Parola di Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del board BCE e del consiglio di Morgan Stanley International, presidente di Société Générale.

Bini Smaghi, chi scommette sull’Europa in uno scenario in cui non ci sono casi isolati, ma tutto il continente, quasi tutto l’Occidente, si è ammalato?

L’Europa è più preparata oggi di quanto non lo fosse all’epoca della crisi del debito e del “Whatever it takes” di Mario Draghi. Ci sono le regole, ci sono le istituzioni. La BCE sta facendo la cosa giusta, mettiamo da parte la “gaffe” in conferenza stampa della presidente Christine Lagarde, la politica monetaria che sta mettendo in atto non è in contraddizione ma in continuità con quella di Draghi. La BCE sottoscriverà il 10 per cento del debito pubblico italiano, già ne detiene il 20 per cento, significa che arriverà al 30 per cento, è una quantità enorme. I problemi di finanziamento del debito italiano sono sicuramente meno rilevanti adesso di quanto non lo fossero nel 2011.

La politica monetaria della BCE c’è, ma la politica economica – quella fiscale e di bilancio – possono deciderla solo i singoli stati mettendosi d’accordo, non sembra ci stiano riuscendo.

In questo senso va usato il Meccanismo europeo di stabilità. Il MES emette titoli che come rating hanno una tripla A, sono assolutamente sicuri. I mercati hanno appetito per un titolo “safe” come un titolo europeo, non ci sono difficoltà nel farlo acquistare direttamente sul mercato finanziario dagli investitoti istituzionali, dai fondi pensione.

I proventi della vendita sono poi messi a disposizione degli stati che vogliono usare il MES come linea di credito. Che vantaggio ne hanno? Farlo gli costa meno che finanziare direttamente sul mercato il proprio debito pubblico, per il quale si pagano tassi d’interesse ben più alti di quelli di un titolo con la tripla A. In più, se ti rivolgi al Meccanismo europeo di stabilità ti si apre la porta delle OMT (le Outright Monetary Transactions) della Banca centrale europea, che sono lo strumento proprio del “Whatever it takes”, comportano l’acquisto dei titoli di stato di un paese sotto pressione per importi sostanzialmente illimitati. Questo sarebbe il segnale ai mercati che non si può speculare sui titoli italiani, e farebbe ridurre lo spread.

Ma la tripla A, i tassi bassi, li si ottiene sottoponendo i paesi che si rivolgono al MES a delle condizioni. L’obiezione è: di politiche che fanno crescere il debito pubblico ogni paese è responsabile, di una pandemia i paesi colpiti sono solo vittime. Per questo l’opinione pubblica e i governi di Spagna e Italia sembrano aspettarsi degli aiuti – qualcosa di simile agli aiuti umanitari dopo un terremoto, uno tsunami – non prestiti condizionati…

Il MES non presta a tutti alle stesse condizioni, ha varie linee. Una è la linea in cui si fa credito a condizioni abbastanza stringenti. Alla Grecia sono stati prestati 300 miliardi, più del PIL del paese, e in quel caso c’erano stati dei comportamenti scorretti, i bilanci erano stati falsati. Le condizioni imposte furono dure in ragione di questi elementi, nessuno si immagina di replicarle in una cornice completamente diversa, quella di un’epidemia drammatica e imprevista.

Oggi le condizioni sarebbero “light”, e potrebbero essere ulteriormente alleggerite, chiedendo di rispettare semplicemente un obbligo, quello di spendere le risorse per combattere le conseguenze economiche della pandemia, e non ad esempio per “Quota 100”. Chiedendo agli stati una rendicontazione ex-post, cioè quando i fondi sono già stati utilizzati. Il problema in Italia è che molti esponenti politici, tra cui alcuni di quelli più popolari, si sono detti contrari al MES a prescindere.

Il MES potrebbe metterci delle condizioni anche per limitare il rischio di “moral hazard”? Per esempio il rischio che le imprese, se ottengono prestiti garantiti dal pubblico, sapendo che non dovranno necessariamente rimborsare il debito, se ne approfittino.

Il MES non metterebbe questo genere di condizioni. Sappiamo da subito che i soldi prestati al sistema produttivo in parte non saranno rimborsati. Non ci sarebbe il vincolo, ma l’azzardo morale sarebbe a nostro rischio e pericolo. Intendiamoci, tutto ciò che viene speso usando fondi del MES, resta un debito dell’Italia, a carico dell’Italia. Non stiamo parlando di un regalo, bensì di una linea di credito, nessuno bloccherebbe stanziamenti di fondi fatti in buona fede, ciò non toglie che per i soldi che l’Italia ha prestato e che non sono rientrati, il MES non fa sconti, li chiede indietro comunque.

Il rischio è per l’Italia. Sarebbe così anche se venissero emessi gli Eurobond, perché stiamo parlando in ogni caso di prestiti. L’Italia quei soldi dovrebbe restituirli. Anzi, essendo quelli del MES prestiti “privilegiati”, dovrebbe restituiti prima di tutti gli altri.

Ecco, i Coronabond o Eurobond – titoli di debito pubblico dell’Unione – che la presidente della Commissione Von der Leyen ha bollato come “slogan”. Chi li sottoscriverebbe? Gli investitori si fidano di obbligazioni europee finché l’Europa non ha la possibilità di riscuote tasse per garantirle?

Li invocano tutti perché gli Eurobond permetterebbero ai paesi europei di farsi prestare capitali per sostenere interventi diretti (maggiori spese da mettere in bilancio), o sospendere le tasse (minori entrate), senza che il proprio debito pubblico vada alle stelle, appunto perché gli stati non si indebiterebbero in modo diretto. Sarebbe l’intera Unione a indebitarsi per loro.

Ma qui il problema è politico, non sono solo gli stati del nord a essere contrari, per avere un titolo di debito comune bisognerebbe avere delle garanzie comuni, delle garanzie europee, ciò implica una maggiore cessione di sovranità che nessuno sembra offrire. Chiunque, per sottoscrivere un’obbligazione come gli eurobond, ha bisogno che questa sia garantita da qualcuno. Se l’obbligazione è europea è naturale pensare che sia garantita dall’Europa. Se un giorno sarà negoziata tra l’Europa e gli Stati Uniti la web tax, e quella tassa venisse riscossa a livello europeo, si potrebbe pensare di usare quella come garanzia delle obbligazioni comuni, ma ad oggi queste garanzie non ci sono.

Il problema sarebbe aggirato se gli eurobond fossero sottoscritti dalla BCE. Con le regole attuali non si può fare, ma sappiamo che le regole si modificano in situazioni eccezionali, è già stato fatto.

La BCE non può acquistarli direttamente, si vuole evitare che ci sia un finanziamento monetario diretto. Non per dispetto, perché sarebbe una tassa impropria. Mi spiego: se il titolo non ha altra garanzia che quella della BCE, significa che all’emissione il titolo ha un valore inferiore al suo valore nominale.

Se la BCE lo acquista al valore nominale, la banca centrale registra una perdita (ha comprato qualcosa a un prezzo, ma il suo valore è inferiore). Se la BCE ha una perdita, questa si ripercuote sugli azionisti: le banche centrali nazionali, e dunque sui governi, che sono a loro volta azionisti delle rispettive banche centrali. Sarebbe una partita di giro, creare una perdita per la BCE significa crearla, in breve tempo, ai governi degli stati europei che si intende aiutare.

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