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L’ultima barzelletta di Amazon: “Siamo alleati delle pmi”. Ecco perché è vero il contrario

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Amazon: “Siamo alleati delle pmi”. Ma è vero il contrario

Amazon nemico dei piccoli negozi? Macché: il colosso di Jeff Bezos è un paladino delle pmi, le aiuta a farsi largo nella giungla dell’e-commerce, le valorizza, le traghetta nel futuro. È la strana teoria di Mariangela Marseglia, vicepresidente della multinazionale americana e country manager per l’Italia e la Spagna.

“La narrazione secondo cui Amazon uccide le pmi e i negozi arriva da persone che non conoscono il nostro modello di business. Oltre il 50% di ciò che Amazon vende arriva da pmi e negozi italiani”, ha dichiarato Marseglia durante un web talk organizzato il 6 maggio scorso dal think tank Task Force Italia.

Peccato che, negli ultimi anni, mentre i ricavi di Amazon aumentavano, decine di migliaia di piccoli negozi hanno chiuso. Peccato che Amazon è un impero praticamente esentasse che si trova a competere con piccole realtà continuamente gravate dal prelievo fiscale. E peccato anche che le commissioni applicate ai propri rivenditori finiscano spesso per strozzare questi ultimi costringendoli a vendere prodotti sotto-costo.

Una cosa probabilmente condivisibile Marseglia la dice: “C’è tanto lavoro da fare per l’alfabetizzazione digitale nelle imprese italiane: le competenze e la multicanalità sono scarse e arretrate”. Il commercio elettronico rappresenta una realtà da cui non si tornerà indietro e forse molti commercianti – colpevolmente o meno – non si sono ancora attrezzati. Ma Amazon fa semplicemente i propri interessi: non veniteci a raccontare che è la stampella delle pmi.

2020: l’anno nero dei negozi, l’anno d’oro di Amazon

Il 2020 segnato dal Covid-19 è stato l’anno d’oro di Amazon e l’anno nero del piccolo commercio. Secondo Confcommercio, in Italia hanno chiuso più di 390 mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi a fronte di 85mila nuove aperture. Di contro, il colosso delle vendite online ha fatturato in Europa circa 44 miliardi di euro: il 37,5% in più rispetto all’anno precedente.

Dati Istat dicono che – tra febbraio 2020 (cioè prima dell’esplosione della pandemia) e febbraio 2021 – il valore delle vendite al dettaglio in Italia è calato per quasi tutti i canali distributivi: la grande distribuzione ha perso il 5,8%, le imprese operanti su piccole superfici il 7,6% e le vendite al di fuori dei negozi il 6,6%, mentre solo il commercio elettronico ha fatto segnare un forte aumento (+35,8%).

E, secondo le stime di inizio anno di Confesercenti, sono circa 70mila le attività commerciali che, senza una decisa inversione di tendenza, potrebbero cessare definitivamente nel 2021.

La crisi del piccolo commercio, peraltro, non è spiegabile unicamente con il Covid. Le difficoltà risalgono molto indietro nel tempo: nel 2019 Confesercenti riferiva di 32mila negozi andati persi nei sette anni precedenti, con un ritmo spaventoso di 14 chiusure al giorno.

Concorrenza sleale

In Italia, ogni anno, un’impresa deve fare i conti in media con 238 ore di adempimenti fiscali e 14 scadenze di pagamento, finendo per lasciare all’Erario circa il 59% dei propri profitti commerciali. Amazon, invece – come ha ricostruito di recente il quotidiano britannico The Guardian – avendo la propria sede fiscale in Lussemburgo, paga zero tasse, almeno in Europa.

Questo determina una situazione di concorrenza sleale – su cui la Commissione europea sta indagando – che certo è un ostacolo in più per qualsiasi impresa che voglia vendere i propri prodotti sul proprio sito web. Senza dire poi delle vicende di presunto sfruttamento dei lavoratori interne ad Amazon che contribuiscono a contenere i costi per il colosso del miliardario Bezos.

Contro le “condizioni fiscali agevolate” di cui Amazon gode protesta, fra gli altri, Confesercenti: “Ci sono regole sperequate, Amazon ha opportunità e vantaggi maggiori rispetto agli esercizi fisici”, dice a TPI Mauro Bussoni, segretario generale dell’associazione dei commercianti.

“L’e-commerce è diventato la nuova frontiera per gli acquisti, è un processo naturale. Noi vorremmo solo che tutte le divere tipologie distributive possano operare in una situazione di equilibrata concorrenza. C’è bisogno di un riequilibrio”, sostiene Bussolati.

Il dirigente di Confesercenti non punta il dito tanto contro Jeff Bezos, quanto contro il regolatore, cioè la politica: “Chi governa deve garantire una libera concorrenza per una pluralità di soggetti. Oggi questa situazione non c’è”.

La disparità di trattamento tra piccoli negozi e Amazon è percepita come un problema non solo in Italia. In Francia, in occasione del Black Friday 2020, è partita una campagna di boicottaggio di Amazon appoggiata fra gli altri dalla sindaca di Parigi, Anne Hidalgo. Negli Stati Uniti un gruppo di pmi – le Small Business Rising – chiede che ad Amazon venga vietato di vendere prodotti a suo marchio in concorrenza con quelli degli altri rivenditori.

Amazon e i suoi rivenditori

Leonardo C., responsabile vendite di un’azienda toscana che opera nel settore dell’arredamento, ci ha spiegato come Amazon può arrivare a strozzare i suoi stessi rivenditori. A cominciare dalle commissioni sulle transazioni (dall’8% al 15% a seconda della tipologia di prodotto), che vengono calcolate non solo sull’imponibile ma anche sull’Iva e sulle spese di spedizione.

Prendiamo, ad esempio, un prodotto che costa 70 euro + Iva al 22% e a cui si applica una commissione a favore di Amazon del 15%. Ipotizzando che le spese di spedizione siano pari a 5 euro, il consumatore si troverà a pagare quel prodotto 89 euro. Ebbene, il 15% di commissione per Amazon si calcolerà su quegli 89 euro, non sui 70 di imponibile.

“Le commissioni elevate ti costringono ad alzare il prezzo”, spiega Leonardo. D’altro canto, però, c’è da fare i conti con la concorrenza degli altri rivenditori sulla piattaforma, che premia – anche in termini di visibilità sul marketplace – chi ha le quotazioni più basse. “Ci sono aziende che così finiscono per vendere sotto-costo”.

“L’impressione è che quelli di Amazon, da un lato, si approfittino di certi rivenditori che hanno scarsa esperienza nell’online e, dall’altro, cerchino di privilegiare le aziende che si rivolgono alla loro logistica”, racconta il nostro addetto ai lavori. “Ti tempestano di mail e telefonate per convincerti ad appoggiarti ai loro corrieri e ai loro magazzini, dove per inciso il deposito della merce ha un costo”.

Inoltre, “le regole di Amazon tutelano molto il compratore e quasi nulla il venditore che si appoggia alla loro piattaforma”.

“Da responsabile vendite di un’azienda commerciale – osserva Leonardo – mi sento di dire che Amazon è un sito pensato per i produttori più che per i distributori: chi realizza un prodotto può anche venderlo a un prezzo basso, ma chi lo compra e deve rivenderlo non ha abbastanza margini”.

Ma allora, se Amazon è così sconveniente per i rivenditori, perché questi continuano a usarlo? “L’unico motivo, almeno per noi, è essenzialmente il marketing”, conclude Leonardo. “La gente compra su Amazon perché pensa che ci sia solo Amazon e perché pensa che quello sia il posto più economico e sicuro dove acquistare. Solo i consumatori più scafati vanno a cercare lo stesso prodotto sul sito del rivenditore. Essere presenti su Amazon ti dà visibilità: sei quasi costretto a esserci, come sui canali social. Le cose oggi nel commercio vanno così, è una guerra”. E Amazon non è esattamente un alleato dei piccoli.

Leggi anche: “Non voglio vederti fermo”. Amazon, le rivelazioni shock di 3 dipendenti italiani: “Viviamo in macchina, trattati come robot”

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