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Home » Cultura

Tecnologia e società: la fiducia nell’imprevedibilità

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Il libro di Michele Gerace "Qualcosa che sfiora l'utopia" affronta, tra le altre cose, il rapporto tra uomo e tecnologia

Estratto dal libro di Michele Gerace “Qualcosa che sfiora l’utopia” (Jouvence), capitolo II “Le cose come vanno”, paragrafo 11 “Non è come sembra”, pagine 72-75.

Una macchina sembra più intelligente di un essere umano quando anticipa orientamenti e prende decisioni che l’essere umano non prova ad anticipare e a prendere. La differenza potrebbe rimanere nell’esecuzione di schemi. Anche gli esseri umani li eseguono, rispondenti a leggi e sistemi culturali di valori che – sostiene l’autore con sensibilità e impegno di attivista Francesco Iannello – formano il nostro modo di vedere, di pensare, di agire e di relazionarci con gli altri.

Ma gli schemi della così detta intelligenza artificiale per quanto apparentemente infiniti sono finiti; dati da un numero in fondo definito di variabili e dall’esaurimento di calcolo delle possibilità nei limiti degli obiettivi per il quale è scritto, descritto, programmato, prevedibile, anche in caso di open source o di apprendimento automatico. Per il quale, in fondo, tutto è “già”. Gli schemi in base ai quali osserviamo, comprendiamo e decidiamo sono incalcolabili perché incalcolabile più che infinito è il numero delle variabili dal momento che siamo più o meno influenzati, condizionati ma mai veramente predeterminati, ricompresi, programmati all’interno di una linea di codice scritto sulla falsa riga del nostro. Il DNA? È certamente un codice scritto e da scrivere. Il nostro codice genetico è solo in parte “già”, in larga parte “non ancora”. In continuo divenire. Se lo dimentichiamo o fingiamo di non saperlo, veniamo meno alla nostra natura, perdiamo la nostra prerogativa di esseri umani senza accorgercene e, se ce ne accorgiamo ma non facciamo nulla, siamo degli imbecilli. Lasciamo che la tecnologia continui ad influenzare il modo in cui ci relazioniamo gli uni agli altri, facendo da gran cassa ad un chiasso di fondo che ottunde i sensi, intrattiene, spaventa, controlla e orienta le nostre menti disorientate.

Per sgombrare il campo da una considerazione poco acuta, con questo non intendo dire che siamo vittime di una trama subdola e raffinata della tecnologia. La tecnologia non è capace di darsi una volontà. Non esprime una volontà. Esegue alla perfezione, ma intende fino ad un certo punto, fino a dove è programmata per farlo. Siamo noi che le attribuiamo una volontà che umilia la nostra, siamo noi a cercare in essa la fiducia che perdiamo nel rapporto con gli altri, quindi in noi stessi. Siamo noi, non altri, a minare la struttura della fiducia e della reputazione che sono alla base dei nostri stessi legami. La fiducia che perdiamo nell’umanità fatta di carne, ossa e spirito, la riponiamo nella tecnologia. Per quanto è dato sapere almeno fino alla realizzazione delle più sfrenate teorie singolari, un codice informatico non può che operare sulla falsa riga del nostro, al livello personale, senza potervisi sostituire per natura e struttura.
Cosa, invece, possibile al livello sociale. Al livello collettivo, il codice “crea fiducia in assenza di fiducia, poiché il codice stesso è fiducia. – scrivono Mirta Cavallo e Maria Lillà Montagnani – Ma se il codice è fiducia, il codice è anche legge”; e se il codice programma pregiudizi alimentati da algoritmi che etichettano alcune persone come “cattivi”, “drogati” o “falliti”, per il solo colore della pelle o per i dati geolocalizzati della residenza, alimenta gravi ingiustizie. Se dal punto di vista sociale lasciamo che un software alteri la natura e la struttura di fiducia e reputazione, diventa esso stesso legge di convivenza che influenza le relazioni e le dinamiche sociali al punto di sostituirvisi. In tal caso, osserva il filosofo Aldo Masullo, la tecnologia non sarebbe più “un elemento, parte, della nostra vita sociale” ma diventerebbe “tutta la nostra vita sociale”. Sarebbe “totalitaria”.
All’opposto – ne abbiamo ragionato con Juan Gustavo Corvalán, Vice Procuratore generale della Città di Buenos Aires, Cecilia Celeste Danesi, professoressa di Intelligenza artificiale e Diritto civile all’Università di Buenos Aires, e Enzo Maria Le Fevre Cervini, esperto di tecnologie digitali della Commissione europea – un codice è in grado di trasferire ad algoritmi i compiti più ripetitivi e meccanici, di offrire l’opportunità alle persone di dedicarsi maggiormente ad attività non ripetitive e complesse, di aumentare la capacità di calcolo nel ricercare diverse soluzioni tra le quali scegliere, quando opportunamente tenuto sotto controllo con audit tesi ad eliminare o ridurre veri e propri pregiudizi nei calcoli, per diminuire sperequazioni, accrescere giustizia sociale e fiducia, per esempio, mediante un uso consapevole delle tecnologie basate su registri distribuiti.
In questo senso, potrebbe essere di grande utilità tenere presente “Il principio di Rule of Human Law by Default” che secondo il brillante giurista Luca Bolognini “dovrebbe imporre la progettazione di sistemi informatici, a maggior ragione se intelligenti, nei quali l’ultima parola spetti sempre e solo a super-admin umani. Una “Rule of Human Law (Stato di diritto umano)” per la quale si potrebbe aggiungere “la parola ‘umano’ quando si descrivono i requisiti dei membri dei parlamenti.”. Dalle più recenti acquisizioni tecnologiche, codice e società si rapportano in modo nuovo e modificano i concetti sociali di prevedibilità e imprevedibilità, conoscibilità a priori. Contraddizione tutta umana. Cerchiamo di controllarci forzandoci al controllo, al controllo dei corpi e alla prevedibilità, arriviamo a voler essere controllati ma non ci sforziamo di anticipare orientamenti a nostro modo, cioè proiettando le nostre preoccupazioni e le nostre aspettative, mettendo in prospettiva la nostra vita nella giusta relazione con le altre specie, con i robot, con l’intelligenza artificiale, e con il mondo, presenti a noi stessi nel formulare ipotesi di futuro.
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