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Bitcoin: a che punto siamo in Italia

Le criptovalute stanno conquistando gli italiani. Ecco cosa manca ancora per completare la rivoluzione che sarà

Di TPI
Pubblicato il 30 Lug. 2019 alle 21:03 Aggiornato il 30 Lug. 2019 alle 21:07
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Bitcoin: a che punto siamo in Italia

Impennate e crolli significativi rendono bitcoin&co ancora fin troppo instabili agli occhi di chi un pensierino d’investimento sull’oro digitale l’aveva anche fatto. Ma dopo il massimo relativo registrato il 26 giugno e la successiva caduta, la palla è di nuovo al centro. E non si può certo parlare, al momento, di passi in avanti e conquiste da parte delle criptovalute. Una cosa, però, appare certa: sono in aumento aziende, società e startup che investono in questo campo e che, soprattutto, sbarcano in Italia.

I bitcoin in Italia

Nel nostro Paese “il 41 per cento della popolazione sta cercando informazioni a riguardo”, spiegano da Luno, con sede centrale a Londra e hub a Singapore e a Città del Capo, che negli scorsi mesi ha fatto il suo debutto in Italia con un tour nelle università con lo scopo di educare gli studenti al corretto utilizzo delle criptovalute. Un interesse, questo, che “supera in modo significativo quello di Paesi come Francia e Olanda, entrambi al 35 per cento e Regno Unito, al 37 per cento”, spiega Maria Woncisz, country manager della società.

Fare un bilancio di chi, ad oggi, possiede la moneta virtuale, non è semplice: “Tuttavia stimiamo che il 31 per cento degli italiani utilizzi criptovalute”, aggiunge Woncisz. Che chiarisce, però, anche come il dato sia da intendersi solo rispetto a coloro che utilizzano Internet quotidianamente, perciò non si tratta di un italiano su tre (circa), ma di un terzo di chi naviga ogni giorno.

Altri dati significativi: per il 66 per cento degli italiani l’uso e il consumo del bitcoin sarebbe collegato al fatto di poter acquistare (con la moneta virtuale, of course) prodotti di vario genere. Tanto che, come si evince dal portale Coinmap, sono centinaia e centinaia le attività e gli esercizi commerciali dove è già possibile pagare coi bitcoin: dai libri a un orologio in una storica gioielleria, fino alle prestazioni mediche, alle consulenze di designer e architetti, ai bar, alle autocarrozzerie, ai ristoranti, al compro-oro, alle boutique. E non solo, come verrebbe da pensare, nelle grandi città: Milano e dintorni, Roma, Venezia, Trieste, Bologna, Firenze, Napoli sono, certo, tra i punti che possono definirsi più “aperti” ai pagamenti con moneta virtuale.

Ma non è raro trovare negozietti, medici e b&b con cui pagare con criptovalute anche nei piccoli centri, nei paesini e addirittura nelle campagne. Una diffusione, questa, che ha fatto crescere anche il desiderio degli italiani di poter fare con le criptovalute piccoli acquisti, con una percentuale che si attesta al 16 per cento. Valori che, potenzialmente, potrebbero aumentare se fosse più chiara la posizione legislativa dell’Italia in maniera di bitcoin.

I bicoin e la legge italiana

“Per ora – aggiungono da Luno – si annota l’approvazione da parte della Camera dei deputati, nel febbraio 2019, del testo della legge di conversione del decreto semplificazioni che contiene una disposizione specifica sulle ‘Tecnologie dei registri distribuiti’, dove viene compresa la definizione di blockchain”, che in italiano significa “catena di blocchi”: si tratta “del registro pubblico e condiviso sul quale si basa l’intera rete bitcoin” (definizione che dà il portale Bitcoin.org).

Vaga è stata anche la risposta di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, che il 22 giugno a Venezia, in occasione di un incontro promosso dal quotidiano Il Foglio ha confessato che “le banche centrali studiano da tempo la moneta digitale” e che “è qualcosa di complementare che può essere controllato”. Ma anche che, come ha riportato l’Ansa, “i veri problemi della moneta elettronica sono la sicurezza digitale e la privacy. La sorveglianza c’è già e se ne occupa la Bce”. E la Banca centrale europea, in questo senso, concludono da Luno, “si è pronunciata molto chiaramente, affermando che il bitcoin non è una valuta e che andrebbe portato avanti uno studio più approfondito in materia”.

Soltanto l’interesse crescente della popolazione (italiana e non) potrà mettere fretta alla Bce per fare in modo che venga avviato uno studio: potrebbe, quindi, essere roba di pochi anni. Sempre se la criptovaluta, dai crolli, non passerà a una vera e propria caduta a picco.

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