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Ritrovare la forma

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Una riflessione di Michele Gerace basata sul contenuto del suo libro "Qualcosa che sfiora l'utopia"

L’elezione del Presidente della Repubblica ci offre una prospettiva. Per meglio dire, sgombra il campo dallo zelo e dagli affanni di attori, comprimari, opinionisti e spettatori, che più sono ininfluenti, più ti sembra – quando li ascolti, se non li conosci – di non doverti permettere di distoglierli da manovre decisive per le sorti della Repubblica. L’avvenuta rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica concede una pausa di recupero ai tanti supposti Atlante, atleti del sentito dire, che possono finalmente scrollarsi di dosso il mondo e tirare un sospiro di sollievo. I più allenati, quest’anno, sapevano di poter contare su Gianni Morandi, Elisa, Mahmoud e Blanco a Sanremo per defaticare, cascasse il mondo, prima di tornare ad occuparsi di questioni di ordinaria e straordinaria amministrazione fino ad allora sospese. Così, anche nelle istituzioni riprende la programmazione dei lavori delle assemblee, delle commissioni e dei dicasteri. Il presente smette di svolgersi in esercizio provvisorio e il futuro riprende ad essere oggetto di previsione o, in un certo senso, sarebbe meglio sostenere di visione. Ed è questo il punto: per intenderci, ritorno ad una immagine risalente a prima dell’elezione del Presidente della Repubblica e di Sanremo.
Alcuni pupazzetti intimoriti fanno capolino nascosti dietro un muro di casa e con in mano un lungo bastone spingono timidamente una porta socchiusa. Dal testo della vignetta si capisce che la porta si apre sul 2022. Tra meme, foto e video che affollano i nostri gruppi WhatsApp, questa vignetta – della quale non conosco l’autore e che, forse, ho anche cancellato in una delle pulizie di dati che il telefono periodicamente propone – mostra chiaramente una nostra paura. Non mi riferisco alla porta che da Carlo Gustav Jung a Stephen King rappresenta l’archetipo della paura o sull’importanza che ricopre nella nostra vita quando rende profondo il coraggio o, in quale che sia il modo, aggiunge un senso alle nostre vite; ma all’apertura della porta sul futuro, alla paura insana che suscita, ai comportamenti che condiziona quando si esaurisce esclusivamente in domanda di certezza e pretesa di controllo. Al senso che sottrae al nostro stesso essere umani.
Circostanza rispetto alla quale dovremmo prenderne atto di un fatto. Il futuro è incerto. Possiamo intuirlo, prevederlo in teoria e in parte, ma non possiamo anticiparlo, determinarlo a priori. Non sappiamo calcolarlo con precisione e più ci proviamo più aumentano le variabili da tenere sotto controllo, e più le osserviamo più ci rendiamo conto che qualcosa continua a sfuggirci. Il futuro, appunto.
Abbiamo irrazionalmente paura del futuro. Non c’è bisogno di riportare indicatori e statistiche dei disagi correlati. Le ragioni sono diverse e molto serie e, chi più chi meno, ci riguardano tutti. Nelle poche righe che seguono abbiamo modo di prenderne in considerazione solo una. La fiducia. Siamo in ansia e preoccupati per il futuro anche perché non riusciamo a riporvi fiducia. Vorremmo tenerlo sotto controllo perché, oltre al futuro, ci sfugge un fatto che, chiedo licenza, riprendo da un breve passaggio dal mio libro da poco pubblicato per Jouvence, Qualcosa che sfiora l’utopia. Il futuro, se provassimo a trovare la definizione, è qualcosa di cui non si conosce lo svolgimento, altrimenti dovremmo parlare di anticipazione del presente. Se conoscessimo già la risposta, non ci sarebbe motivo di cercarla, perché la conosceremmo già, e questo ci fermerebbe, ci quieterebbe. Ma se smettessimo di cer­care ciò che Aristotele definisce la nostra forma, ciò che ci rende esseri umani e non altro, smetteremmo di intera­gire e comunicare tra noi, non ne sentiremmo il bisogno, elimineremmo la possibilità di cogliere la complessità del mondo nel quale viviamo, richiamare la memoria, relazionare le esperienze, confrontare e coordinare le diverse prospettive, condividere il da farsi.
Più che occuparci di ciò che ci capiterà, di fissarci sulle nostre paure, dovremmo preoccuparci di ciò che facciamo (invito a leggere le “Lettere di Berlicche” di Clive Staples Lewis, edito da Mondadori) e, semmai, aver paura delle opportunità che perdiamo e delle risorse che sperperiamo nel mancare di essere presenti a noi stessi. In generale, dovremmo occuparci ma non preoccuparci di salire sullo sgabello di Herbert George Wells e tendere le braccia verso le stelle (ancora, invito a leggere il suo “Scoperta del futuro”, Luiss University Press), di trovare nuove strade, anche quelle inattese e inesplorate, anche quelle più irte di ostacoli, soprattutto quelle che ci portano più lontano e realizzano una convivenza basata su coscienza, solidarietà ed eventualmente norme nuove, sulle quali ritrovare la fiducia e la capacità di investire in noi stessi, nella società e nel futuro. La certezza di darci un senso e progredire in quanto esseri umani.
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