Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 10:34
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Guida Bardi
Home » Cultura

C’era una volta la Rete libera

Immagine di copertina
Credit: AGF

Internet agli albori era uno spazio artigianale tutto da esplorare e senza gerarchie. Poi sono arrivati i giganti dei motori di ricerca e dei social. Così gli utenti sono diventati creatori e consumatori di contenuti. Ora l’IA pone nuove questioni. Sapremo affrontarle?

Non bisogna essere poi così stagionati per ricordarsi quel tempo in cui navigare su Internet significava passare dal rumore metallico della connessione 56k. 

Era più lento, più scomodo, meno funzionale e meno accessibile. Eppure, in quello spazio più limitato, gli utenti erano più protagonisti: seppur con meno strumenti, era un ambiente più artigianale ma per certi versi anche più libero. 

Prima delle piattaforme
Non erano i tempi delle app e delle piattaforme. Internet negli anni Novanta era una selva disordinata da esplorare: niente suggerimenti IA, niente feed personalizzati. Le informazioni si cercavano senza aiuti, bisognava orientarsi tra forum, blog, directory, scoprendo contenuti pagina dopo pagina attraverso un intricato sistema di link, inciampando qua e là nelle più disparate community tematiche, nate per passione o per curiosità e che aprivano nuovi mondi quasi per caso.

Ogni visita richiedeva tempo e attenzione: prima del wi-fi, bastava alzare il telefono perché la connessione cadesse, un fatto che rendeva la navigazione un’esperienza da maneggiare con cura. Un’esperienza in cui l’utente non era solo un consumatore o un prodotto, ma un esploratore protagonista del proprio percorso. 

L’utente poteva per la prima volta passare da una conoscenza all’altra con una rapidità impensabile fino ad allora, quando il riferimento restavano libri e enciclopedie. 

Era un Internet senza piattaforme: una galassia di siti autonomi, diversi tra loro ma spesso interconnessi. Pagine e forum ultraspecifici erano gestiti da appassionati, che costruivano e condividevano sapere per interesse più che per visibilità. 

Non c’erano algoritmi a decidere cosa vedere, né la Seo (search engine optimization, ndr) come la conosciamo oggi. Il modo in cui i contenuti trovavano il modo per farsi notare, in un Internet ancora poco diffuso e poco accessibile, era molto diverso da oggi. 

Non era scontato passare dai motori di ricerca, che all’epoca erano Yahoo e altri che hanno visto il loro ruolo ridimensionarsi profondamente se non addirittura sparire, da Excite ad AltaVista passando per Lycos. 

Per cercare di primeggiare nelle ricerche si provava a ripetere la parola chiave più volte e, oltre a questo, avevano un ruolo le directory, veri e propri elenchi di siti in cui ogni pagina provava a essere inclusa. Senza una gerarchia centralizzata, i risultati potevano cambiare radicalmente da motore a motore. 

I conquistatori
La rivoluzione arrivò con il PageRank, un algoritmo sviluppato da Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google, alla fine degli anni Novanta. 

Questo sistema dava una gerarchia alle pagine basata sui link in entrata, trasformando il modo in cui le informazioni venivano trovate. Esistevano sistemi simili, come RankDex in Cina, che mostrano come in quel periodo, con la diffusione sempre più capillare di Internet, si stesse provando a fare ordine, ma fu Google a implementarlo su larga scala, distinguendosi dagli altri motori di ricerca e diventandone il leader indiscusso. Per la prima volta le ricerche diventavano centralizzate, e la Seo passava dall’essere qualcosa di artigianale a una disciplina scientifica. 

Circa dieci anni dopo il PageRank arrivò poi una nuova grande novità, qualcosa che lì per lì nemmeno facevamo fatica anche solo a definire: Facebook. Quando questo sito comparve sui nostri computer, era difficile spiegare di cosa si trattasse, finché non emerse il termine che avrebbe segnato la nuova era del web: social network.

La rivoluzione fu generale, perché Internet smise di essere solo uno spazio da esplorare e divenne una rete in cui le persone, ciascuna con un proprio profilo, si incontravano, commentavano, condividevano e costruivano relazioni. Forum e blog furono in parte sostituiti da gruppi, bacheche e post. La conversazione diventava immediata, le interazioni si facevano sempre più veloci, in una società sempre più rapida in cui l’utente non era più solo un esploratore, ma anche un creatore e un consumatore di contenuti. 

Google diventava sempre più centrale, leader indiscusso delle ricerche e di molti altri servizi. Facebook dominava i social, Amazon lo shopping online. Insieme a Instagram, Youtube e altre piattaforme sono diventate l’asse portante del web, mettendo in disparte tutto il resto. 

Oggi molte realtà, anziché aprire un nuovo sito, preferiscono creare una pagina su una di queste piattaforme, così come chi cerca gli orari di un negozio controlla direttamente Google Maps e non il sito dell’attività. 

Meno creatività
Questo passaggio dai siti indipendenti alle piattaforme è più comodo e più centralizzato per l’utente, ma porta con sé aspetti che vanno valutati con la dovuta cautela. Perché se, da un lato, tutto è immediato e facile da reperire, dall’altro, tutto è in mano a pochi attori, spesso situati all’altro capo del mondo e con cui è difficile avere un rapporto diretto. 

Così ogni realtà, che si tratti di un ristorante, di un influencer o di un piccolo brand, per farsi conoscere, per comparire in una buona posizione nei risultati e talvolta anche semplicemente per comunicare con il proprio pubblico abituale, dovrà seguire algoritmi e metriche che, applicate su scala globale, rischiano di standardizzare i contenuti. 

Quella creatività che emergeva nel web disordinato da esplorare di pochi anni prima rischia così di finire compressa in nome dell’algoritmo. Il web che avevamo conosciuto come spazio aperto e plurale si è trasformato allora in un ecosistema molto più concentrato. 

Ci affidiamo sempre di più ai colossi del web per qualsiasi tipo di compito, dando loro un potere reale enorme, paragonabile a quello di veri e propri stati sovrani.

“Enshittification”
Insieme a questo, il quadro è complicato dalla sempre più capillare presenza, in varie forme, dell’Intelligenza artificiale, che ormai in ogni piattaforma contribuisce ad alimentare suggerimenti, feed personalizzati e raccomandazioni. 

È uno strumento di indubbia utilità che offre esperienze rapide e intuitive, ma, al tempo stesso, introduce effetti indiretti sui contenuti e i comportamenti. In tanti, infatti, sollevano crescenti interrogativi di natura etica su come vengano prese queste decisioni e su quanto il controllo umano rimanga centrale. Tutto questo in un web sempre più veloce fatto di contenuti brevi e continui, in cui la soglia di attenzione si fa sempre più bassa, con effetti sul modo in cui prendiamo decisioni e formiamo le nostre opinioni. In poche parole, con effetti su un ampio spettro di aspetto della società di oggi. 

In un contesto dominato da pochi grandi attori, emerge anche un’altra dinamica che ha messo in guardia alcuni osservatori. Lo scrittore Cory Doctorow, ad esempio, ha coniato una parola, «enshittification», letteralmente e senza giri di parole traducibile con «merdificazione», con cui ha descritto il percorso che interessa diverse realtà del web. Secondo questa lettura, molte piattaforme in un primo momento offrono servizi utili per attrarre i propri utenti, salvo poi sacrificarli progressivamente per privilegiare gli interessi commerciali a discapito della qualità e della varietà dei contenuti. 

In un mercato con poca concorrenza, questo meccanismo rischia di avere effetti su larga scala, influenzando l’esperienza quotidiana di milioni di utenti. 

Nuove sfide
Il web nel tempo è cambiato profondamente, con servizi che hanno fatto passi avanti ma tanti aspetti su cui è giusto porci i nostri interrogativi. Uno dei rischi è che questo luogo virtuale, nato come spazio libero per eccellenza, si possa trasformare in uno strumento di controllo capillare, anche partendo da finalità nobili e dalla necessità di affrontare problemi seri. 

La protezione delle fasce più vulnerabili, a partire dai minori, la ricerca di reati gravi, sono esigenze fondamentali che però, senza le dovute cautele, rischiano di trasformarsi in sistemi di monitoraggio sempre più estesi, basati su grandi quantità di dati e, spesso, integrando sistemi di Intelligenza artificiale che, senza il dovuto controllo umano, applicata a situazioni sensibili rischia di avere controindicazioni etiche e pratiche non da poco: la tecnologia è uno dei simboli del progresso, ma stabilire il limite è uno dei grandi temi della società contemporanea. 

Negli anni sono cambiate le mode, la società si è evoluta e Internet ha fatto lo stesso, divenendo non un semplice contorno, ma un elemento centrale della nostra vita. Ha reso il mondo più veloce, più connesso, più accessibile, al punto che non sempre ci siamo accorti degli aspetti più problematici che questa meravigliosa novità si è portata dietro. 

Oggi, tra Intelligenza artificiale, oligopolio e algoritmo, gli interrogativi etici e sociali si fanno sempre più profondi. Forse la sfida è proprio questa: saper prendere il meglio di ognuna delle stagioni della storia del web, senza cadere in facili romanticismi, provando a costruire un equilibrio tra innovazione, libertà, sicurezza e consapevolezza.

Ti potrebbe interessare
Cultura / Fare l’amore con chatbot: com’è cambiata l’intimità ai tempi dell’algoritmo
Cultura / Sebastiano Caputo a TPI: “Con la letteratura racconto ciò che non posso con il giornalismo”
Cultura / Qual è la morale dell’Intelligenza artificiale
Ti potrebbe interessare
Cultura / Fare l’amore con chatbot: com’è cambiata l’intimità ai tempi dell’algoritmo
Cultura / Sebastiano Caputo a TPI: “Con la letteratura racconto ciò che non posso con il giornalismo”
Cultura / Qual è la morale dell’Intelligenza artificiale
Ambiente / È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale
Cultura / Bologna che stupisce: le mostre d’arte da visitare nel weekend primaverile
Cultura / Roma Diffusa a San Lorenzo: l’abbraccio creativo che risveglia l’anima del quartiere
Cultura / “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo”: il nuovo libro di Alessandro Politi
Cultura / L’arte di guidare: riscoprire Garibaldi nel disordine di oggi
Cultura / And the Oscar goes to… Bari: alla scoperta del Bif&st 2026
Ambiente / È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale