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Fa flop l’offensiva di Minali su Cattolica. Gli azionisti in difesa dell’ex Ad fanno marcia indietro

Di TPI
Pubblicato il 29 Nov. 2019 alle 19:12
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Immagine di copertina

Avevano dichiarato di rappresentare almeno il 2,5% dell’azionariato di Cattolica Assicurazione, abbastanza per chiedere una assemblea che rovesci l’attuale Consiglio di amministrazione, reo di aver defenestrato Alberto Minali dal suo ruolo di Ad. Ora si alza il velo sul reale peso di Francesco Brioschi e Massimiliano Cagliero: i due si sono trovati a precisare il primo “di agire a titolo personale e per conto di Sofia Holding” e il secondo “a titolo personale”. E lo stesso Cagliero ha dovuto precisare che “come amministratore delegato di Banor Sim non rappresenta alcun cliente della Banor Sim nell’azione intentata, bensì agisce in modo strettamente personale”.

Insomma, i due azionisti possiedono circa lo 0,5% di Cattolica, ben lontani dalle quote minime necessarie per intentare battaglia. I due azionisti avevano scritto il 25 novembre scorso alle Autorità di vigilanza ed ai consiglieri di amministrazione di Cattolica denunciando il diritto di avere spiegazioni sulle motivazioni della uscita di Minali, spiegazioni che l’azienda aveva già ampiamente fornito a Consob e Ivass.

Alla lettera di Brioschi e Cagliero aveva replicato nello stesso giorno il Consiglio di amministrazione di Cattolica che, attraverso il prof. Mario Cera, aveva definito la richiesta degli azionisti “priva di fondamento legislativo”, annunciato iniziative legali “tenuto conto della gravità di quanto sta accadendo”.

Come noto, Minali è stato sfiduciato dal suo Cda il 31 ottobre scorso a seguito di una dura lettera indirizzata al presidente Paolo Bedoni e firmata da 13 consiglieri su 16 nella quale ci sarebbe un lungo elenco di ragioni riassunte in cinque punti. Tra queste figura anzitutto l’aver proposto un aumento di capitale di “misura rilevantissima, con collegata trasformazione in spa, in tempi assai stringenti e neanche necessitati” in relazione a “un’importantissima operazione di bancassicurazione” (con Ubi Banca) senza “un preliminare ponderato confronto” né con il Cda né con i principali soci di capitale. Ma anche l’assenza di una “trasparente, serena ed efficace dialettica” con il consiglio su una serie di temi “tutti onerosi”, come la sponsorizzazione della nazionale di rugby, oppure in materia di “gestione di importanti comparti operativi come la gestione sinistri, quello degli enti religiosi, l’agroalimentare”.

Ancora i consiglieri hanno lamentato come alcune “funzioni nevralgici come il legale-societario e la comunicazione” si siano rivelate “non affidabili e neanche allineate” al Cda. O come, ancora, si abbia avuto “la percezione” di consulenze parallele in tema di governance. A Minali viene poi imputato di aver dato “sostanziale appoggio” alla “delicata e opinabile” richiesta di alcuni soci di chiedere l’accesso al libro soci, finalizzato alla richiesta di un’assemblea straordinaria, “scavalcando la doverosa ponderazione del consiglio” e “accreditando la posizione” dei richiedenti “non si sa fino a che punto rappresentativi, tendente a creare incertezza nella governance della società e nel mercato”.

Da ultimo i consiglieri criticano l’assenza di “ipotesi strategiche di copertura” dei margini legati alla bancassicurazione con Ubi Banca, in scadenza nel 2020. Il Cda arrivò alla decisione motivandola con la progressiva “divergenza di visione con l’amministratore delegato per quanto riguarda l’organizzazione societaria, gli scenari strategici e i rapporti con i soci e col mercato, con la conseguenza di una non fluida, distesa e positiva posizione dell’amministratore delegato verso il Consiglio di Amministrazione e una non sufficiente sintonia e organicità nelle rispettive competenze”.

Una forma delicata per denunciare il tentativo di Minali di portare Cattolica dalla forma cooperativa alla spa, forma societaria certamente più attaccabile da scalate ostili. E a Verona da tempo si sussurrava che dietro il progressivo distacco di Minali dal suo Consiglio ci fosse una regia di poteri forti e di una finanza laica che mal digerisce che un gruppo, con solide radice cattoliche, distribuisca i dividendi condividendoli con circa 18mila soci della cooperativa o, secondo altri, ci sia già un acquirente tra le grandi assicurazioni europee che cercano di crescere in Italia.

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