Coronabond: in Europa la differenza tra paesi non è nord/sud ma indebitati e poco indebitati

La narrazione è questa: i Paesi del nord, guidati dall’Olanda, sono austeri e cattivi. Non hanno cuore, e vogliono il male del nostro paese e delle altre regioni d’Europa in cui splende il sole più giorni all’anno. La verità, però, è più complessa di quella presentata da post di Facebook e catene Whatsapp, e ha a che vedere con le differenze economiche, prima ancora che culturali, dei diversi Paesi coinvolti

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 7 Apr. 2020 alle 19:57 Aggiornato il 8 Apr. 2020 alle 15:08
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Coronabond: in Europa la differenza tra paesi è sui debiti non tra Nord e Sud

Il dibattito politico italiano ha la caratteristica di trovarsi spesso polarizzato su posizioni apparentemente opposte, anche quando questo non rispecchia la realtà. Accade oggi con la contrapposizione tra MES e Coronabond, i cui principi sono pressoché gli stessi, con la differenza che il secondo strumento è molto difficile da realizzare (anche se porta un nome più gradito) e, in questa fase, con la presunta contrapposizione tra paesi del Nord Europa e paesi del Sud Europa. La narrazione è questa: i paesi del nord, guidati dall’Olanda, sono austeri e cattivi. Non hanno cuore, e vogliono il male del nostro paese e delle altre regioni d’Europa in cui splende il sole più giorni all’anno. La verità, però, è più complessa di quella presentata da post di Facebook e catene Whatsapp, e ha a che vedere con le differenze economiche, prima ancora che culturali, dei diversi paesi coinvolti.

I nove paesi che hanno firmato la lettera di richiesta di attivazione di uno strumento comune di debito alternativo al finanziamento del MES sono Italia, Francia, Spagna, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussemburgo e Slovenia. Come ha fatto però notare l’economista Nicola Rossi, sei di questi paesi, ovvero Italia, Francia, Spagna, Belgio, Portogallo e Grecia sono caratterizzati da un debito pubblico superiore alla media UE. Non solo, la somma il debito pubblico di questi paesi equivale ai due terzi di tutto il debito pubblico dei paesi dell’Unione Europea. L’Italia in questa classifica, è seconda solo alla Grecia, rispettivamente con 181% di valore nel rapporto debito/Pil e 132% per l’Italia. L’Olanda, ad esempio, presenta un valore inferiore alla metà dell’Italia, con circa il 52% e anche l’Austria presenta conti più in ordine, attestandosi al 73%.

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Una situazione debitoria di questo livello non permette ai paesi di far fronte all’emergenza fiscale ed economica facilmente. Sull’Italia pesano decenni di scelta politico-economiche estremamente dispendiose, e non sempre strategiche, che hanno contribuito ad alimentare ed appesantire il debito pubblico. Oltre al rapporto debito pubblico e Pil, vi è infine un’altra caratteristica comune ad alcuni dei paesi che hanno firmato l’appello, ed è quella che riguarda le istituzioni finanziarie. I dati Ocse indicano un rapporto debito/patrimonio netto delle istituzioni finanziarie di Grecia, Italia e Spagna, di gran lunga superiore ai paesi non-firmatari, come si evince dal grafico successivo.

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Questo indica che le nostre istituzioni finanziarie risultano più fragili, rispetto a quelle dei paesi “virtuosi”, come Olanda, Austria o Lussemburgo, e per questo il loro sostegno alla ripresa economica potrebbe richiedere più tempo o garanzie. Più che differenze geografiche, insomma, dovremmo parlare di differenze economiche o macroeconomiche, che non sono altro che il frutto di scelte politiche, quelle che oggi condannano l’Italia al 132% di debito, ad una stima del Pil sul 2020 del -10% e a scenari pressoché incerti per imprese e cittadini.

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