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Quando Umberto Eco scriveva: “La Cattedrale di Notre Dame che svetta in cielo e sopravvive come una sfinge”

Vi riproponiamo un estratto della prefazione di Umberto Eco al romanzo di Victor Hugo "Notre-Dame de Paris"

Di Giovanni Macchi
Pubblicato il 16 Apr. 2019 alle 15:50 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 23:31
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Immagine di copertina

La Cattedrale di Notre Dame è stata parzialmente sfregiata dall’incendio che, lunedì 15 aprile, ha fatto crollare il tetto e la guglia. Per celebrare la Cattedrale simbolo della cristianità, vi riproponiamo alcuni estratti della prefazione di Umberto Eco al romanzo di Victor Hugo Notre-Dame de Paris.

Per Eco, non sono gli uomini ad essere protagonisti del capolavoro di Hugo, bensì una chiesa, quella Cattedrale di Notre Dame che “sovravvive tetragona come una sfinge”.

La prefazione di Umberto Eco

Curioso che lo si possa leggere sia in verticale che in orizzontale. Il libro è dominato dalla cattedrale, che svetta verso il cielo, e dalla quale si domina la moltitudine delle strade di Parigi, che nessun lettore potrebbe ormai riconoscere, tanto la città è ed era (nel 1831) cambiata dai tempi in cui si svolge la vicenda, nel 1482.

Barthes legge il romanzo come un epica della verticalità, vale a dire che entra nella chiesa e la vive in tutte le sue dimensioni interne, ma intravede in questa verticalità anche le profondità dell’antro, della grotta, della cripta pre-romantica.

In un altro bel saggio dedicato a questo romanzo, invece, Victor Brombert usa le altezze della cattedrale per leggere nel libro il poema di una Parigi orizzontale – e d’altra parte lo dice subito all’inizio, “in Notre-Dame de Paris v’è abbastanza materia per costruire diversi romanzi”.

Di qui l’epica della grande e sterminata città, dove l’intersecarsi delle stradette e dei vicoli fa da controcanto all’incrociarsi di folle diverse.

[…]

Direi che, anche se è l’Esmeralda che ha fatto innamorare la posterità, Hugo dà il meglio di se stesso nel disegnare la figura di Quasimodo. Non solo perché lo fa discendere direttamente dai mostri, dalle gargouilles della cattedrale su cui si inerpica come un acrobata, ma perché se l’innocenza dell’Esmeralda è di maniera, se Gringore non è né carne né pesce, se Claude Frollo (ennesima reincarnazione del monaco scellerato di neogotica memoria) è smisurato sia nel suo rigore che nella sua incontinenza, nel suo odio come nel suo amore, Quasimodo è il solo ad avere un’anima, che Hugo tenta di mettere a nudo scrutando oltre la superficie ributtante delle sue fattezze.

[…]

I capitoli più affascinanti (per chi non voglia soltanto sapere se l’Esmeralda sfuggirà al supplizio) sono quelli del libro quinto. Claude Frollo, prete incupito da mille passioni represse, erudito e alchimista, nel torrione in cui vive ha davanti a sé un incunabolo del 1474.

La stampa è stata inventata da Gutenberg da poco più di vent’anni. Frollo considera il libro, si affaccia a una finestra della sua cella e guarda Notre-Dame, la sagoma nera delle due torri e i fianchi che si stagliano contro il cielo stellato che le danno l’aspetto di una enorme sfinge a due teste, accovacciata in mezzo alla città.

Indica prima il libro poi la chiesa e dice: Ceci tuera cela, questo ucciderà quello. Terribile primo sussulto di una modernità minacciosa in cui il libro renderà obsoleta l’enciclopedia di pietra con tutte le sue statue consacrate all’educazione e all’edificazione delle masse illetterate.

[…]

Ultima abilità registica, Hugo ci fa credere che i protagonisti della vicenda siano esseri umani, mentre in verità – ma il titolo ne dovrebbe già essere spia – il personaggio centrale e incombente della storia è una chiesa.

Che lì rimane malgrado le sue trasformazioni, ingoia ed espelle, nel senso più letterale del termine (leggetevi gli ultimi capitoli), il magma degli insetti bipedi che l’attorniano, e sola sopravvive tetragona – Hugo lo ha pur detto – come una sfinge.

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